La morte di George Floyd ha riacceso le discriminazioni razziali negli Usa?

Le immagini dell’arresto di George Floyd hanno fatto il giro del mondo, dando vita a numerosi dibattiti sui social: la discriminazione razziale negli Usa è ancora un tema attuale?

Particolarmente diffuso è stato l’hashtag “I can’t breathe” che si è diffuso in pochissime ore su tutte i social. Si tratta delle ultime parole di George Floyd, prununciate invano prima della morte.

Cosa è realmente accaduto?

Ha fatto molto discutere il caso di George Floyd, l’uomo ammazzato da un ufficiale della polizia che, dopo averlo fatto scendere dalla sua automobile per la sospetta assunzione di sostanze stupefacenti, ha continuato a premergli il ginocchio sulla testa, in modo letale per nove interminabili minuti, fino a causare il suo decesso. Floyd si è trovato così in serie difficoltà, implorando ivano l’agente di polizia di poter respirare.

Nelle ultime ora però, è stata svvolta l’autopsia, che riporta come in reltà non ci siano stati  gli elementi fisici che supportano una diagnosi di asfissia traumatica o di strangolamento. Tutto ciò ha contribuito ad alimentare maggiormente le polemiche atttorno a questo episodio, già ampiamente contestato negli Usa. Molti vip, tra cui Madonna e Rihanna, solo per citarne alcuni dei numerosi, si sono schierati dalla parte di George, esprimendo solidarietà nei sui confronti. La stessa solidarietà è stata espressa dalla communiuty del social network Tik Tok che ha dedicato moltissimi video per esprimere vicinanza, anche alla famiglia di George. La stessa famiglia ha rifiutato il verdetto dell’autopisa, chiedendo lo svolgimento di una più approfondita indagine, che dovrebbe far emergere la verità. Il verdetto afferma però che l’essere stato bloccato dalla polizia sia stato solo uno dei tre effetti messi in evidenza. Le altre due cause sono rappresentate delle sue patologie pregresse come coronaropatia e ipertensione, e da qualche potenziale sostanza intossicante , che ha probabilmente contribuito alla sua morte”. La famiglia ha espresso diffidenza da tutto ciò che arriva dal dipartimento di polizia di Minneapolis.

Si tratta dell’unico caso di razzismo negli USA?

Certamente no, fenomeni di questo tipo sono all’ordine del giorno purtroppo. La polizia interviene in maniera troppo violenta, specialmente nei confronti di persone di colore, ma non solo. Non si tratta dell’unica uccisione di un afroamericano da pare della polizia a essere sospettata di razzismo: il 27 maggio, un uomo trans di colore è stato sparato a Tallahassee, in Florida, perché sospettato di un accoltellamento. La tendenza della polizia americana è quella di fare giustizia immediatemente, senza dare la possibilità di affrontare un processo, privando della vita troppo facilmente. Proprio il diritto alla vita è uno dei punti principali della costituzione americana del 1787, ed a maggior ragione oggi dovrebbe esserlo ancora di più. Nessun uomo può essere degno di stabilire chi merita di vivere e chi no. Moltissime battaglie fin dall’antichità sono state combattute per abolire la pena di morte.

In Italia per esempio, già durante il periodo dell’illuminismo Cesare Beccaria è stato un punrto di riferimento con la sua opera, Dei delitti e delle pene, destinata a rivoluzionare completamente il concetto stesso di pena, rimasto sempre invariato dal Medioevo, e che ha notevolmentecontribuito alla formazione moderne democrazie, che dovrebbero tutelare maggiormente i cittadini rispetto al passato.

Origini del fenomeno e lotte per l’emancipazione

Il razzismo ”occidentale” affonda le proprie radici in tempi molto lontani, poichè la discriminazione dei neri costituiva un elemento essenziale dell’ideologia razzista, che già stava trovando sviluppo nel corso del XVII e XVIII secolo. Le maggiori potenze coloniali europeerendevano leggittima la schiavitù, appellandosi a riferimenti religiosi. Essi facevano leva sull’arretratezza dei neria livello  morale,culturale e fisico. Nelle colonie europee i bianchi sfruttavano il lavoro degli schiavi in modo sistematico. Negli Stati meridionali degli Stati Uniti e in Sudafrica s’instaurò il regime dell’apartheid, ovvero la segregazione razziale sancita per legge tra gruppi di persone in tutti gli ambiti della vita. Per molti anni negli Usa uomini bianchi e di colore non si sono potuti sedere affianco sullo stesso autobus. Negli Stati Uniti l’apartheid è stata abolita alla fine degli anni 1960 e in Sudafrica agli inizi degli anni 1990.

Figure chiave sono state M.L.King e Mandela, che per anni si sono battuti per rendere la società libera da distinzioni di razza. Il sogno sarebbe che persone come loro non fossero state necessarie: che nessuno avesse dovuto intraprendere un movimento per liberare il proprio paese colonia di un impero straniero né lottare per affermare diritti inalienabili che venivano negati solo su base di una odiosa discriminazione razziale. Ma queste due persone, insieme a Ghandi, si sono battute per anni con lo scopo di garantire un diritto comune, la libertà, in tutte le sue forme ed espressioni.

Uno strumento che ha ha avviato la lotta per l’emancipazione è stato anche il rap. Questo genere musicale, derivato dall’Hip-Pop ha permesso di esprimere la propria condizione di disagio e difficoltà. Il rap è un potente mezzo di comunicazione, perché incorpora un’attitudine “storytelling” adeguata alla società moderna.

In conclusione di tutto, si parla di «profiling razziale» quando una persona viene controllata dalle forze di polizia, dai servizi di sicurezza o dagli agenti doganali senza un sospetto concreto, vale a dire unicamente per motivi riconducibili al colore della pelle; i neri sono sovente oggetto di questo tipo di controlli.

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