Il Superuovo

La legge non scritta del canone letterario vive ancora nella musica dei nostri giorni

La legge non scritta del canone letterario vive ancora nella musica dei nostri giorni

È possibile parlare ancora oggi di canone? E poi, quali sono le regole per divenire una regola? 

Nel panorama artistico contemporaneo si crede che non esista alcuna regola, come se la libertà di esprimersi esistesse soltanto nel limite di distruggerne i criteri, siano essi positivi o puramente funzionali. Proprio per questo si è pensato fosse meglio attaccare la grammatica versificatoria piuttosto che migliorarla, dilaniando proprio quelle regole che avevano reso possibile la lingua stessa. 

Le Antologie del canone, tra piedi e foglie

La natura pervade la dimensione artistica, si parte dalla mimesi per raggiungere l’astrazione, che non sempre però è il risultato migliore. 

Le proporzioni che cerchiamo nei segmenti musicali sono il risultato di un ritmo cadenzato e silenzioso, naturale: pur senza sapere quali siano le note siamo in grado di comprenderne l’intonazione, quando è corretta o meno. Per la letteratura, ad esempio, si sono scelti i piedi per misurarne il ritmo e le piante per la forma. Le connessioni sono molteplici, come il concetto stesso di antologia, ovvero raccolta di fiori, o il distico elegiaco che prende il suo nome dalla botanica. Esso indica infatti la disposizione doppia ed ordinata attorno ad un asse, insomma la crescita alternata delle foglie in due file, come le spighe di grano, tanto care al mondo poetico e utilizzate proprio nell’immaginario dei Campi Elisi.

Ma cosa è veramente corretto? Ragionando sul termine stesso, essere corretti implica un’ambivalenza semantica, in senso di “essere corretti” perché nel giusto, ed “essere corretti” perché qualcuno ci immette nel giusto. Può apparire banale ma, sempre mettendo in gioco il significato etimologico delle parole, il termine “canone” nasce proprio dal bastone di canna, utilizzato nelle scuole. Qualcosa che renda pertanto l’obliquo, retto.

Nell’antichità il canone delle arti non era visto in senso negativo perché vi era una sostanziale diversificazione all’interno del canone stesso. Nell’anti-canone, spesso perduto, confluivano tutti i comportamenti e le espressioni devianti. Era la commedia dell’arte, il folklore delle fiabe con i suoi archetipi e spesso in dialetto, come Cenerentola. Un esempio a metà tra letteratura e immagine è dato dai marginalia dei manoscritti medievali, in foto. Nei manoscritti, dove appunto venivano copiati i testi del canone, finivano anche questi disegni, nel tentativo di esorcizzare paure o, semplicemente, per ridere.

Se il pubblico si allarga così si allarga anche l’anti-canone, rendendo possibile un ampliamento di orizzonti, che tenti di superare quel limite di una classe ristretta, privata del potere. Allora dove risiede il problema dell’anti-canone?

 

 

Anti-canone: il valore del marginale

Se il canone deriva il proprio movimento dal fluire della natura quello dell’anti-canone è lo straripare dal letto del fiume, per allagare il terreno circostante e marginale. Appare lecito dunque vedere come l’anti-canone sia divenuto esso stesso regola. 

Nella lotta continua al criterio si è finiti per immettere nelle opere il caos della modernità, per molto tempo escluso nella sua dimensione di presa diretta -si parlava di età dell’oro nelle spighe dei distici ma mai del pulsare della vita. Da quando l’uomo ha iniziato a prendere distanza dalla natura, l’arte ha saltato l’ostacolo del verso e della lingua. Si parte dalla cultura futurista e dadaista per giungere ad artisti che si muovono nei confini del rap o  della neonata trap, come la Dark Polo Gang o la stessa Madame. Per quanto possa sembrare un paragone azzardato è quantomai lecito: gli artisti che facevano parte di quei movimenti del primo novecento erano visti allo stesso modo.

Il problema nasce qui: se oggi tutti si proclamano portavoce dell’anti-canone allora è il canone ad essere anti-canone. Parole che al posto di vivere al margine dei manoscritti della nostra epoca entrano prepotentemente nel linguaggio di tutti i giorni, pur senza comprenderne il senso, o l’origine. Senza regola, senza schema, tutti possono essere artefici di un linguaggio. Non vi sono grammatiche se non quella della moda. Così fiorisce la realtà magmatica della lingua italiana, con svariati cortocircuiti linguistici, come, uno per tutti, let’s get it che con una trascrizione fonetica  basata sull’italiano, traviata anche un po’ dall’accento, diviene eskere, o ancora scrivere il proprio nome solo con numeri. Se tutti condividono questo lessico anti-canone è chi rientra nel canone più classico ad essere diverso. Appare evidente che non è il canone a dettare legge bensì l’uso.

Oltre-canone, l’unica soluzione possibile e plausibile

In conclusione si può affermare che nel mondo linguistico odierno esistano ancora i distici elegiaci, ma siano nascosti, celati proprio come prima erano le manifestazioni dell’anti-canone. Con questo non si intende dire tuttavia che esista un canone corretto, il nostro canone infatti mira all’essere multiforme, pur sempre vivendo nell’era dei colori Pantone. Che colore scegliere tra quelli proposti, sarebbe la domanda più giusta. Ecco forse più che canone grammaticale, linguistico o musicale, avrebbe più senso parlare di canone del margine: oggi è più alla moda usare parole che non abbiano un senso compiuto perché le altre sanno un po’ troppo di polvere. 

Viviamo dunque nell’era dell’oltre-canone, che non ha confini se non quelli imposti dalla propria mente. A questo proposito è interessante citare il motto attraverso cui Virgilio nel Primo Libro dell’Eneide definiva l’impero romano: “imperium sine fine”. Fino a quando Roma non ha costruito confini era impossibile definirla e quindi conquistarla, non appena ha avuto un limite è stato possibile attaccarla perché vi era una linea a separarla dal resto. Una dicotomia noi/voi preoccupante ma esistente, insita nel canone. La Classicità ci è utile perché ci dà sicurezza, ma soprattuto perché è incasellata ed alla fine, ci insegna che l’unico canone veritiero è il tempo. 

 

 

 

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