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La principessa Mononoke: Miyazaki e Pascoli sono sulla stessa linea di pensiero?

La principessa Mononoke: Miyazaki e Pascoli sono sulla stessa linea di pensiero?

La favola dello studio Ghibli, La principessa Mononoke, non nasconde il suo intento didascalico. Il film d’animazione del 1997  non si allontana della visione “naturalista” del nostro poeta Giovanni Pascoli. Vediamo perché.

Il film d’animazione La principessa Mononoke di Hayao Miyazaki è una storia tutta da scoprire. La peculiarità delle sue storie passa dall’attenzione ai dettagli alla simbologia che si cela dietro le immagini più semplici. Non si tratta solo di uno scontro uomo-natura, ma del raggiungimento alla consapevolezza di noi esseri umani di far parte di un tutto che non possiamo sperare di governare. Emerge un ideale di natura molto vicino alla poesia decadente di Giovanni Pascoli, che ammira la natura e il suo ordine con occhi colmi di meraviglia e stupore fanciullesco.

La Principessa Mononoke: la trama

Il film d’animazione datato 1997 è stato da pochi mesi riproposto agli utenti Netflix non con poco successo. Dopo più di 10 anni dalla sua prima uscita, questa storia ancora lascia gli spettatori ammaliati con il suo linguaggio dal tono quasi epico. La storia ha come protagonista Ashitaka, un guerriero del villaggio Emishi, che al fine di salvare il suo villaggio dalla furia di un nume cinghiale viene colpito da una maledizione. Quest’ultima lo condannerà a morte certa e, per evitare che il villaggio perisca con lui, partirà alla volta dell’ovest sulle orme del nume, per cercare la cura al maleficio. Ashitaka incontrerà un monaco errante che gli consiglierà di proseguire ancora il suo cammino alla ricerca di uno “spirito della foresta” che avrebbe potuto guarirlo. Durante quel viaggio vedrà per la prima volta la principessa spettro (la principessa Mononoke), una giovane donna allevata dai lupi e chiamata da questi San. Ashitaka proverà a conquistare la fiducia della principessa e nel frattempo comprenderà le radici della maledizione che lo aveva colpito: la Città del Ferro. La padrona di quest’ultima, la signora Eboshi, per raggiungere il potere, armata di archibugi, tenterà di prendere possesso della foresta distruggendo a poco a poco gli ordini naturali che la tenevano in vita. Si scoprirà che lo spirito della foresta che Ashitaka cercava, era desiderio di molti perché con la sua testa avrebbero potuto ottenere l’immortalità. Questo spirito, chiamato Dio Bestia, detiene l’ordine delle cose e la natura in vita, distruggerlo porterebbe a caos e morte. Ashitaka al fianco di San, combatterà con tutti gli spiriti della foresta per proteggere la natura dalle forze distruttive dell’uomo, ormai troppo egoista e assetato di potere.

Alcune immagini significative

Prima immagine interessante risiede proprio nella figura del dio cinghiale, all’inizio della vicenda. Questo nume furibondo diventa tale a seguito del colpo inflittogli con un archibugio. Tutto il rancore e il dolore verso quel gesto ingiusto, prendono le forme di una sostanza scura che che ricopre la pallottola e avvolgerà l’animale. L’ingiustizia innaturale ricevuta prende le sembianze del caos, diventando forza distruttiva capace di diffondersi come un’epidemia. Di notevole importanza è la stessa macchia maledetta sul braccio di Ashitaka: egli può servirsi del suo oscuro potere, ma tutte le volte che ne fa uso essa si diffonde ancora, riducendo la durata del tempo che gli resta. Ciò potrebbe proprio simboleggiare quanto il male appartenga a noi stessi e quanta forza morale è necessaria per riuscire a scinderlo dalle nostre azioni.

Curiosa è anche la forma del Dio Bestia, quasi interamente cervo ma con il volto umano che potrebbe proprio simboleggiare l’unione inscindibile tra uomini e animali. Di notte il protettore della foresta prende le sembianze di uno spirito gigantesco capace di avvolgere tutte le cose, fluido e luminoso, riporta costantemente l’ordine della natura, la salute, la vita e anche la morte. Quando questi verrà privato del proprio capo dalla signora Eboshi, si scatenerà distruzione: da spirito luminoso e florido, diverrà scuro e melmoso, capace di distruggere qualunque forma di vita entri in suo contatto. La morale della favola potrebbe risiedere proprio in questo momento, in cui può essere compreso che non si sta parlando di uno scontro Uomo-natura, ma di qualcosa di più profondo. In questa profondità navighiamo fino al pensiero pascoliano, poiché egli già ci invitò ad una più attenta riflessione sul nostro legame con la natura.

L’uomo parte integrante della natura

Con tanta suggestione e simbologia, Pascoli scrive i componimenti presenti in Myricae (1891) in cui la realtà da lui descritta non è completamente oggettiva, bensì allude ad una ignota ed inafferrabile, generatrice di fascino e inquietudine insieme (sentimenti che proverà lo stesso Ashitaka alla visione del dio bestia). La natura pascoliana supera l’idillio della natura bucolica Virgiliana, in cui vi si può trovare pace e serenità con la sua meraviglia. Pascoli designa questa come una madre, in senso totalizzante, dolce e previdente che riesce a rasserenare con i suoi cicli, il suo ordine la sua vita e la morte.

“[…]che ci culli e addormenti. Oh! lasciamo fare a lei, che sa quello che fa, e ci vuol bene.”

G.Pascoli – Myricae, Prefazione

Un organismo vitale dal quale Pascoli riesce a trarne l’intuizione e la scoperta, con gli occhi del fanciullo, raccontandole in poesia.  Il lavoro agreste appare quasi come un momento liturgico compiuto dagli uomini, che non dovrebbero badare al potere supremo sui loro simili o sulla natura stessa. Non è forse questo l’errore della signora Eboshi? Pur di arrivare all’immortalità non ha pensato ad alcuna conseguenza e tale messaggio collima con quello che Pascoli cercò di trasmettere con la sua idea di società. Questa infatti si basava su una conciliazione fraterna di tutta l’umanità (anche con l’abolizione delle classi sociali) e sull’accettazione di essere, al di là di ogni religione, parte di un tutto composto da un proprio ordine che non può essere controllato da noi. Pascoli e la fiaba nipponica, in due momenti e contesti diversi, sembra ci stiano invitando ancora a rispettare quell’ordine naturale del quale noi facciamo parte, lontani dalla sete di potere e vicini al rispetto del mondo che ci accoglie.

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