La mano di Paolo Sorrentino ci indica come sublimare il dolore in pellicola cinematografica

Esiste un forte legame tra sublimazione e creazione artistica. L’ultima opera cinematografica di Paolo Sorrentino ne è un esempio.

La sublimazione è uno dei meccanismi di difesa più evoluti della psiche umana. Introdotto per la prima volta da Freud e successivamente approfondito da sua figlia Anna, possiamo riscontrare questo meccanismo non solo in psicologia ma anche e soprattutto nell’Arte e nel corso della vita.

Che cos’è la sublimazione?

Nel 1892 Freud, con l’intenzione di spiegare fenomeni apparentemente non sessuali quali scienza e arte, parla di “sublimazione”. E’ ormai noto a tutti che il papà della psicoanalisi avesse la tendenza ad attribuire la maggior parte delle azioni umane alla sfera sessuale. Quindi non sembrerà strano che, inizialmente, la sublimazione fosse intesa come un meccanismo dell’Io atto a difendere la persona da impulsi inaccettabili o impossibili da soddisfare. Facciamo un esempio pratico: provo un’attrazione fisica per Marcello Mastroianni. Ovviamente è impossibile che io concluda qualcosa con Mastroianni. Tra i tanti motivi c’è anche il fatto che è morto. Ebbene, secondo Freud, siccome questa mia pulsione non può essere scaricata, una strada alternativa è quella di usare quest’energia per comporre una canzone o creare un dipinto. Lo stesso Freud era solito interrompere l’attività copulatoria con sua moglie nei periodi in cui doveva lavorare alle sue teorie perchè convinto che, trasformando la spinta sessuale in spinta creativa, avrebbe fatto un lavoro egregio. Povera Martha.

Se non posso rimuoverlo, posso sublimarlo

In seguito,  Anna Freud e altri psicologi hanno ripreso il concetto di sublimazione e ne hanno approfondito ed esteso il significato.
La sublimazione in chimica può essere definita come il passaggio della materia dallo stato solido direttamente a quello aeriforme. Lo stesso può accadere anche alle emozioni delle persone, quando vivono eventi traumatici o dolorosi.
Quando proviamo forti sentimenti di angoscia, rabbia, frustrazione, la nostra psiche tenta di difendersi con le unghie e coi denti. Può farlo mettendo in atto meccanismi patologici, andando incontro a sintomi nevrotici (rimozione e conversione del dolore in vari sintomi) o psicotici (fuga dalla realtà). Oppure può scegliere una strada meno deleteria: incanalare le emozioni negative direttamente in attività costruttive.
Questa strada, se vogliamo dirla tutta, l’avevano già scoperta gli antichi greci, quando hanno capito che, per “curare” il popolo, bisognava avvicinarlo all’Arte, in tutte le sue forme.

La sublimazione del dolore

“Questo è un film autobiografico su un periodo della mia vita. Per risolvere questi problemi si trattava o di andare in analisi e pagare o di fare un film ed essere pagati. Io ho scelto la seconda opzione.”

Così, Paolo Sorrentino conclude i ringraziamenti durante la prima a Napoli del suo ultimo film, “E’ stata la mano di Dio”. La mano a cui il regista fa riferimento nel titolo, è quella di Maradona. Il periodo di cui parla è quando, a sedici anni, ha perso entrambi i genitori a causa di una fuga di gas avvenuta nella loro casa a Roccaraso. Avrebbe dovuto trovarsi lì anche lui ma rimase a Napoli per vedere, per la prima volta, il suo idolo calcistico allo stadio.
Nel film, dopo l’evento traumatico, Fabietto (alter ego del regista) decide di trasferirsi a Roma per studiare cinema, l’unica cosa che sembra spingerlo verso il futuro. Perchè la realtà “non gli piace più” e allora vuole crearne altre, attraverso la scrittura, attraverso la cellulosa. Perché un regista di fronte al mare gli ha detto: “Non ti disunire”. Ed è difficile per la mente non disgregarsi dopo traumi del genere.
Alla fine Fabietto ce l’ha fatta a sublimare il dolore in pellicola cinematografica e forse è questo che rende una vicenda così personale, al contempo fortemente universale. Perchè tutti abbiamo “qualcosa da raccontare”, una ferita mai del tutto rimarginata. E allora la cantiamo o la dipingiamo o la scriviamo. Perchè, in fin dei conti, l’Arte è questo: trasformare i macigni dell’anima in qualcosa di più simile all’aria.

 

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