La locomotiva come elemento di trasformazione interiore secondo Montale e Guccini

La locomotiva che procede rappresenta la transizione dell’individuo e il tentativo di cambiare la propria condizione. 

Addio in stazione; fonte: ilfattoquotidiano.it

Prendere il treno significa lasciare dietro di sé parte della propria vita e andare incontro ad un futuro che può cambiare il nostro status o noi stessi, così come avviene per i protagonisti dei componimenti di Guccini e di Montale, i quali ambientano in stazione i punti di svolta delle esistenze dei protagonisti.

Montale e la sua Clizia; fonte: 900 letterario

Forse gli automi hanno ragione

Nella poesia “Addii, fischi nel buio, cenni, tosse” appartenente alla raccolta “Mottetti”, Montale analizza il momento della partenza dell’amata Irma, presentata poeticamente con lo pseudonimo “Clizia”. La donna costituisce per lui un amore platonico: nel sorso dei suoi componimenti Irma subirà una trasformazione da sacerdotessa a divinità tramite una costruzione che la identificherà come personaggio poetico in un angelo. È la parabola di un angelo che può nascere solo quando se ne va, “in absentia”, lontano dalla quotidianità. Il componimento poetico si apre con l’enumerazione degli aspetti caratteristici delle partenze: gli addii scambiati tra persone care, i saluti, i momenti concitati tipici delle partenze e degli arrivi, i fischi delle vecchie locomotive accompagnati da colpi di tosse. Le immagini selezionate da Montale sono cariche di sfumature malinconiche, tristi e l’ambientazione viene resa tramite segni. Gli sportelli si abbassano, il treno sta per partire, è giunta l’ora della partenza che risuona come un gong, come a sancire la fine di qualcosa di più grande e l’inizio del cambiamento. Le persone che sovraffollano i vagoni vengono definiti “murati”, descrizione che agli occhi dei contemporanei potrebbe apparire una premonizione delle pessime condizioni dei futuri “ospiti” dei lager in un periodo ben successivo alla narrazione montaniana degli anni 30. Icasticamente viene resa l’idea della partenza tramite dei puntini sospensivi: il tratteggio allude al treno che sta andando via, che si allontana impedendo di parlarne, lasciando senza parole. Il poeta immagina che anche l’amata senta il fischio del treno, la “fioca litania”. Le espressioni nefaste si identificano come segnali di una profezia di una catastrofe personale e universale in quanto legata sia all’abbandono del proprio amore, sia alle leggi razziali che impediranno alla donna di far ritorno in Italia. Il protagonista si chiede cosa significhi per lei la partenza, che valore attribuisca alle immagini visive e sensoriali che animano la stazione. Montale si chiede se il loro costituisca ancora un sentire univoco o se la donna si sia uniformata a tutti gli altri, agli “automi”. In chiave di chiusura l’autore pone il termine “carioca”, la movimentata danza sudamericana, come allusione ad una vita senza preoccupazioni, come fuga da una realtà che è attonita: il timore di Montale è che l’ allontanamento abbia reso Irma uguale a quegli individui sicuri di sé, che procedono senza riflettere sulla propria esistenza e privi di qualsiasi aspetto umano, esseri verso i quali il poeta prova paura e ribrezzo in quanto privi di umanità e assimilabili ad automi. La poesia è tratta dalla vita vera di Montale che nel 1938 si è ritrovato a dare l’ultimo saluto all’amata, con la quale intratterrà delle corrispondenze fino all’anno successivo.

Fotografia di Montale; fonte: comune.genova.it

La salvezza “lontana”

Il raggiungimento di un ideale equivale a distruggerlo per cui non è possibile renderlo oggetto di poesia nel momento in cui lo si ha accanto, mentre si può godere della sua presenza, altrimenti si corre il rischio di sfociare nell’abitudine, nella concretezza della vita di tutti i giorni. Irma, il destinatario delle “Occasioni”, rappresenta la donna-angelo, un ideale su cui proiettare la speranza di salvezza per poter ottenere la propria specchiandosi negli occhi della giovane, proteggendosi dietro l’amata: per lui è impossibile salvarsi, ma vegliando, mettendo in atto la sua resistenza passiva, è possibile contemplare colei che ha gli occhi ben puntati verso il futuro.

F. Guccini; rollingstone.it

E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano

“La locomotiva” è una tra le più note canzoni di Francesco Guccini. In essa il cantautore porta alla memoria degli ascoltatori un evento realmente accaduto che ha avuto luogo sul finire dell’Ottocento nella tratta per Bologna. Guccini incomincia affermando di non essere a conoscenza del volto dell’uomo di cui narrerà, di non sapere neppure il suo nome, né la sua voce, ma di essere capace di ricostruirne l’aspetto ricorrendo alla fantasia identificandolo in una rappresentazione topica: l’immagine dell’eroe che prevede un’associazione quasi ontologica alla bellezza e alla giovinezza. Gli è ben nota, invece, la collocazione temporale delle vicende agli inizi della “guerra dei pezzenti”. Il treno si impone come una creatura mostruosa che sembra dominare gli uomini provandoli della propria umanità. Imponente e veloce inizia la sua progressiva accelerazione, la sua corsa sfrenata verso il progresso percorrendo “infinite distanze”. Il protagonista è un anarchico che cerca di illuminare il mondo con la sua “fiaccola”, urlando l’uguaglianza tra gli uomini. Il macchinista sente su di sé il peso della povertà, della sua appartenenza ad un proletariato troppo spesso sottoposto ai soprusi dei potenti. Il disperato operaio vede nella locomotiva che attraversa ogni giorno la stazione le figure, i fasti, le ricchezze, “i velluti e gli ori” dei signori che affollano i vagoni. E allora perde ogni traccia di bontà e pietà, e allora il treno va, procede come un cavallo che perde le staffe, accecato dalla ritrovata libertà. La notizia del “pazzo” che “si è lanciato contro il treno” si diffonde immediatamente tra i vari ricevitori dei messaggi urgenti. Guccini sottolinea la velocità e l’incombenza del treno ripetendo il verbo “corre” : la locomotiva procede senza sosta animata dall’immensa forza distruttrice che la conduce verso la morte, “la gran consolatrice”. Il personale tecnico ferroviario dell’epoca dei fatti riuscì a deviare la corsa su un binario morto, impedendo peggiori conseguenze. La speranza dell’io narrante sta nella possibilità che sopraggiunga un’altra “cosa viva” che possa lanciarsi “come una bomba sull’ingiustizia”. Le cronache di fine Ottocento affermarono che l’uomo, seppur sfregiato e con una gamba amputata, sopravvisse all’urto e dichiarò di aver preferito la morte ad una vita “legata”, fatta di sfruttamento e di ingiustizie sociali, soprattutto alle differenze tra la prima classe dei treni e i settori inferiori che riversavano in condizioni pessime.

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