La società distopica di Divergent

Il sistema politico-sociale dell’universo di “Divergent” è molto rigido: la città è circondata da delle mura, erette per proteggerla dagli attacchi esterni. Nessuno però sa inizialmente cosa accada realmente fuori, poiché la priorità è quella di mantenere la sicurezza e il benessere all’interno.

La comunità è strutturata in fazioni, ognuna delle quali è composta da individui geneticamente simili: ci sono gli Abneganti, i quali, essendo di natura altruista, possono accedere al governo della città. Contrapposti a loro ci sono gli Eruditi, molto intelligenti e autoritari. Sebbene occupino incarichi legati alla conoscenza e allo sviluppo, ritengono loro diritto quello di detenere il potere. Ci sono poi i Candidi e i Pacifici, le cui occupazioni sono rispettivamente la legge e i servizi sociali come coltivare la terra. I primi sono i più sinceri, mentre i secondi sono i più gentili. Infine ci sono gli Intrepidi, i coraggiosi protettori della città. Il processo di divisione in fazioni dei nuovi cittadini avviene intorno ai sedici anni e si basa sulla loro scelta: in seguito ad un test attitudinale che indica quale sia la fazione più consona per l’individuo, quest’ultimo può decidere se accettare il risultato proposto, cambiando eventualmente fazione, oppure se restare in quella in cui è nato insieme alla propria famiglia. Chi successivamente non riesce a superare l’iniziazione della propria fazione o rinuncia a farne parte, si unisce a un gruppo di Esclusi, destinati a vivere ai margini della città in condizioni di povertà. Se il test si rivela inconcludente si ha a che fare con un Divergente, un elemento da eliminare in quanto pericoloso per la sicurezza interna.

Analizzando bene questa impostazione sociale, si nota subito come le fazioni e tutto ciò che le compete siano determinate dalle caratteristiche interne degli individui che le compongono. Questa peculiarità può essere analizzata sia mediante la filosofia di Platone che mediante la sociobiologia.

Il filosofo greco Platone(fonte: scuola.net)

La Kallipolis di Platone

All’interno della “Repubblica“, uno dei dialoghi più celebri di Platone, è contenuta la teorizzazione della città-stato perfetta, la Kallipolis. La sua perfezione è dovuta al fatto che è essa stessa la massima concretizzazione della giustizia, tema trattato fin dall’inizio del primo libro. Riassumendo, i personaggi principali che discutono di questo argomento sono Socrate, i suoi allievi Trasimaco, Glaucone, Adimanto e Polemarco e il proprietario della casa Cefalo. Attraverso il primo si esprime l’autore, il quale espone la sua teoria tra il secondo e il quarto libro.

La città ideale è quella giusta, ma la giustizia può esser data solo se ogni componente interna esegue il suo compito e ne è felice. In base a cosa viene assegnato tale compito? Per Socrate solo la disposizione naturale dell’individuo può determinare il suo ruolo nella società e questa può essere svelata mediante una buona educazione. In poche parole, l’anima è tripartita: vi è una parte concupiscibile, una irascibile e una razionale. Da qui, la maggior presenza di una di queste parti nell’anima di un individuo ne determina appunto il ruolo nella società. Platone sostiene perciò che la struttura politico-sociale della città debba essere costruita in modo che rispecchi la struttura dell’anima. Deve anch’essa essere tripartita: il popolo sarà quindi composto dagli individui in cui prevale la parte concupiscibile, la cui virtù è la temperanza. Viene assegnato loro ogni mestiere che possa sostenere la città, come quello del contadino o dell’artigiano. Dovranno mantenere anche le altre due classi, i phylakes e i filosofi governanti, in modo da permettere loro di svolgere i propri compiti. Nei primi predomina la parte irascibile, mediante la quale risultano più coraggiosi ed atti a difendere la città da eventuali attacchi esterni e dissidi interni. Nei secondi, invece, predomina quella razionale: sono loro che detengono il potere, essendo più saggi e adatti a governare la città.

La giustizia scaturisce proprio da questa armonia, in quanto è proprio l’insieme delle virtù di ogni classe a determinarla. Platone costruisce la sua Kallipolis attraverso l’analogia città-anima. La società fantascientifica di “Divergent” è strutturata alla stessa maniera, ma non sembra che la giustizia si concretizzi. La teoria sociobiologica può chiarirne meglio il motivo.

L’entomologo Edward Osborne Wilson, fondatore della sociobiologia (fonte: thefamouspeople.com)

Il nostro comportamento è dettato dai geni

Un altro modo per inquadrare la società dell’universo di “Divergent” è attraverso gli occhi della sociobiologia, fondata da Edward Osborne Wilson negli anni ’70 del XX secolo. Questa disciplina nasce dall’esigenza di dare una spiegazione più ‘scientifica’ al comportamento sociale dell’uomo e degli animali. Nella tradizione, infatti, si è sempre ritenuto che la mente determinasse automaticamente l’etica, senza l’ausilio di una spiegazione fisiologica. Solo in seguito allo sviluppo del positivismo e dell’evoluzionismo, tra il XIX e il XX secolo, nasce la teoria secondo la quale un fenomeno complesso come l’etica possa essere spiegata biologicamente. Secondo questa nuova scienza, ogni individuo animale non è altro che un agglomerato di geni che ne condizionano il comportamento, i quali sono frutto di una lenta e rigida selezione naturale. In altre parole, l’evoluzione ha determinato il comportamento, eliminando progressivamente gli individui meno adatti di ogni specie. Questa teoria è frutto di un analisi sperimentale: nasce infatti dall’osservazione di determinati animali, tra i quali nella maggior parte dei casi chi ha un atteggiamento più egoista risulta più avvantaggiato, poiché, sopravvivendo, garantisce la diffusione del proprio patrimonio genetico.

Il caso di “Divergent” è particolare: la selezione è artificiale, in quanto sono gli umani che decidono quali individui possano accedere a determinati ruoli sociali e, addirittura, quali individui possano vivere oppure no, tutto in base all’attitudine. La sopravvivenza si è ridotta a questo, la natura non ha più il controllo sull’evoluzione. Ma non può funzionare: il processo naturale funziona perché è molto lungo ed è lungo perché è probabilistico. Anche l’individuo meno adatto può sopravvivere se è fortunato, aumentando il tempo che serve all’evoluzione per selezionare i più confacenti ad un ambiente e rendendola più efficace. Gli uomini invece sono più arbitrari: decidono chi può vivere e chi invece no, eliminando sistematicamente i secondi. Questo rende più veloce la selezione, ma ha delle conseguenze, come la ribellione degli Eruditi nella saga.

Niccolò Martini

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