Il Superuovo

La società matriarcale: come Balzac e Nairobi de La Casa di Carta rovesciano il patriarcato

La società matriarcale: come Balzac e Nairobi de La Casa di Carta rovesciano il patriarcato

 

Quando il gioco si fa duro le donne iniziano a giocare.

Andrea Mantegna, Introduzione del culto di Cibele

 

A capo della struttura sociale e politica in cui viviamo, siamo da sempre abituati a vedere  una figura maschile, barba baffi, grassi, magri, calvi, intelligenti o meno. A fatica vediamo reggere le redini da mani femminili, ma se non fosse sempre stato così?

La figura della Magna Mater, chiamata dai latini: Cibele

La Grande Dea Madre (Magna Mater) era in origine una figura divina legata alla terra e quindi alla fertilità. Tra i popoli dell’antichità questa figura assunse un valore ben più ampio, la società a quel tempo era divisa in tribù e ognuna di esse aveva a capo una regina-sacerdotessa, tutti dovevano rispettare e sottostare al volere e al potere della signora della propria tribù, pensata come tramite della Grande Dea e quindi come forza creatrice e distruttrice del mondo. E’ evidente che, per quanti  credono che l’amministrazione di una struttura sociale si debba posare esclusivamente su grosse spalle maschili, inneggiando con foga viva il patriarcato, la vita ai tempi della Grande Dea Madre,probabilmente, non sarebbe stata una serena passeggiata in un campo fiorito…

Nel succedersi dei secoli la Magna Mater è stata identificata con svariati nomi quali Diana, Cerere, la stessa Terra, fino a giungere a Roma, nel 204 a.C. circa, con il nome di Cibele, inneggiata annualmente attraverso la festività dei ‘Ludi Megalenses’, che si teneva ogni 25 marzo, quella che ora chiameremmo più semplicemente festa di primavera.

Le fonti che testimoniano il culto della divinità sono per la maggior parte risalenti al periodo in cui si pensa avvenga il passaggio dalla società matriarcale a quella patriarcale, greca e romana, ed è così che il più delle volte alla figura di Cibele si associa quella di Attis. Risalendo alla radice etimologia del nome si scopre che si riferisce alla parola padre. Le leggende, che associano il personaggio di Attis a Cibele, narrano però un rapporto molto diverso da quello tra padre e figlia, se fosse stato altrimenti Freud avrebbe di sicuro avuto pane per i suoi denti. Infatti, Attis è considerato padre sì, ma di sicuro non di Cibele, della quale invece è il giovane e bellissimo amante. Egli viene immolato alla Dea Madre, diventando così il collegamento tra il popolo e la divinità, in questo senso padre degli uomini.

Il patriarca, che guida la comunità verso il volere divino, diventa dunque la colonna portante del modello governativo e sociale successivo: il patriarcato, con esso il conseguente declino del matriarcato. Ma come tutti sanno la storia è ciclica, tende a ripetersi in maniera simile e forse la fine di un’epoca è da considerarsi un arrivederci più che un addio.

Honoré de Balzac, in Papà Goriot che fine ha fatto il patriarcato?

Basta infatti chiedere in prestito la macchina del tempo al Doc. Emmett e ritornare al futuro, ad un’epoca più vicina a noi, nella Parigi del post-rivoluzione francese descritta da Balzac nel romanzo Papà Goriot, per capire come il valore delle donne riprenda vigore.

Il racconto ruota principalmente attorno alla pensione Vauquer, dal nome della stessa donna che la gestisce. Già solo da questo dettaglio Balzac vuole rappresentare metaforicamente la stratificazione sociale parigina, al cui capo troviamo ancora una volta la matriarca. Madame Vauquer, come farebbe un ideale padre di famiglia, si occupa di badare a tutti i bisogni della pensione, sia a livello amministrativo che economico. Davvero strabiliante vedere una figura femminile al comando, se si pensa al periodo in cui è ambientato il racconto non è vero? Ma non è tutto.

Papà Goriot è un personaggio emblematico che, per primo, mette in risalto la devozione e la dipendenza a cui sono soggetti tutti gli uomini dell’opera. Lo vediamo arrampicarsi a fatica nella famosa scalata sociale tipica di quell’epoca, ma allo stesso tempo scivolare verso un livello di povertà sempre più degradante. Questo perché l’arricchimento a cui va incontro, in realtà, si realizza sulle due figlie: Delphine e Anastasie, le quali sono tutto per il padre, egli si annulla in loro fino al giorno della sua morte. Il rapporto che viene a delinearsi è a dir poco pittoresco e incestuoso, Papà Goriot infatti sembra quasi soffrire della sindrome di Edipo prendendo le sembianze della madre che prova un amore smisurato e malato per il figlio. Fallisce l’autorità del patriarca, sostituito dalla matrona che è pronta ad indirizzare i figli e assicurare loro una degna educazione perché vengano ammessi alla società più  in vista. Numerosi sono i passi del testo che sottolineano l’importanza delle conoscenze della donna per raggiungere il successo parigino, alle quali l’uomo deve umilmente appoggiarsi se vuole far parte dell’elitè colta. Quello dell’ottocento francese è in sostanza un matriarcato essenziale per poter reggere il caos di una società oramai depravata, in cui la legge viene a mancare, in cui la potenza patriarcale dell’ancient regime cioè potere e autorità vengono meno.

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La Magna Mater chiamata nel 21 secolo: Nairobi

Anche nell’epoca odierna, quando il patriarcato non è più in grado di seguire lealmente le regole del gioco, creando un caos che richiama quello parigino di Balzac, ecco che viene pescata la carta jolly per ristabilire l’ordine: ‘Inizia il matriarcato’.

Quanti, anche solo passivamente, hanno visto questa frase almeno una volta stampata su una maglia, postata su un social, usata come motto femminista e varie. La frase è famosa infatti per essere stata citata da Nairobi, il personaggio  della Casa di carta interpretato da Alba Flores. Lei stessa, in più di un’intervista, ha espresso la sua gratitudine per il ruolo che le è stato assegnato, perché le ha permesso di dar voce a tutta quella parte di umanità meno considerata e rispettata, le donne.

Nella serie tv vediamo sempre al comando personaggi maschili. A partire dal mistico Professore, che organizza la rapina alla Zecca di stato di Spagna, passando poi per Berlino che ne fa le veci, oltrepassando però ogni limite, si arriva alla ciliegina sulla torta nelle ultime stagioni, quando vediamo troneggiare il personaggio forse più misogino e narcisista della serie, Palermo. È un patriarcato destinato all’autodistruzione, a collassare in sé stesso a causa delle tendenze megalomani che hanno i personaggi, una volta preso il potere. Nella seconda stagione Berlino infatti dopo aver trascurato l’ importanza delle regole imposte per la rapina, viene spodestato dalla posizione di dux, in senso latino comandante indiscusso, e sostituito dall’audacia femminile di Nairobi, la quale cercherà di recuperare l’equilibrio perduto.

C’è quindi da chiedersi perché, se la storia e le cultura ci insegnano che le donne riescono a vincere il gioco contro gli uomini quando si tratta di fiducia, autorità ed equilibrio, la società continui ad affondare pesantemente nelle sabbie mobili del maschilismo?

Nairobi e Berlino in LCDP

 

 

 

 

 

 

 

 

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