La morte è necessaria alla vita? Heidegger e Vikings hanno la risposta!

E se fosse la morte, la salvezza della vita? La nostra finitudine è il cosmo che permette le costellazioni delle nostre imprese.

 

Attraverso Vikings, serie ambientata durante l’espansione vichinga, scopriremo i tratti essenziali della filosofia Heideggeriana, per poi ricondurli alla mentalità norrena, tipicamente mistica e fatalista.

 

Vikings: la vita nella morte

Tra perigliosi viaggi, saccheggi, complotti e sanguinose battaglie, Vikings ci mostra come la società Norrena possa essere spietata e violenta.La tranquillità e la pace non esistono.L’uomo diviene un predatore famelico di ricchezze e fama, disposto a tutto pur di ottenerle.Gli altri individui non diventano che oggetti, valorizzati solo dal loro possibile utilizzo.In una società costruita sulle putrescenti fondamenta della morte, la vita risplende di rigogliose seppur finite possibilità.Questo concetto è incarnato perfettamente dal protagonista principale: Ragnar.Nonostante viva pacificamente in una piccola terra con sua moglie e suo figlio, la sua voglia di rivalsa e fama lo spingeranno in un viaggio oltre i confini della sua terra natale, incanalando il suo destino in un percorso di morte e ambizione.La sua fame non si fermerà, portandolo ad essere uno dei re norreni più famosi e rispettati.

Ragnar

 

Svincolarsi dall’immobilità

Filtrando la società vichinga attraverso  la filosofia Heideggeriana, vi si potrebbero scorgere delle somiglianze rilevanti.Il misticismo, presente in entrambi, diviene un alone palpabile finalizzato a memento mori.Il suo scopo diviene quello di ricordare al l’umanità la sua finitudine.Inoltre,in entrambi la morte diviene una liberazione, non intesa come via verso l’infinito, ma come spinta retrospettiva all’autorealizzazzione nel presente.Infatti, secondo Heidegger è la vicinanza alla morte a liberare definitivamente l’uomo da tutte le catene sociali e abituali che lo portano alla stagnazione intellettuale e fisica.Inoltre, la presenza palpabile della morte, unica certezza presente nella vita di ognuno, crea nell’uomo uno stato di angoscia in grado di smuoverlo nel profondo.Esso lo costringe a guardare nell’abisso della sua finitudine, per riempirlo di un senso di autorealizzazzione.La vicinanza alla morte ci smuove dal torpore, spingendoci a trovare uno scopo soggettivo alla nostra esile vita.

 

Tra infinito e finito, tra angoscia e morte

i concetti di morte e angoscia sono centrali nella filosofia Heideggeriana.Essi rappresentano la nostra più grande minaccia, ma anche la nostra più pura essenza.La morte diviene il nostro baricentro, eretto come monito alla nostra finitudine.Essa rappresenta il finito, implacabile e assoluto.Al contrario, l’angoscia è la chiave in grado di liberarci dal nostro inevitabile fato.Essa è diversa dalla paura, e per questo più importante.Mentre essa agisce a causa di qualcosa di certo che sta per avvenire, l’angoscia si espande verso l’indeterminazione del futuro.Indeterminata e incerta, diviene il canto del cigno della vita.Grazie ad essa, l’uomo prende coscienza della sua mortalità, divincolandosi dalle catene sociali e dalla monotonia, ritrovando la sua vera essenza.Tuttavia, esso non potrebbe avvenire senza un’altro concetto fondamentale della filosofia Heideggeriana: gli strumenti.Sono essi a permettere la nostra autorealizzazzione, perché senza di essi il mondo materiale cesserebbe la sua utilità.È proprio questa a diventare il perno fondamentale degli strumenti, e quindi anche il nostro.Così, l’uomo non può che servirsi di essi, per esprimere nella quotidiana fisicità del nostro mondo la ribellione spirituale che imperversa nel suo animo.

Heidegger

Se la morte è la falce destinata a calare sulla nostra esistenza, l’angoscia e gli strumenti divengono la via verso una ribellione che, seppur temporanea e fatalmente destinata a cadere, diventerà un grido feroce e implacabile rivolto verso la caducità della vita.

 

 

 

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