La guerra attraverso gli occhi di un bambino: Calvino e Murubutu maestri di prospettiva

Calvino e Murubutu trattano uno dei temi più ricorrenti nell’arte, la guerra, ma lo fanno dalla prospettiva dei bambini.

Foto di quattro partigiani e bambini a Pamparato (1945); (piemontemese.it)

Quando una penna eclettica come quella di Murubutu incontra un tema scottante come la guerra e un protagonista di dieci anni, la storia raccontata non può che essere emozionante. Storia di Gino è una canzone di guerra, innocenza e tradimento che conferma una volta di più il valore di Murubutu.

Storia di Gino: la guerra non si ferma davanti a un bambino

Storia di Gino è una delle tracce contenute nell’album Il giovane Mariani e altri racconti (2009) di Murubutu. La canzone racconta la storia di un bambino di nove anni, Gino, che partecipa alle staffette partigiane. O meglio, racconta la guerra dalla prospettiva di Gino, mostrandone il volto forse più spietato. Murubutu ci descrive un bambino di nove anni che potrebbe essere chiunque, ma su cui incombe l’ombra della guerra, e della morte. La prima strofa, oltre a presentare il protagonista della storia, mette a fuoco i due grandi nodi del testo: la guerra, che va a toccare tutti, bambini di nove anni compresi; e l’innocenza, l’infanzia, e il suo modo di pensare alla guerra e alla morte. Innocenza e morte identificano il protagonista, rendendolo oggetto di una forte tensione fin dalla prima strofa.”è un’alba calda e Gino corre per la strada/ perché ha soli nove anni e una staffetta partigiana/ Vive a pieno, no ha freno, si stende e guarda il cielo/ poi respira a piene nari e l’aria sa di tiglio e fieno/ Perché i veri nazi neri lui non li hai mai visti/ porta nuove su ai G.a.p che sparano ai fascisti/ Lui sente, ‘sta giovane mente, che non c’è futuro sicuro ma il suo pugno è chiuso e/ se crede cresce, lui corre e non cede, più forte ogni mese, la morte lo insegue/ su e giù fra case e chiese, su e giù tra strade piene/ fino a dove l’erba basse cede il passo a pietra e neve.” La seconda strofa inizia così: “La resistenza non ha standard né target.” Questo verso sintetizza uno dei grandi drammi della guerra: diritti come l’infanzia vengono negati, ai bambini vengono richiesti sacrifici pesanti come agli adulti. Così anche un bambino di nove anni, anziché giocare senza pensieri, tiene bene a mente i suoi doveri, in nome di valori assolutamente degni, ma ingiusti se scaricati sulle spalle di un bambino. Nella medesima strofa troviamo anche il seguente verso: “lui vorrebbe i fasci morti come a Guadalajara”. In questo verso è esplicitata tutta la logica infantile con cui il protagonista pensa alla guerra. Sembra quasi una cosa facile, un desiderio come tanti. Il punto di massima tensione del testo coincide con “l’arrivo nei paesi della divisione Goering”, a seguito del quale “Gino vide piani e sedi poi mise le ali ai piedi poi corse fra i sentieri ad avvisare i suoi guerrieri”. La strofa seguente ci racconta di come Paolo, amico di Gino, ma legato ad ambienti filofascisti, decida di vendere il suo amico per un nulla. “I suoi posti, i suoi boschi, i compagni commossi/ tutto questo Gino ha visto in un lampo negli occhi”, con questi versi viene immaginata la consapevolezza che accompagna Gino negli ultimi istanti della sua vita, e ancora in questi ultimi istanti il binomio infanzia-guerra è indistricabile. L’ultimo pensiero di Murubutu è sul senso della morte di un bambino di nove anni, ingiustificabile a priori, ancor più se dettata da queste circostanze: “Cos’è rimasto di Gino? Un cippo in marmo vivo eretto in cima all’Appennino.”

Murubutu

Il sentiero dei nidi di ragno: un bambino nel mondo dei grandi

Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato da Italo Calvino nel 1947, costituisce al contempo un esempio lampante di Neorealismo e un’eccezione ad esso. Presenta infatti caratteristiche che lo isolano, lo evidenziano come un unicum. La più vistosa caratteristica è la narrazione condotta dalla prospettiva di un bambino. Pin è un bambino in mezzo alla Resistenza, un bambino che vive in mezzo agli adulti e che con essi intrattiene un rapporto complicato. Scrive Calvino ad un certo punto: “È triste essere come lui, un bambino nel mondo dei grandi, sempre un bambino”. Pin non li comprende, ma ne cerca la protezione. Per molti versi è un bambino abbandonato a se stesso, vittima perciò della guerra, dove ognuno cerca di sopravvivere. E’ una prospettiva dal basso, quella di chi rimane coinvolto nei fatti senza poterne nulla. Pin cerca in ogni modo di sopravvivere, ad un certo punto pensa addirittura di entrare nelle Brigate Nere. Pertanto se il Gino di Murubutu si schiera con forza,  facendo propri i valori della Resistenza, pur non capendo la complessa realtà politica dietro ad essa, Pin è trascinato dagli eventi. La narrazione è ricca di spunti infantili, espressioni o ripetizioni. I fatti sono raccontati dalla prospettiva di Pin, dalla prospettiva cioè di chi certi fatti ancora non può comprenderli bene. Riportando i pensieri di Pin, scrive Calvino ad un certo punto: “I grandi sono una razza ambigua e traditrice, non hanno quella serietà terribile nei giochi propria dei ragazzi”. 

Italo Calvino

Murubutu e Calvino, le voci dei bambini

La cosa più evidente nella scelta di questa prospettiva infantile, è il prevalere della consapevolezza della follia dell’uomo. Nella logica dei bambini è possibile cogliere l’illogicità della guerra e delle azioni degli adulti. Questi bambini e la loro vita desolata costituiscono un feroce specchio in cui guardare la propria vanità, le proprie illusioni. Davanti a un bambino di nove anni colpito “alle tempie”, o a uno abbandonato a se stesso e in cerca soltanto di protezione, non c’è ragione che giustifichi la violenza. Questa è forse la grande forza di questi racconti, al pari di testimonianze altrettanti feroci come quelle dei sopravvissuti.

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