La moralità dell’omicidio e il confine tra giusto e sbagliato nel caso Dexter

Tutto bianco o nero, moralmente accettabile o no; se tutto fosse così netto e i confini ben definiti, non comprenderemmo Dexter, un assassino.

Un omicida; Coming Soon.

Provare empatia per un serial killer è, apparentemente, quanto di più lontano possa esistere dalla nostra concezione morale, ma Dexter permette di rivalutare l’idea di omicidio, ritenuto sempre sbagliato.

Breve storia dell’omicidio: dal primo delitto a oggi

La parola “omicidio” deriva dal latino “homicidium”, formato da “homo” e da “caedĕre”: uccisione per mano di un uomo ai danni di un altro essere umano. La bellezza dell’etimologia delle parole, sta nel fatto che riesce a chiarire subito un concetto, senza connotazioni morali. Così per l’omicidio: la definizione non trascina con sé alcun sentore di giusto o sbagliato, benché sia condannato in tutte, o quasi, le comunità umane. Un tempo, però, non era così.
Per la maggior parte della storia del genere Homo, per quanto è a noi noto, non ci si uccideva tra consimili: l’Homo habilis comparve attorno ai 2 milioni e mezzo di anni fa, mentre il primo omicidio avvenne 430 mila anni or sono.
Dopodiché, pur non potendo ricostruire la storia di ogni singolo delitto, sappiamo che divenne pratica comune l’uccisione sacrificale che, almeno inizialmente, comprendeva il sacrificio di un membro della comunità, successivamente di schiavi (non considerati membri della società, ma, più che altro, oggetti viventi) e, infine, di animali (tecnicamente, data la definizione, nemmeno considerabile come omicidio).
Accettabili o deprecabili, tali pratiche venivano compiute al di là dei motivi che facevano da sfondo, di conseguenza non vi era alcuna condanna. Si utilizza questo termine poiché il sacrificio era parte integrante di società che avevano comunque un ordinamento di leggi, quale fu, per esempio, il celebre codice di Hammurabi che, come si sa, sanzionava con la cosiddetta “Legge del taglione” chi commetteva furti, delitti ecc.
Se, al di là dei casi particolari, come sacrificio e delitto passionale, l’omicidio veniva punito, è evidente che venisse percepito come sbagliato. Ciò si desume anche dal fatto che, nella religione cristiana, per portare un esempio chiaro a tutti, “Non uccidere” è uno dei dieci comandamenti.
Da Hammurabi in poi, in ogni caso, la punizione per l’omicidio venne regolamentata fino a diventare, si diceva, reato  in quasi in tutto il mondo (“in tutte le legislazioni storiche”), perché ritenuto sbagliato. Le pene sono diverse a seconda del tipo di omicidio (intenzionale, preterinenzionale, colposo ecc.), poiché v’è una differenziazione interna, per questo reato, che stabilisce il grado di gravità; comunque sia, viene punito nelle diverse forme.
È, però, sempre moralmente condannabile?

Il codice di Hammurabi; altragenesi.blogspot.com.

 

Uccidere è sbagliato in tutti i casi?

Se si chiedesse: “È giusto uccidere?”, la risposta sembrerebbe ovvia, eppure…
Prima di ricollegarsi alla serie TV “Dexter”, si devono mostrare alcuni dati di fatto.
Si pensi a tutti i casi in cui l’omicidio è legalizzato come: uccidere in guerra, la pena di morte, la legittima difesa. Probabilmente quando si pensa all’atto dell’ammazzare, non si tengono in considerazione queste categorie perché ritenute forme di assassinio meno gravi o, addirittura, nemmeno sbagliate. Questo per due ragioni: poiché sono legali o perché, nella coscienza comune, è logico uccidere in quei casi, trattandosi, in maniera più o meno evidente, di forme di difesa.
Dexter, però, rappresenta un esempio particolare.
Prima di analizzarlo, considero una frase che recita, circa: “Se ammazzo un killer, il numero di assassini nel mondo rimane lo stesso”. Sarebbe logicamente inoppugnabile se, come premessa nascosta, si pensasse ad un omicida che ammazza una sola volta e mai più; peccato che esistano i serial killer: Dexter rientra pienamente nella categoria.

Dexter: quando un uomo purifica la società dal male.

Dexter già da bambino ha rivelato la sua natura di sociopatico, uccidendo animali, e il padre adottivo cerca di trovare una soluzione a questo problema, per evitare che diventi un serial killer. Per far ciò, a Dexter viene insegnato un codice morale: uccidere solo coloro che lo meritano. Così egli cresce e, divenuto adulto, indossa la maschera di uomo rispettabile, con un lavoro onesto. Tale mestiere, però, è strettamente collegato alla passione del protagonista per il sangue: infatti è un tecnico forense esperto nell’analisi delle tracce ematiche, presso la polizia scientifica di Miami.
Recita bene anche la parte del padre di famiglia amorevole.
Di notte, però, non potendo resistere alla propria vocazione, ammazza, secondo il “codice di Harry (il padre)”, le persone sfuggite alla giustizia per: omicidi, stupri, pedofilia.
Sapendo ciò, sembra evidente che Dexter non faccia altro che il bene della società, eliminando pericolosi criminali, perciò pare giusto il suo uccidere.
Non ci si può azzardare ad affermare che sia giusto in generale, ma non lo si può nemmeno ritenere sbagliato, poiché gli omicidi avvengono secondo un dettame morale, che permette di purificare la società e scongiurare la ripetizione dei delitti da parte dei malviventi.
Il problema, però, è duplice:
1) Dexter, in questo modo, si erge a Dio, giudicando chi merita di morire e chi no;
2) la pratica è quasi la stessa della pena di morte, ma portata avanti da un privato.
Se il primo punto rimane, di fatto, un problema che non rende l’omicidio giusto ma solamente giustificabile, il secondo è connotato da un dettaglio: facendo risvegliare le vittime prima della loro morte, gli dà, per un attimo, la possibilità di pentimento e di reinserimento sociale (almeno apparente) che la pena di morte non permette.
Il suo modus operandi, dunque, ha un senso e, almeno per l’essere umano, è dato da un alto valore morale, ma i suoi omicidi non possono definirsi giusti solo per questo motivo.

Dexter; The New York Times

Ci troviamo a empatizzare con Dexter sia per il dettaglio del punto due analizzato sopra, che gli regala una nuova umanità, sia perché non siamo noi in prima persona a farlo: per quanto sano possa essere l’uccidere con un senso morale, è accettabile quando è un altro a compiere tale atto.
Si vede, perciò, che quando un omicidio (o più) porta un bene percepito come maggiore per tutti, la sensazione di sbagliato, sfuma.

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