Il Superuovo

La retorica del “post”: perché “post-moderno” e “post-ideologico” non significano nulla

La retorica del “post”: perché “post-moderno” e “post-ideologico” non significano nulla

Sentiamo continuamente parlare di post-ideologico e di post-moderno, e accettiamo questa definizione senza remore. Noi giovani, probabilmente, siamo anche affascinati da questo modo di definire la nostra società: ci dà l’impressione di aver “rotto il cordone ombelicale” con la società dei nostri genitori. Tuttavia urge una domanda – la stessa che si è posto Kant in altra sede – per capire se effettivamente ci sono i presupposti per parlare di post-ideologico e post-moderno : “quid juris?” :“perché siamo legittimati a usare queste espressioni?”

Partiamo dall’inizio e cerchiamo di far chiarezza sui termini perché, sebbene sembrino parenti, post-ideologico e post-moderno condividono solo problemi teoretici. Se il concetto di post-moderno nasce negli anni 60-70, quello di post-ideologico non può nascere prima del 1989 per ovvi motivi. Cerchiamo adesso di capire analiticamente cosa si intende per post-moderno prima e per post-ideologico dopo, e vediamo se la loro definizione è giustificata.

Definire il post-moderno non è semplice. Possiamo prendere in prestito da Gramsci il concetto di blocco storico e affermare che il post-moderno è il blocco storico nel quale il capitalismo giunto a maturità sul piano strutturale riesce anche ad imporre la propria egemonia sulla superstruttura. I presupposti del liberal-capitalismo sono stati spinti alle loro estreme conseguenze, hanno retto all’urto della crisi del ’29 e del socialismo realizzato: si può affermare che nella società occidentale, il post-moderno si configura come totale affermazione del capitalismo in actu.

Il post-ideologico sembra più facile da definire, ci è più vicino nel tempo, ma è in realtà teoreticamente più complesso. Esso prende le mosse dalla caduta del muro di Berlino, ma ci mette un po’ più di tempo ad affermarsi. Esso ha fondamentalmente due momenti: il primo è negativo, nel quale le forze politiche tendono al centro (da sinistra a centro-sinistra, da partito comunista a partito democratico della sinistra). Il secondo momento è invece positivo, attivo: nascono effettivamente delle forze politiche che si dichiarano post-ideologiche, non hanno problemi a mischiare nei programmi elettorali elementi di destra e di sinistra. Ciò ovviamente ha anche il suo presupposto strutturale: la caduta del muro di Berlino è un evento simbolico, quello che conta è la soppressione di ogni alternativa al liberal-capitalismo post-moderno e globalizzato.

Possiamo dunque affermare che il post-moderno sia comunque conditio sine qua non del post-ideologico.

Nel nostro discorso ci sono tuttavia delle falle, comuni al post-moderno e al post-ideologico. Abbiamo definito il post-moderno fondamentalmente come il tempo della maturazione del capitalismo, eppure il “post” appare come un elemento di frattura, come se vi fosse stata una cesura tra moderno e post-moderno. La cesura, a dirla tutta, è difficilmente individuabile. Il post-moderno è uno sviluppo, un ingrandimento, una globalizzazione delle premesse della modernità. La produzione capitalistica si è espansa a livello globale: essa domina lo spazio mondiale in maniera ancora più feroce di prima: prova di questa tendenza economica è che l’erede del liberismo non è il post-liberismo, ma il neoliberismo. La forma di governo del tempo è inoltre rimasta illuminista negli ultimi cinquant’anni: può essere illuminante da questo punto di vista sviluppare la tesi di Reinhart Koselleck, secondo il quale l’epoca in cui ci troviamo è l’epoca del “futuro passato”. La nostra concezione lineare del tempo si è talmente accentuata che il futuro non è più un fine o un tempo in cui realizzare degli ideali, esso diventa tappa da bruciare e sfugge alle nostre spalle, facendoci vivere alla fine un post-presente attraverso il quale ci è più facile pensare con le categorie di post-ideologico e post-moderno.

Il post-ideologico, il grande attore della nostra politica recente, è, dispiace dirlo, autocontraddittorio.  Se il post-moderno si configura in realtà come un “iper-moderno”, nel quale l’ideologia liberal-capitalistica è giunta a maturità e domina sul piano strutturale e sovrastrutturale, allora parlare di post-ideologico è una contraddizione in termini: non sono finite le ideologie, ne è rimasta una sola.

Nel momento in cui il liberal-capitalismo è divenuto l’unica ideologia, esso non ha smesso di essere tale: è anzi divenuto una iper-ideologia. Esso infatti è divenuto l’ens perfectissimum delle ideologie: è esteso a livello globale, è apparentemente insostituibile e, per dirla con Gramsci, l’ideologia neoliberale è anche diventata senso comune.

Concludendo, non solo non si può affermare di vivere in una società post-moderna o post-ideologica, ma queste espressioni sono dei significanti senza significato, che occultano da un lato l’iper-modernità capitalistica della produzione, che pone la struttura, e dall’altro l’iper-ideologia del liberal-capitalismo, che nella sua forma oggettivata di società del consumo e di massa, divenuta senso comune, pone la sovrastruttura.

 

Giuseppe De Ruvo

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