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Shimon Peres, non troppo tempo fa, disse che fintanto una persona avesse avuto più sogni che ricordi, sarebbe stata giovane. Questa semplice frase si ricollega a una lunga serie di precedenti che possiamo assimilare al doppio binomio gioventù-sogni, maturità-ricordo. Un’intera tradizione di autori e artisti  ha provato a spiegare il senso del sogno nella giovinezza e del ricordo nella maturità. “Alle volte uno si sente incompleto ed è soltanto giovane”, scriverà Calvino ne Il visconte dimezzato. Questa incompletezza spinge a sognare, a cercare qualcosa che non si sa definire ma si sente, ed è impossibile da ignorare. Alcune delle migliori opere letterarie sono state il prodotto di questa tensione giovanile, penso a Gli Indifferenti di Moravia, tanto per fare un esempio. Forse è il paradosso dell’essere giovane: essere così profondi senza esserne consapevoli, essere così ispirati senza capire quanto ciò sia speciale. Forse è uno strumento della natura per difendere la purezza della gioventù, forse una cosa molto più logica: come si fa ad essere consapevoli di qualcosa che si vive così intensamente?

E cosa accadrebbe se potessimo realizzare i sogni dei vent’anni dopo esserci preparati una vita per viverli bene?

Nel 2007 esce un film in merito al quale la critica ha espresso pareri contrastanti. Il titolo italiano è Non è mai troppo tardi, e vanta protagonisti come Jack Nicholson e Morgan Freeman. I due attori interpretano rispettivamente Edward Cole e Carter Chambers, un magnate industriale e un meccanico che in comune hanno solo la stanza nel reparto per le malattie terminali nel quale sono ricoverati. I due però, ben decisi a non subire passivamente la sfida che il destino ha messo loro davanti, decidono di compilare una lista di sogni mai realizzati. E poi partono. Sono due uomini con il tempo contato che iniziano a vivere come se avessero di nuovo vent’anni, ma con una differenza. Hanno una vita di ricordi come bagaglio. Vedere questi due uomini in procinto di morire, e consapevoli di questo, vivere con consapevolezza i loro sogni, mi ha spinto a riflettere su un testo di Italo Calvino, Le città invisibili. In particolare su una città legata alla memoria e chiamata Isidora.

Come si lega Calvino al tema dei sogni e dei ricordi?

Le città invisibili è una delle opere più enigmatiche di Calvino. Protagonisti sono Kublai Kan, imperatore dei Tartari, e Marco Polo, che gli racconta città del suo impero che lui non vedrà mai e che, d’altro canto, nemmeno esistono come luoghi geografici. Le città diventano allegorie e simboli di tante cose, dai sogni ai ricordi, passando per il desiderio e i segni e mille altre cose. È un viaggio in luoghi figurati, in luoghi interiori.

Isidora è la seconda città che Marco Polo racconta a Kublai Kan. È una città sul cui nome già ci sarebbe molto da dire. Infatti i nomi, in Calvino come in molti altri autori, non sono mai casuali. Letteralmente ‘Isidora’ significa ‘dono di Iside’. Secondo il mito, questa divinità egizia riassemblò le parti del corpo di Osiride riportandolo in vita. Allo stesso modo questo ‘riportare alla vita’ lo ritroviamo nell’etimologia del verbo ‘ricordare’. Ricordare deriva dal latino RE, all’indietro nel senso di ritorno, e CORDARE, da COR, cordis, ovvero cuore. Il ricordare è perciò l’atto di riportare indetro dal cuore, un tempo considerato luogo della memoria. Potremmo allora dire che è l’atto del ricordare, cioè del realizzare qualcosa come vissuto e del riportarlo al presente, a rendere reale un sogno? Quante volte capita di vivere qualcosa senza pensarci, per poi realizzarlo tempo dopo, e comprenderlo davvero solo in quel momento? La memoria allora è un dono prezioso, almeno quanto lo è la possibilità di sognare.

Ma cos’è davvero Isidora?

Isidora è la città dove i sogni di gioventù si realizzano, ma dove paradossalmente si arriva solo da vecchi. Sebbene questo concetto possa sembrare pessimistico, in realtà è perfettamente logico. Se da giovani si desidera, si sogna, è da vecchi che quel desiderio-sogno si percepisce come vissuto. Da giovane si vivono quei sogni, ma lo si fa senza consapevolezza. Comprendere di aver realizzato ciò che si è desiderato e sognato è una conquista lunga un a vita. La frase di Peres con cui ho aperto l’articolo si rifà proprio a questo, al fatto cioè che, fintanto si è giovani, non c’è sogno che possa bastare per sentirsi realizzati. La realizzazione è un effetto collaterale della vecchiaia. Per questa ragione quando si arriva a Isidora “i desideri sono già ricordi”, conclude Calvino.

Viviana Vighetti

 

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