La storia della Cina è sempre stata affascinante sia per chi se ne occupa di professione che per coloro che se ne interessano per fini e curiosità personali. Al tempo stesso però, soprattutto a noi che li osserviamo dalla parte occidentale del mondo, sembra complicata e piena di particolarismi difficili da comprendere se una determinata cultura non si vive dall’interno. Non che la storia in generale non sia complicata, ma se in più si aggiunge un punto di vista esterno e giudicante, risulta ancora più ostico comprendere nel profondo le motivazioni di certe scelte e prese di posizione.

L’isola di Taiwan possiede una storia che la vede per certi versi legata alla Cina e al Giappone, ma al tempo stesso può essere considerata come un’isola scollegata da queste due potenze. Inizialmente annessa alla Repubblica di Cina, che comprendeva varie isole tra cui anche Taiwan, altresì chiamata Formosa, nome fornito dai portoghesi attorno alla metà del XVI secolo. Verso la fine dell’Ottocento fu combattuta la prima guerra sino-giapponese, tra Cina e Giappone, vide vincitore il Giappone che con il trattato di pace Shimoneski stabilì che l’isola di Formosa e le isole Pescadores divenissero possedimenti perpetui del Giappone. Con la fine della Seconda Guerra Mondiale e la resa del Giappone, l’isola di Taiwan tornò sotto la Cina, nella quale era stato ormai avviato da tempo il Partito Comunista Cinese, che non prese vie nazionalistiche, ma perseguì l’obiettivo di uno Stato liberal-capitalista.

 

Con la proclamazione della nascita della Repubblica Popolare Cinese (1949) e la sconfitta del partito nazionalista e militare (Kuomintang), il rappresentante di quest’ultimo decise di rifugiarsi a Taiwan seguito dalle riserve auree del paese e quel che restava dell’aviazione e della marina. Fu questo il motivo per cui il governo comunista cinese decise di non reagire contro i nazionalisti asserragliati a Taiwan, non avevano le competenze militari per farlo.
Tutt’oggi la condizione dell’isola di Taiwan è alquanto delicata, poiché da una parte la Cina esige che le sia riconosciuto il dominio sull’isola, e per certi versi lo è, ma dall’altra Taiwan si considera una realtà completamente differente dalla Cina, come anche dal Giappone, perciò rivendica la propria indipendenza e unicità culturale.

 

Gli accordi tra Taiwan e Cina lasciano trasparire la labilità dei loro rapporti diplomatici. Nel 2000 il nuovo presidente della Repubblica semipresidenziale di Taiwan ha redatto una nuova costituzione in cui si evidenziava il carattere sovrano e indipendente di Taiwan e sollevato il Consiglio per l’Unificazione Nazionale, costituito per sovraintendere all’eventuale unificazione dell’isola con la Cina. Il governo cinese reagì con una legge che decretava qualunque manovra che legittimasse un autogoverno indipendente come illecita, e a queste manovre sarebbero conseguite delle azioni militari da parte della Cina. All’isola è garantita la protezione da parte dell’America in caso di attacco militare cinese, i quali sono obbligati da una legge del Congresso degli Stati Uniti d’America.

 

La solidità identitaria di Taiwan

Ma oltre al fatto che l’isola di Taiwan è il risultato di una presa di posizione ben precisa di fronte alla nascita della Repubblica Popolare Cinese, è anche il risultato di longevi contatti con culture apparentemente simili. La dominazione giapponese è considerata dai ‘taiwanesi’ come portatrice di sviluppo: la scolarizzazione, le infrastrutture e le industrie. Tra i due è rimasto un rapporto speciale che è evidentemente, ma non unicamente, legato all’affinità ideologica liberaldemocratica e anticomunista.

A quanto pare quindi l’identità dei taiwanesi è ben circoscritta e solida. Secondo un sondaggio dell’Università Chengchi, la quale periodicamente testa il peso delle identità di Taiwan, più della metà degli intervistati si definisce ‘taiwanese’, il 34 percento ‘cinese-taiwanese’ e solamente il 3 percento genericamente ‘cinese’. Ma oltre alle normali influenze culturali, che per chiarire sono presenti in ogni cultura, l’identità taiwanese possiede dei suoi tratti distintivi, quello più evidente è quello di sottolineare ossessivamente la propria ideologia democratica, anche per evidenziare le differenze con la Repubblica popolare.

Di conseguenza un forte legame identitario è esemplificato dalla reazione e differenziazione dalla Cina. Legame fondato su un sentimento di avversione e che quindi è difficile da scardinare. Questo sentimento a suo volta si rispecchia nell’ideologia democratica che è ostentata quasi fino all’esaurimento. Un altro tratto distintivo a cui l’osservatore straniero salta all’occhio è la differenza di indole che è palesata dal modo di parlare taiwanese, il quale appare all’interno di un quadro di compostezza, cortesia e pacatezza. Questo modo di parlare è imputato dall’influenza giapponese e come conseguenza della continua presenza vicina e asfissiante della Cina.

 

Le sopravvivenze di Edward B. Tylor

Ogni reazione culturale è quindi associata ad un azione precedente, la quale lascia sempre parte di sé nella situazione culturale che la succederà. Come uno dei padri fondatori dell’antropologia, Edward B. Tylor, enuncia e sottolinea in una delle sue teorie sulle culture ‘primitive’. Ci tengo a sottolineare che egli è uno studioso di fine Ottocento, periodo in cui l’antropologia seguiva un filone evoluzionista, per il quale l’Occidente è la base della civiltà da esportare e a cui i primitivi devono essere educati. Perciò il suo pensiero è fortemente condizionato da questa corrente, ma può essere riletto in chiave contemporanea, oltre al fatto di poter essere studiato come figura storica, con i suoi limiti e pregi.

Egli si interessò alla teoria delle sopravvivenze, vale a dire quelle parti di una cultura che sono presenti in modo eguale all’interno di un’altra cultura. Si potrebbe tenere conto di una vicinanza geografica, ma il tratto più importante e che ci interessa è il fatto che queste sopravvivenze sono influenzanti, sono il risultato di un contatto remoto o vicino tra culture e attraverso questo contatto si può risalire al grado di civiltà di una società. Pertanto è evidente che nessuna cultura può essere considerata come chiusa e isolata, è normale e normalizzante che le culture si influenzino a vicenda ed è giusto che sia così. Non sta però ad uno sguardo esterno giudicare la decisione di legittimare o meno l’indipendenza di un cultura, è volontà e diritto di chi ne fa parte scegliere come reagire e se reagire. Anche provandoci è impossibile immedesimarsi a pieno in una cultura, tutt’al più se lo si fa per giudicare con una visione culturalmente diversa.

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.