La mutevolezza dell’amore spiegata da Kierkegaard e le affinità elettive di Goethe

Considerazioni sul mutare del sentimento amoroso attraverso l’opera di Johann Wolfgang von Goethe “Le affinità elettive”, e la filosofia Kierkeegardiana sul maggiore dei sentimenti.

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Costante della natura umana è la sua mutevolezza, così come è mutevole il mondo che ci circonda. Il riscontro più efficiente a tale condizione è la capacità di adattamento, il saper mutare efficientemente in concomitanza con il contesto che viviamo. E delle cose tutte anche l’amore è vittima della variabilità alla quale tutto è sottoposto, il cambiamento di uno dei due amanti, della vita che si prospetta, o dell’amore stesso. E’ mio interesse in questa sede andare ad analizzare, sotto la lente d’ingrandimento della filosofia, le differenti condizioni che si presentano in tale contesto.

Le affinità elettive

Le affinità elettive è un romanzo di Johann Goethe, pubblicato per la prima volta nel 1809 ed arrivato in Italia solo trent’anni dopo. L’opera si apre con quello che potrebbe sembrare un semplice esercizio di prosa, lunghe e dettagliate descrizioni della vita mondana di Edoardo e Carlotta, due sposi che nonostante le avversità della vita riescono a convolare a nozze, riprendendo il loro amore giovanile, ormai vedovi delle loro forzate e passate coniugazioni. L’esercizio stilistico dello scrittore termina quando la perfetta e tranquilla vita dei due, o almeno così parvente, viene interrotta dall’arrivo di due nuovo personaggio alla loro tenuta: Il Capitano, grande amico di Edoardo caduto però in disgrazia, e Ottilia, nipote di Carlotta. In quello che è il gioco di chimica, dalla quale prende il titolo il romanzo, vengono aggiunti due elementi non ordinari ai già presenti elementi A e B, sconvolgendone gli equilibri. Nonostante il grande amore presente tra le due parti A e B, i due si ritroveranno rispettivamente invaghiti delle nuove aggiunte alla tenuta, avviando una serie di difficoltose situazioni, seppur mai sfociando nell’adulterio. L’opera terminerà con la morte prima d’Ottilia, la quale si lascerà morire per la colpa d’aver amato un uomo sposato, e poi d’Edoardo, morto a sua volte per il dolore d’aver perso la persona amata.

La mutevolezza dell’amore

Dovendo scegliere uno degli stadi dell’esistenza Kierkegaardiani da accostare all’amore, la scelta probabilmente verterebbe su quello estetico, seppur con qualche riserva che tratteremo a breve. Lo stadio estetico di Soren Kierkegaard, filosofo esistenzialista di Copenhagen, consiste in brevi termini in una condizione di totale libertà decisionale, che a fronte delle infinite possibilità  porta allo sceglire solo ed esclusivamente tramite il proprio attuale sentire. Che questa sia condizione essenziale della passione amorosa è chiaro, ma che non sia sufficiente, è assodato. D’ogni cosa che miri a perdurare nel tempo, è necessario affinare e modellare sulla base degli attori in scena ogni sua condizione. All’imprevedibilità del mutare umano negli interessi e nella forma degli stessi, è logico rispondere con la fondatezza delle proprie idee, della propria integrità e delle proprie priorità. Il mutare dell’uomo è tendenzialmente consequente al mutare del contesto che vive, paradossalmente a sua volta mutante a causa dell’uomo, ed è proprio a questa tendenza che mi sento di dire che una qualunque cosa per cambiare nella sua essenza necessita d’un punto di partenza, il quale non viene in nessun modo cancellato con il venire del nuovo, ma, per l’appunto, cambiato.

L’essenza del volere nel suo mutare

 

Per poter passare da uno stadio a quello successivo, bisogna chiaramente prima appartenere ad uno di essi. Nel vivere più originale raramente un qualcosa, un momento, un modo d’essere, viene cancellato. E’ molto più plausibile che un qualcosa venga momentaneamente messo da parte per far sì che qualcosa di nuovo, e magari momentaneamente più adatto, prenda il suo posto. Il crescere d’ognuno si potrebbe facilmente paragonare ad una serie di tasselli, i quali attraverso le esperienze vengono spostati o aggiunti, uno sull’altro, che progressivamente tendono a definire quel che si è giorno per giorno, aggiungendo e mai rimuovendo. Ognuno nella sua vita si è confrontato con novità e totali rivoluzioni del suo modo d’essere, ma proprio così ognuno se adeguatamente interloquito potrà rispondere che tali rivoluzioni circolano in senso ellittico attorno quella che è sempre la stessa base. L’uomo non cambia, l’uomo s’adatta, si diversifica, aggiunge esperienze alle sue esperienze, ma mai in via negativa, mai nel senso di “togliere”. E nella natura umana d’aggiungere l’amore, così come tutto su questo mondo, trova il suo degno sfondo, e segue alla perfezione tali ragionamenti. L’amore non è un dono, non è una condizione che una volta creata pone le sue basi e resta immane in tali condizioni, l’amore è cambiamento, l’amore è adattamento. L’amore segue la vita così come si presenta, e la segue nei suoi cambiamenti, la segue nel proseguire del rapporto attraverso il mutare d’ognuna delle parti, e si adatta, e vive di tale adattamento. Amare non è una forza data che resta fissa e segue in disparte il cambiamento degli amanti, l’amore è anzi il cambiamento degli stessi, che attraverso esso devono crescere e far crescere lo stesso, perché amare significa migliorarsi e migliorarsi significa amare. Perché un’amore nasca è necessaria la chimica, ma affinché questo segua la sua natura immortale è necessaria la fisica, e che l’uomo al più presto all’innamorarsi accosti l’imparare ad amare, perché troppo spesso il cuore s’aspetta d’amare per tempi che la ragione non prevede.

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