Il Superuovo

Anche il lessico ha una storia: sette etimologie che ti lasceranno…senza parole!

Anche il lessico ha una storia: sette etimologie che ti lasceranno…senza parole!

Sette bellissime etimologie di parole o espressioni che usi da sempre ma che probabilmente non conosci

Nella vita di tutti i giorni il linguaggio viene usato come se fosse scontato, senza quasi rendersi conto della sua infinita complessità. Oggi parliamo di lessico (solo un aspetto del linguaggio), e cerchiamo di scoprire che anche le parole hanno una loro storia, spesso parallela a quella umana, e soprattutto una loro identità.

Spesso non sono solo il simbolo di un referente nella realtà da un punto di vista oggettivo (significato denotativo), ma in ogni lingua esse esprimono anche il modo in cui le culture vedono il mondo (significato connotativo). Scopriremo inoltre che la storia delle parole è talvolta curiosamente “trasgressiva“. Certe parole nascono o si trasmettono da una lingua ad un’altra, da una generazione ad un’altra con errori di comprensione: interpretazioni sbagliate, insomma, ma che finiscono per trasformare le parole in parole diverse, le quali assumono una loro piena legittimità. Vediamo subito un esempio del genere!

 

“Covare”: una clamorosa paretimologia

Per “paretimologia” si intende proprio un’origine lessicale dovuta ad un qualche umano errore di comprensione. Tra il IV e il VI secolo d.C. il latino del volgo, già più simile al volgare di quanto si possa credere, presentava difficoltà a distinguere il suono “b” da quello “v” (a noi può sembrare strano, ma è proprio per questo che si passa dall’imperfetto latino a quello italiano, come in “laudabam” – “io lodavo”).

Fatto questo presupposto, in latino il verbo “cubare” significa “giacere, coricarsi”. In questi secoli, però, le persone meno colte tendevano a pronunciare qualcosa come “cuvare”, e ci sentivano dentro “ovum” cioè “uovo”. Ciò portò a fare un’erronea ma affascinante associazione di idee: l’uccello che “si corica” sulle uova per riscaldarle. E così nasce il nostro “covare”, usato propriamente per l’accovacciarsi sulle uova. Incredibile!

“Fare le corna”: perché?

Fare le corna non è solo un gesto fisico, ma anche un’espressione che indica il tradimento. Ma da dove deriva? In realtà, viene da una storia molto nota: quella di Minosse. Secondo la leggenda  la moglie del re cretese, Pasifae, si innamorò perdutamente di un maestoso toro che Minosse ricevette in dono da Poseidone.

Travestitasi da vacca, Pasifae si accoppia col toro all’insaputa del marito e di lì nasce il mostruoso minotauro. Come sempre, le notizie girano sempre molto velocemente nei pettegolezzi di corte, e sembra che a Cnosso i servi di Minosse si divertissero a schernire il sovrano facendo il gesto delle corna con le dita (rievocando segretamente il tradimento) senza che quest’ultimo, almeno in un primo tempo, ne comprendesse il significato! Ed ecco come sembra essere nato il nostro “fare le corna“.

“Piantare in asso” o “piantare in Nasso”?

Questa è un’altra paretimologia. Chiunque assocerebbe quest’espressione (che significa “lasciare qualcuno da solo nel momento del bisogno”) alle carte da gioco (dove l’asso rappresenta effettivamente il numero uno). E invece no: ci aiuta ancora Minosse, o meglio sua figlia, Arianna.

Conosciamo tutti la storia: Arianna si innamora di Teseo, lo aiuta ad orientarsi nel labirinto con il famoso filo, Teseo sconfigge il Minotauro, ritorna sui propri passi e porta via la sua salvatrice con sè da Creta (Teseo è greco) con la promessa di prenderla in moglie. Ma Teseo è tutt’altro che sincero con la povera Arianna: infatti ha già una moglie, non ricambia effettivamente l’amore per la ragazza, e appena può la abbandona.

Dopo aver fatto scalo su un’isola, riparte alla volta della Grecia senza di lei, e la lascia sola. L’isola si chiama Nasso, da cui deriva il “piantare in Nasso“. Ma quasi nessuno conosce la sperduta isoletta, e presto l’espressione scade in “piantare in asso”.

“Istrice”: un maiale con i capelli

L’istrice è un animale simile al riccio, ma più grosso e con aculei assai più robusti e lunghi. La parola “istrice” è un chiaro esempio di come le parole riflettano il modo in cui vediamo le cose: deriva dal greco ὖς (hüs, maiale) e θρὶξ (thrix, “capello”), e significa proprio “maiale coi capelli”! In effetti, anche il riccio viene, in alcune zone d’Italia, chiamato “porcospino“.

“cuoio” e “oscurità”: due parole, una radice

Avreste mai detto che due lessemi così diversi come “cuoio” e “oscurità” condividano la stessa origine etimologica? Eppure secondo alcuni studiosi è così. La radice indoeuropea “SKU” indica infatti “coprire“. Da qui l’etimologia di “cuoio”, che copre le interiora dell’animale, e “oscurità”, che “copre” la visibilità delle cose. Ed è l’origine anche di “scudo“, che ripara i guerrieri dai colpi degli avversari!

“Arte”: un’etimologia profonda

Arte deriva dalla radice indoeuropea “AR“, che significa “adattare“. Può sembrare strano, ma se ci si pensa bene è proprio così: ogni forma d’arte, nel suo senso più lato (cioè “mestiere“), è sempre un adattamento che l’uomo fa della natura e di ciò che lo circonda, a vantaggio della propria comodità, della propria forza, ma anche dell’efficacia nell’esprimere riflessioni e sentimenti (arte in senso culturale).

“Lieto”: un’origine insospettabile

“Lieto” in italiano vale “felice, spensierato”. È una parola dalla storia fortemente italica. In latino “laetum” ha lo stesso significato. Ma cosa c’è dietro? L’aggettivo nasce dal “laetamen“, che è proprio il letame, lo sterco animale.

Il motivo di questa incredibile storia è molto semplice: gli antichi romani nascono all’aggregazione di vari villaggi di contadini-guerrieri stanziati nel Lazio: la pastorizia e i prodotti della terra sono d’altra parte il marchio di fabbrica, ancora oggi, di noi italiani nel mondo. Ed è ovvio che se un antico coltivatore disponeva di tanto letame, non poteva che essere estremamente contento: se si ha tanto letame si ha sicuramente tanti animali, nonché tanto fertilizzante per coltivare.

È una parola che ci insegna quanto lo “sporcarsi le mani” coi lavori più duri e quotidiani e l’umiltà d’animo ci abituano l’uno a vivere a stretto contatto con la realtà, ad essere autonomi e quindi felici, e anche ad arricchirci, l’altra ad ascoltare e ad arricchirci spiritualmente di ciò che si incontra. D’altra parte, come canta De André “dai diamanti non nasce niente, dai letame nascono i fior”! 

 

 

 

 

 

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