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La psicosi: una prospettiva fenomenologica del mondo interno

La psicosi: una prospettiva fenomenologica del mondo interno

La psicosi, storicamente associata a disturbi quali schizofrenia e psicosi maniaco-depressiva, è una condizione di sofferenza avvolta tuttora da un alone di fascino e mistificazione. Le sue molteplici possibilità di manifestarsi, all’interno dell’infinita variabilità umana, vanno dal più impermeabile stato di ritiro alla più florida produzione di immagini, percezioni e pensieri totalmente fantasticata. La tradizione psichiatrica ha da sempre distinto questa forma di psicopatologia in differenti sottotipi, sulla base di una differenziazione in termini sintomatologici.

Ma la domanda che spesso incuriosisce, attrae e talvolta spaventa gli addetti ai lavori – e non – è: come ci si sente a essere il protagonista di un mondo che gli altri non vedono? Ci si sente davvero i personaggi principali di una pellicola? Il confine è spesso sottile, in quanto già da tempo la ricerca ha dimostrato che la sofferenza si manifesta in diversi gradi di profondità e pervasività: è un gradiente, una serie infinita di sfumature, risultante della miscela tra vissuto soggettivo e comportamento. Qui si proverà a descrivere il mondo interno di queste persone, esplorando le emozioni che possono caratterizzare la loro esperienza quotidiana.

immagine di @someonecalledruben – tocca per visualizzare su Instagram

 

Una prospettiva ricca e decisamente affascinante, utile a comprendere l’universo delle psicosi, è quella fenomenologica. Secondo la tradizione della psicopatologia fenomenologica, l’area in cui vi sono più difficoltà in caso di organizzazione (una modalità più o meno stabile di percepire se stessi, l’altro e l’ambiente) o sintomatologia (ciò che è direttamente osservabile) psicotica è quella della coscienza pre-riflessiva. La coscienza pre-riflessiva è ciò che si attiva senza un pensiero consapevole, basata su schemi corporei e impliciti, conditio sine qua non per lo sviluppo di una coscienza di sé riflessiva. Questi sono i pilastri per il costituirsi del Sé narrativo, ovvero la possibilità di percepirsi in modo continuo rispetto a una propria storia personale: questo permette l’integrazione delle esperienze, dolorose o felici che siano, all’interno di un racconto in cui noi siamo i protagonisti.

Stanghellini (2009) spiega la schizofrenia come un “disturbo della coscienza di sé” e, più precisamente, una condizione in cui la coscienza pre-riflessiva è depotenziata, mentre quella riflessiva è invece accentuata. Ciò rende espliciti dei pensieri solitamente sotterranei. A ciò si aggiunge la perdita del confine, ovvero ciò che ci differenzia dal mondo esterno, con la demarcazione tra Io e non-Io che risulta sfilacciata, sfibrata.

A questo fiume in piena di accompagna un profondo dubbio legato alla propria esistenza, una sorta di perenne dilemma rispetto al proprio essere al mondo, che Laing (1965) definisce “insicurezza ontologica”. La sofferenza dei pazienti schizofrenici viene concettualizzata come l’alterazione della coscienza pre-riflessiva, che si associa a profonde modificazioni dei caratteri fondamentali della coscienza fenomenica.

In primo luogo, si perde la trasparenza delle rappresentazioni, ovvero la capacità di vedere attraverso di esse lasciandole su un piano implicito: la mancata riuscita in questo compito esita in una percezione della realtà come irreale e prodotta dallo stesso Sé che la registra e ne recepisce gli stimoli. Al contempo, si perde la prospettiva dall’interno e si amplifica una percezione di sé dall’esterno, con conseguenti vissuti di estraneità e rappresentazioni che divengono concrete e tangibili agli occhi di chi soffre così tanto.

Un secondo carattere della coscienza fenomenica è l’essere prospettico dell’esperienza stessa, cioè la capacità di comprendere che ogni esperienza è prodotta o vissuta da un soggetto vivo e incarnato, in quel luogo e in quel momento: la perdita di questo sentire determina nuovamente un senso di estraneità e il noto vissuto di vivere la vita in terza persona.

Il terzo punto è il senso di essere presente, incarnato appunto, con un corpo in mezzo al mondo. L’alterazione di questa parte della coscienza consegue in una generale assenza di contatto con il sé corporeo, come se fosse uno “spirito disincarnato”, nonché del “sentimento implicito di essere in contatto con se stessi”.

Per quanto riguarda i nuclei e le manifestazioni psicotiche delle patologie in cui l’umore assume maggior rilievo rispetto alla disorganizzazione del pensiero, sembrano implicare l’alterazione di livelli di coscienza differenti. La condizione maniaco-depressiva, ad esempio, si caratterizza per l’arresto della “dialettica, interna all’essere-se-stessi, tra sé e altro-da-sé” (Ricoeur, 1984). La tensione dialettica, ovvero di dialogo interiore e implicito, tra le proprie identità: una che rimane perlopiù invariata nel tempo e l’altra che si dà la possibilità di modificarsi e cambiare in termini di evoluzione esistenziale.

La contrapposizione di queste identità dovrebbe prevedere un’integrazione tra le parti, integrazione che nella condizione depressiva grave non si verifica. Il motivo sarebbe il terrore di essere annichiliti, annientati dalla prospettiva dell’altro-da-sé, di ciò che è estraneo o percepito in quanto tale dal soggetto. La conseguenza è il preferire la sicurezza di un’identità congelata e circoscritta, quasi concretizzata, incapace di integrare la novità nella propria identità narrativa.

L’impatto con il paziente grave è diverso da qualunque altra forma di sofferenza: la sensazione di angoscia esistenziale che si prova è un possibile specchio del terrore che queste persone sperimentano, più o meno consapevolmente, ogni giorno. La loro accuratezza nel sintonizzarsi emotivamente con l’altro è un chiaro esempio della diffusione della loro identità e della difficoltà a mantenere un confine: spesso esita in una chiusura impermeabile e al contempo fluida, come un mantello che li avvolge in un’ideazione talvolta bizzarra, talvolta tanto concreta e reale da sconvolgere.

Accostarsi con tatto, cura, pazienza e rispetto risulta fondamentale. Essere in contatto con aspetti di sé profondi e primitivi, elicitati dal contatto con queste persone, spesso non basta: bisogna essere disposti a farci i conti, a metterli sul tavolo parlandone con onestà. Per questo concludo riportando la frase di un libro che, a mio avviso, si applica agli outlier, siano essi geni o folli, comunque straordinari.

“I numeri primi sono divisibili soltanto per uno e per se stessi. Se ne stanno al loro posto nell’infinita serie dei numeri naturali, schiacciati come tutti fra due, ma un passo più in là rispetto agli altri.” Paolo Giordano, La solitudine dei numeri primi.

Fiorenzo Dolci

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