La ricerca della bellezza tra incanto e disperazione

Solitamente quando si pensa alla bellezza si tende ad associarla a quella visiva, alla bellezza che, oggettivamente, ognuno può percepire e constatare come una forma concreta. Tuttavia, il concetto di bellezza va oltre la sostanza di quest’ultima e l’autentica essenza del bello va ricercata al di là dei canoni estetici imposti dalla società.

Si è abituati a pensare all’armonia come a qualcosa che luccica, che brilla e che risulta, in qualche modo, piacevole agli occhi di chi la sta guardando. Il vero incanto, però, porta dentro di sé un concetto del tutto contrario: la bellezza nasce dall’oscurità e si rivela tramite questo fondo oscuro che la caratterizza. Potremmo definire quella che noi, uomini di una società estremamente moderna, chiamiamo comunemente “bellezza” come semplice “apparenza”.

Fëdor Dostoevskij

La bellezza salverà il mondo?

La bellezza salverà il mondo”: frase ormai divenuta celebre, tratta dal romanzo “L’idiota” di Fëdor Dostoevskij, autore e filosofo russo. La citazione è ultra utilizzata nelle circostanze più disparate: è diventato un vero e proprio slogan pubblicitario, un motto capitalistico utilizzato a sproposito e, spesso e volentieri, completamente estrapolato dal suo contesto originario. Di che bellezza parlava Dostoevskij? Di certo non avrebbe mai immaginato che questa frase sarebbe stata sulla bocca di tutti coloro che si fanno promotori di ideali estetici contemporanei e, sicuramente, il suo obiettivo non era quello di creare un luogo comune utilizzato ora in modo totalmente casuale da chiunque voglia parlare di bellezza in senso generico. La bellezza a cui Dostoevskij faceva riferimento è un’anima viva ed intrepida, non una condizione estatica e alienata nei confronti di qualcosa di immobile e irrealisticamente perfetto. La bellezza dostoevskijana è un concetto universale, quindi non solo applicabile a poche cose socialmente accettate in un determinato periodo storico: è una concezione che va oltre ogni tipologia di bellezza venduta nella società contemporanea. Bellezza è essenza che scaturisce dalle tenebre: è un punto d’incontro tra la verità cruda e la sofferenza, è uno strumento mediante il quale comprendere le difformità del reale e contemplare il dolore spogliato di ogni maschera. La bellezza prende le forme di un’entità costantemente in moto, che vortica e si agita: è turbolenta, non è una sensazione di completo benessere e di eterna pace. Al contrario, è una sensazione angosciante che stringe lo stomaco: è sentirsi mossi interiormente da qualcosa che afferra, stringe sempre più forte e non molla la presa. La bellezza è un enigma doloroso e abbandonarsi al bisogno di collegarsi con la realtà dannata ed oscura che caratterizza l’esistenza umana è il punto focale della salvezza di cui parlava Dostoevskij.

Charles Baudelaire

L’inno alla bellezza di Baudelaire

“Venga tu dall’inferno o dal cielo, che importa,
Bellezza, mostro immane, mostro candido e fosco,
se il tuo piede, il tuo sguardo, il tuo riso la porta
m’aprono a un Infinito che amo e non conosco?
Arcangelo o Sirena, da Satana o da Dio,
che importa, se tu, o fata dagli occhi di velluto,
luce, profumo, musica, unico bene mio,
rendi più dolce il mondo, meno triste il minuto?”
(“Inno alla bellezza”, Charles Baudelaire)

Charles Baudelaire immagina la bellezza come un’anima suprema, una specie di mostro custode di qualche area celeste o infernale. Egli invoca Bellezza come se fosse una divinità, senza sapere se appartenga all’oltretomba o al regno di Dio. Al di là di questo, la invoca perché sente di averne bisogno nei momenti di totale tristezza e disperazione. Bellezza è caducità, uno schermo, un filtro che Baudelaire pone davanti alla sua realtà e alle sensazioni vive e spesso dolorose che non riesce a sopportare. È un medicinale forte ed intenso che stordisce e dona tranquillità, per un minuto annulla ogni tristezza e malessere ed eleva l’individuo ad uno stato estatico. Bellezza, conseguentemente, è una stupida illusione. La bellezza estraniata e inebriante è come una potente droga che stona la mente per un effimero attimo per poi riportarla allo stato precedente, come se nulla fosse successo. Da qui ne deriva l’amara consapevolezza che la bellezza non è altro che la voce del peccato, della verità aspra e dolorosa che riguarda la condizione umana. L’uomo ricerca disperatamente qualche forma di armonia, la brama per poter sfuggire, almeno per qualche secondo, alla corruzione della sua situazione e alla consapevolezza della sua dannazione. La bellezza, perciò, è contaminata dalle bramosie dell’uomo che cerca di afferrarla con le sue mani sporche unicamente per poter ricevere qualche misero minuto di ingannevole felicità. Baudelaire comprende e possiede dentro di sé la consapevolezza della dicotomia che esiste fra lo “spleen” e l’immagine di una bellezza ideale, incontaminata dalla corruzione e dalle brutture reali. Lo spleen è comunemente definito come “umore nero”, comprende nel significato della parola una serie di sensazioni legate all’angoscia, all’inquietudine, alla malinconia; rappresenta la realtà oscura in cui vive Baudelaire e dalla quale egli cerca di evadere ricorrendo ad espedienti illusori che, successivamente, non fanno altro che ricondurlo ad uno stato di inerzia ed inettitudine. La sofferenza nasce proprio nella sottile linea differenziale che intercorre tra l’ideale integro e puro dell’armonia e la sua effettiva forma irregolare, contaminata dal dolore intenso e trasfigurata dalla malinconia umana. Sofferenza che si genera dall’incapacità umana di non saper valorizzare e apprezzare l’autenticità della bellezza e dell’armonia reale, quella forgiata di sofferenza e di lacrime, di sangue e di urla. È qui che risiede la vera essenza della bellezza: nel comprendere nella sua forma la coesistenza di incanto e disperazione.

Giorgia Pizzillo

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