“La superstizione del piccione” e il libero arbitrio secondo Nemo Nobody e Spinoza

Quanto il nostro agire è veramente libero ? Quanto è condizionato da credenze superstiziose ?

Nemo Nobody, protagonista del film Mr. Nobody

Simili a un piccione che crede che il suo sbattere le ali influenzi eventi tra loro sconnessi, Nemo Nobody e Spinoza ci pongono il dubbio che anche le nostre scelte non siano altro che il risultato di una limitata e superstiziosa visione del mondo.

Mr. Nobody e il peso delle scelte

Nemo Nobody è un uomo molto anziano e molto famoso. E’ famoso perché, in una società nella quale l’umanità ha raggiunto, grazie alla telomerizzazione, l’immortalità, è, alla veneranda età di 117 anni, l’ultimo uomo esistente prossimo ad una morte per vecchiaia. Così l’attenzione mediatica è tutta puntata su di lui, il quale passa gli ultimi istanti della propria vita a raccontare le sue memorie. O almeno questo è il suo intento. I ricordi di Nemo sono infatti molto confusi ed incoerenti, tanto che sembra aver vissuto insieme numerose vite parallele, una per ogni scelta che gli si presentava, come scegliendo sempre ogni opzione possibile, senza quindi deciderne di fatto una.

L’anziano inizia così a raccontare un susseguirsi di storie che, come in un grafico ad albero, si diramano l’una dall’altra, mostrandoci in un unico racconto tutte le sue vite possibili. Tuttavia ad ogni ramificazione, ad ogni scelta da compiere, Nemo, incapace di prendere una decisione, mostra tutte le difficoltà del peso che porta sulle spalle: egli è infatti libero e consapevole nel suo agire, ma, nello sforzo di mantenere il controllo sulla propria vita, si logora per intraprendere sempre “la strada giusta”, per imboccare la via per lui migliore, la quale però non risulta mai evidente. Egli si domanda spesso quale decisione si a la migliore, si affanna nel tentativo di trovare i segnali della bontà delle sue azioni, chiedendosi cosa abbai fatto di sbagliato o di corretto nella propria vita, senza però trovare una risposta. Infatti ogni racconto, ogni versione dei suoi ricordi, sembra sempre, nonostante la possibilità di esplorare i risultati di ogni sua possibile azione,  sfuggire al controllo del protagonista, conducendolo ad una tragica fine.

Se da una parte Nemo non riesce a sgravarsi dal peso delle scelte e della sua libertà (se così può essere definita), dall’altra la questione viene dissipata alla sua radice nel finale: in una sorta di Big Crunch, il tempo inizia a scorrere al contrario (il fumo torna nella sigaretta, la salsa si separa dall’impasto nel quale era stata mescolata), senza porre una vera conclusione complessiva alla vita del protagonista, come a voler dire che una storia non ha bisogno di un finale (e di un fine) per dirsi tale.

B. Spinoza

La superstizione secondo Spinoza

Nell’appendice della parte prima della sua Etica, Spinoza affronta il tema della superstizione. Secondo il filosofo, questa non è che il pregiudizio secondo il quale la natura, similmente agli uomini, agisca per un fine e che ogni evento o cosa possa essere spiegato alla luce di esso.

Dato che si tratta di un pregiudizio diffuso, Spinoza, come ha già fatto con altre false credenze, ha qui premura di dimostrarne la falsità. La superstizione viene così declinata come riduzione all’ignoranza: dato che i sostenitori di questa credenza non sanno come spiegarsi il verificarsi di particolari eventi o il formarsi di determinati corpi, essi argomentano che quelli sarebbero impossibili se non fossero come guidati da una ragione di fondo, da una finalità sottesa, ovvero la volontà di Dio. Così la lunga serie di coincidenze che conducono alla caduta di un vaso in testa ad un uomo o la precisione e la perfezione dei meccanismi del corpo umano sarebbero inspiegabili (troppo perfette per essere delle coincidenze) se non fossero volute da un’entità superiore. Tuttavia la volontà e l’agire secondo fini non sono qualità attribuibili ad un essere superiore come Dio e la nostra incapacità di comprendere certi fenomeni non può risolversi riconducendo ogni ragione a quest’ultimo.

