La malinconia delle cose che ci rende umani:  peter camendiz affronta Kung fu panda

la letteratura è sempre un mondo nuovo che si spalanca, ma è anche un altro mondo che invece tace

Kung fu panda e Peter camendiz sono due realtà che non avrebbero mai occasione di incontrarsi, e sono infatti due realtà del tutto agli antipodi perché hanno scelto di narrare s di narrarsi in veste di qualcosa, stendendo un velo a tutto il resto, velo che può essere alzato se queste due forme di narrativa venissero a contatto.


Peter camendiz

Peter camendiz è un piccolo libretto, un volume quasi diaristico e intimo che rappresenta l’opera d’esordio dello scrittore tedesco Herman Hesse.  Herman hesse è uno scrittore d’avanguardia dal temperamento romantico ed equilibrato, sempre attento a cogliere il fiabesco e il melanconico, mai il tragico e per questo i romanzi hessiani, o meglio le sue involontarie tragedie, sono sempre un po’ inerenti all’essere e al suo esistere. Il suo dolore è sempre di là da venire ma in procinto di arrestarsi all’anima, la sua bellezza è nelle maniere eleganti e profonde con cui i suoi personaggi sfoggiano questa malinconia e questo dolore. Peter vive in un piccolo villaggio sperduto tra le montagne in cui la quasi totalità dei cognomi è Camendiz e tutti sono lontani cugini. Lui si sente diverso e vuole evadere dalla sua terra, così andrà a studiare lontano dalla sua città lasciando il padre , frequentatore di botteghe e rude contadino, serrato e lo zio Konrad, inventore strampalato che porta nella terra dei Camendiz l’invenzione della barca a vela e sua madre, che da lì a breve morirà lasciando solo uno spazio appannato.  Peter andrà poi a Firenze, in Umbria, ad Assisi, Parigi e Basilea, incontrando Richard, Aglietti, Elizabeth, un falegname e suo cognato. Richard è un musicista gaglioffo e goliardico, il primo a dire a Peter “ tu sei un poeta”, poi la aglietti ed elizabeth sono due pittrici che scuoteranno e segneranno l’animo di Peter ma da cui non sarà ricambiato; la particolarità è che “ al di fuori “, non vi sono rifiuti nè confessioni d’amore e il cigno dell’avvilimento nasce e muore nel cuore stesso di Peter, sembra che l’amore non raggiunga mai una sua realizzazione.

 

Kung fu panda

Po è un panda orfano di entrambi i genitori che viene allevato da un’oca, che possiede un negozio di ramen e ravioli.  Un giorno viene scelto da un antico maestro di Kung fu come “ guerriero dragone” e da quel momento in poi è destinato a proteggere la Cina dai mostri e i nemici. Nella sua vita non c’è amore o passione, ma una progressione continua verso la saggezza e la vita che si conduce sembra limpida, esente da scabrosità parolacce, sesso droga e atrocità, manca inoltre la passione, laddove tutta l’intimità viene sconvolta da una etica pratica di lotta, giustizia e bassa ironia. Po non prova dolore per essere orfano, non prova attrazione fisica nè così i membri della valle, il luogo in cui è situata la roccaforte chiamata “ tempio di giada”. Analizzando in parallelo gli universi di Peter Camendiz e Kung fu Panda, possiamo notare come la cornice di un cartone animato ci tenga lontani dall’esacerbante passionalità degli adulti, quella che ( contenuta in un romanzo) Kafka direbbe che deve “ tagliare in due come un’ascia”, così che il romanzo acquisisca la forza necessaria. Poniamo che esistano più dimensioni da cui vedere il mondo e da cui il mondo ci circonda , e poniamo di prendere in prestito la definizione che ne dà karl popper, ovvero mondo 1,2 e 3 : mondo proprio, mondo della realtà e mondo sintesi tra noi e l’esterno, o meglio in tedesco “ umwelt”, “ mitwelt”, “eigenwelt”. Possiamo quindi sottolineare come il mondo che Herman hesse ci presenta sia un mondo tutto proprio, Eigenwelt, e che esso coesista minimamente con la realtà per quel poco che basta per esserne affranto e derelitto, per il resto la storia ci viene presentata come lo strascico di ricordi e pulsioni fugaci che insistentemente riverberano in un organismo, un mondo  che non è in grado di sostenerlo. Nel mondo dei cartoni, invece, l’amore la delusione e la crudezza lasciano spazio all’adultescenza, una fase in cui i traumi le verità i pericoli non sfiorano le fatalità e il mondo ci viene presentato come più piatto e irrisorio, perché fuori di quello che vediamo non coesiste nulla.

Conclusione

Quando ci viene descritta una storia, ancor prima di iniziare, si decide che cosa si vuole lasciare in silenzio, cosa non deve essere detto ,e ciò impedisce alle storie, spesso, di essere universali tanto quanto l’umanità che le dispone.  Ma allo stesso tempo permette alla narrazione di scorrere autonomamente, di costruirsi secondo una proprietà che non appartiene ad un’altra e ci permette di non pensare ad una singola storia come parziale rispetto all’universo che essa descrive ma come innovativa rispetto ad un universo da cui si allontana.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: