La grandezza delle piccole cose: un omaggio alla semplicità da Orazio a “La grande bellezza”

Sia in letteratura che nel cinema è stata spesso la forza della semplicità a creare i più grandi capolavori.


In un mondo in cui vige la forza dell’eccentricità, c’è ancora chi crede nel potere della semplicità del quotidiano, delle cose che, anche se all’apparenza insignificanti, sono quelle che ci riempiono la vita e ci rendono davvero felici.

L’ “aurea mediocritas” in Quinto Orazio Flacco

A più di duemila anni di distanza dalla sua nascita, Orazio grazie ai suoi versi resta ancora oggi per noi veicolo di messaggi che possono e devono farci riflettere perché rivelano un modo alternativo per affrontare la quotidianità dell’esistenza. Forte della conoscenza di grandi autori greci classici come Alceo, Saffo e Pindaro, Orazio si dedicò nel corso della sua attività letteraria al componimento delle opere più svariate, dagli Epodi alle Odi, dalle Satire alle Epistole, pur mantenendo sempre costante in ognuna di esse il suo pensiero. Al giorno d’oggi, quando pensiamo ad Orazio, ci balza subito alla mente il suo celebre “carpe diem” dell’Ode XI, divenuto probabilmente il più famoso detto, usato e spesso abusato, del mondo latino. Tuttavia, per comprendere al meglio cosa il poeta di Venosa volesse dire nelle sue opere, non possiamo fermarci ad una sola espressione ormai cristallizzata nel tempo, ma bisogna analizzare più aspetti del pensiero oraziano. In particolar modo, vorrei qui concentrarmi su un’altra espressione di cui i più attenti avranno sicuramente sentito parlare: quello di ‘aurea mediocritas’. Nel decimo componimento del secondo libro delle Odi, infatti, Orazio rivolgendosi a Licinio, dice:

Auream quisquis mediocritatem diligit, tutus caret obsoleti sordibus tecti, caret invidenda sobrius aula.

Chiunque ami l’aurea via di mezzo, sicuro sta lontano dallo squallore di una casa troppo vecchia e allo stesso tempo sta lontano con sobrietà da una reggia oggetto di invidia.

 

In questi pochi versi, Orazio esprime uno dei concetti più importanti del suo pensiero e lo fa tramite un accostamento antitetico che solo la genialità della sua mente poteva produrre: quello tra l’aggettivo aurea, che ci richiama alla mente la lucentezza dell’oro e dunque un qualcosa di elevato e il sostantivo mediocritas, che al contrario dà l’idea di un qualcosa che sta in mezzo, tra la grandezza e la bassezza. In questo modo, il poeta riesce ad innalzare la medietà, il giusto mezzo, e a farla diventare un valore fondamentale per qualsiasi esperienza umana, più di qualsiasi “reggia oggetto di invidia”. Per far comprendere al meglio questo concetto, inoltre, Orazio si serve di tutta una serie di metafore ricavate dagli ambienti e dalle situazioni più svariate, tra le quali vorrei qui citare quella della nave, topos della letteratura sia greca che latina. Il marinaio ha il compito di guidare la nave rettamente, cioè evitare sia di spingersi troppo a largo affrontando pericoli troppo rischiosi sia di costeggiare la riva. Allo stesso modo anche l’uomo deve perseguire quella moderazione che lo spinga a mantenersi lontano dal ‘troppo poco’, ma anche da ogni eccesso, dall’accumulare spasmodicamente quei piaceri materiali che lo rendono bramoso sempre di possedere altre cose e dunque schiavo della voluptas, perchè la vera felicità non la si può trovare negli eccessi, ma nell’accontentarsi di quelle cose che, seppur all’apparenza insignificanti, riescono a temprarci e a farci sentire soddisfatti di quello che siamo. Cosa c’è di più attuale di questa riflessione oraziana in un mondo come il nostro, dominato dall’apparenza e dagli eccessi che essa porta a praticare?

‘La felicità delle piccole cose’ in Ariosto

Come ormai i miei lettori più assidui avranno imparato a notare, sono solito compiere salti temporali che, seppur imponenti, credo possano essere utili a dimostrare come un concetto possa presentarsi in diverse epoche con alcuni caratteri simili e altri che, anche se diversi, sono in grado di farci comprendere quello stesso concetto sotto diverse prospettive. In questo caso, il salto mi porta nel 1518, quando Ludovico Ariosto, pochi mesi dopo essere passato dal servizio del cardinale Ippolito a quello del duca Alfonso d’Este, scrisse la satira III rivolta al cugino Annibale Malaguzzi. La satira in questione voleva essere semplicemente un bilancio del passaggio di servizio compiuto dall’Ariosto ma, a partire dalla vicenda personale, lo scrittore emiliano trae spunto per una serie di riflessioni sull’ansia di molti uomini di ricercare onori e ricchezze. Per farlo, utilizza due apologhi, quello della gazza e quello della luna. Concentrandoci sul secondo, in esso i protagonisti sono alcuni uomini primitivi che si illusero di raggiungere la luna salendo sulla cima di un’alta montagna ma, giunti alla vetta, si ritrovarono sfiniti dalla fatica e insoddisfatti, dunque nella stessa situazione in cui si trovavano prima di partire.

 Questo monte è la ruota di Fortuna, ne la cui cima il volgo ignaro pensa ch’ogni quïete sia, né ve n’è alcuna.

A partire da questo apologo, Ariosto compie nel finale della Satira tutta una serie di riflessioni che ci permettono di accostare il suo pensiero all’aurea mediocritas oraziana. Il poeta, infatti, parla del dolore che può portare a desiderare sempre di più, anche una volta ottenute le più grandi ricchezze , e a spingersi oltre senza mai accontentarsi di quello che si ha, dando più importanza ai beni esteriori piuttosto che al vero valore che si dovrebbe perseguire: quello di essere uomini perbene, puliti e onesti dentro. Se possediamo questo, infatti, è bello anche accontentarsi di un semplice focolare che ci riscalda, di cibo che ci sfami, di qualcuno che ci prepara la cena e il letto la sera.

La Grande Bellezza”: Toni Servillo e la bellezza della semplicità

Di semplicità, ma soprattutto di autenticità, si parla anche in “La grande bellezza”, film italiano del 2013 diretto da Paolo Sorrentino e premiato nel febbraio del 2014 con l’Oscar come migliore film straniero. Il film, tramite la figura di Jep, ci presenta uno spezzato di contemporaneità sempre più oppressa dal vuoto culturale e dall’assenza di stimoli, vuoto che è incarnato dalla Roma dei salotti e dei party mondani i quali, nonostante tutta la loro eccentricità, rendono paradossalmente la vita di Jep ancora più triste e monotona. Jep si rende conto di cercare la grande bellezza, ma allo stesso tempo di non sapere dove poterla trovare, nonostante l’incontro con la spogliarellista Ramona che con il suo cuore puro gli fa per un attimo credere che qualcosa di vero e autentico possa esistere. Sarà solo l’incontro con la Santa il vero punto di svolta per la vita del protagonista perché la donna anziana, mangiando le radici, fa capire a Jep qualcosa di fondamentale: l’importanza dell’autenticità, delle proprie origini, della propria semplicità. Questi elementi costituiscono la vera grande bellezza che, lungi dalla bellezza esteriore delle sontuose feste romane e degli abiti all’ultima moda, si può ritrovare solo nella profondità e nell’autenticità del proprio animo.

 

“E ora che fatte?” “Dopo che ha stirato, ci beviamo un bicchiere di vino, vediamo un film e poi andiamo al letto insieme.” “Che belle persone che siete!” “Appunto! Chi di noi ha la fortuna di vivere felice la semplicità?”

Credo che Sorrentino, così come Orazio e Ariosto per l’epoca in cui vissero, sia riuscito a cogliere con molta sottigliezza un fenomeno che nel secolo in cui viviamo sta diventando sempre più dilagante e che, se non controllato, rischia di abbattere ogni tipo di valore su cui la società umana dovrebbe essere fondata. Non credo purtroppo di poter essere accusato di pessimismo nel dire che i valori e la purezza interiore stanno perdendo sempre più colpi di fronte alla bramosa ricerca degli eccessi esteriori e della voglia di apparire a tutti i costi, di essere accettati in una società in cui se non si possiede l’abito all’ultima modo la critica è d’obbligo, in cui le persone perbene e oneste che cercano di realizzarsi con la forza della propria intelligenza e bellezza interiore sono condannate se non rispettano quei canoni che la società ci impone di seguire mentre gli ignoranti in campo morale eccellono e primeggiano. Credo che sia giunto il momento di svegliarci, di dare più importanza a ciò che il nostro io ci dice di essere, non siamo automi dell’estetica, ma persone in carne ed ossa, ognuna diversa dall’altra… ed è proprio questo che costituisce la nostra grande bellezza.

 

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