Eppure, nonostante la palese falsità di questo pregiudizio, si domanda Spinoza, perché è tanto diffuso? In realtà la superstizione ha radici profondissime nella nostra visione del mondo e nel nostro agire: l’uomo, credendosi libero nelle sue volizioni e nei suoi fini (che determinano il suo agire), tende a pensare che ogni cosa avvenga per un fine ben preciso, proiettando questa sua caratteristica sulla natura tutta; qualora poi non riesca a spiegarsi i fini della natura, non gli resta che interpretare ciò che vede in relazione ai suoi stessi fini, in una visione antropocentrica del mondo. E’ così, argomenta il filosofo, che elaboriamo nozioni quali bello, brutto, bene, male, merito, peccato, ordine, confusione, profumo, sapore, melodia, chiasso: essi non sono giudizi oggettivi, che riguardano le cose in sé, quanto piuttosto valutazioni relative ai nostri fini. In questo modo la finalità pregiudica inevitabilmente il nostro modo di pensare ciò che ci circonda e, conseguentemente, il nostro agire.

In queste brevi, ma ricchissime pagine, Spinoza ci porta dunque a rivalutare il nostro concetto di libertà: siamo veramente liberi? Poter agire secondo gli scopi che preferiamo significa possedere il controllo sulla nostra vita? Oppure la finalità insita in noi ci limita in una sorta di gabbia d’oro?

La superstizione del piccione

Nei primi minuti del film Mr. Nobody ci viene mostrata una scena nella quale un piccione, chiuso in una gabbietta, ogni tanto, all’aprirsi di una porticina, può raggiungere allungando il collo del mangime. La voce narrante ci spiega che la porticina viene aperta automaticamente ogni 20 secondi, ma che il piccione, all’oscuro di questo, come domandandosi “cosa ho fatto affinché la porta si aprisse? Cosa ho fatto per meritarmelo?”, fa tutto ciò che è in suo potere per ottenere accesso al cibo: così, se durante l’apertura l’animale stava casualmente sbattendo le ali, questo si convince che la sua azione abbia avuto un effetto e che sia stata la causa scatenante, per cui inizierà a sbattere le ali ogni volta che vorrà cibarsi. Questo fenomeno, conclude la voce, viene chiamato la superstizione del piccione.

Alla luce dell’esempio del piccione e dell’appendice della parte prima dell’Etica di Spinoza, il personaggio di Nemo Nobody può essere visto come esempio del paradigma del superstizioso: egli, convinto di avere il controllo delle proprie azioni, fin tanto che cerca una ratio e un fine negli eventi delle sue molteplici vite, fin tanto che continua a cercare, convinto della loro esistenza, le scelte che vadano a disegnare la strada migliore per la sua vita, egli  non è dissimile dal piccione che invano sbatte continuamente le proprie ali, convinto dell’efficacia del proprio agire. Se infatti da una parte è innegabile che l’azione dell’uomo produca effetti nel mondo e che il libero arbitrio sia una sua caratteristica, dall’altra comportarsi come se ogni evento potesse essere spiegato attraverso cause finali, come se bontà e cattiveria fossero qualità delle cose in sé e come se il proprio agire potesse funzionare da modello per il funzionamento del mondo intero, è sintomo di un miope antropocentrismo.

L’uomo può dunque ancora dirsi libero? Il finale del film è in questo senso emblematico: in un mondo nel quale il tempo non scorre, come normalmente invece fa, da un punto di partenza ad un punto di arrivo, le nostre azioni e la nostra stessa vita non possono essere pensate come degli svolgimenti che prevedano una fine e, con essa, un fine; in questo modo ci si può fare portatori di un concetto di libertà più ampio, attraverso il quale, andando oltre l’antropocentrismo, riscoprire l’autentica dimensione e modalità del nostro agire, senza più domandarci cosa sia bene e cosa sia male. Così nessuna scelta che Nemo compie è “sbagliata”, in quanto, superando il finalismo intrinseco in noi, scopriamo che per essere liberi non c’è bisogno di porci davanti  nessuna scelta.

Nonostante la superstizione sia comunemente collegata a riti ridicoli ai quali nessuno ormai crede più sul serio, Spinoza  Mr. Nobody ci mostrano quanto essa sia ancora presente nella nostra cultura e come forse, in una certa misura, lo sarà sempre.

 

 

 

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