C. S. Lewis ci insegna come scegliere tra bene e male

Con uno dei suoi romanzi più brillanti, C.S. Lewis ci insegna la differenza tra bene e male.

 

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Eros e Thanatos, vita e morte, amore e odio. Buddismo, Taoismo, Zoroastrismo, Confucianesimo e Cristianesimo. Ogni religione riconosce la presenza di due forze opposte, in perenne lotta tra di loro. Ma come fuggire alle tentazioni, e perché queste avvengono? In maniera originalissima, C.S.Lewis- noto per “Le cronache di Narnia- ci aiuta a scoprire di più noi stessi, e le nostre passioni.

 

L’eterna lotta degli opposti

Ogni giorno stiamo sempre a chiederci quale sia la cosa giusta da fare. Che si tratti di aiutare qualcuno, preferire di spostarsi a piedi piuttosto che con la macchina, lasciare l’elemosina ad un clochard, essere gentili, si riduce tutto a due scelte: bianco o nero, bene o male.  Ma allora, in base a cosa prendiamo le decisioni? Lewis gioca con il topos del piccolo diavolo sulla nostra spalla che ci incoraggia a scegliere il male, in maniera del tutto innovativa ed originale, come solo uno scrittore del suo calibro sa fare.

Un’opera innovativa

Inizialmente “Le lettere di Berlicche” venivano pubblicate con frequenza settimanale sul quotidiano The Guardian tra maggio e novembre del 1941, ed è solo l’anno successivo che prendono le forme di un’opera unica. Si tratta di un romanzo epistolare dove a scambiarsi le lettere sono un diavolo “apprendista”, Malacoda, e lo zio, sua potente Abissale Sublimità il Sottosegretario Infernale, Berlicche.

In toni sempre leggeri e scherzosi, ma che di certo non privano le lettere di un grande spessore morale, essendo queste cariche di lunghe dissertazioni filosofiche ed antropologiche, Berlicche cerca di istruire Malacoda su come essere un “buon diavolo custode” per il suo uomo, buono di cuore per natura, che tende sempre a scegliere la via giusta, piuttosto che quella del peccato.

Mentre il lettore è catturato dagli espedienti dei due diavoli, che tentano in ogni istante di portare il “paziente” sulla strada desiderata, Lewis attua un’intelligentissima disamina del peccato, analizzando con lente critica quale è il bisogno che ci spinge a peccare e cosa, nella nostra società, possa essere definito tale. Dal pensiero alla preghiera, dall’amore all’amicizia, dalla guerra al lavoro: ogni singola manifestazione della vita e dell’umanità viene analizzata e distorta a scopo diabolico. Da dietro alle lettere, Lewis non risulta mai pedissequo o un mero giudice, ma si propone come obiettivo quell’antico castigare ridendo mores latino (corregge i costumi ridendo) grazie all’arguzia e all’ironia delle argomentazioni, e allo stile limpido e scorrevole.

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Rappresentazione teatrale de “Le lettere di Berlicche”, con Berlicche seduto che istruisce Malacoda, sul pavimento.

Il manuale tascabile della tentazione

In un bel mattino estivo, dopo la funzione domenicale, C.S.Lewis tornò a casa stanco e annoiato, dopo un’omelia fin troppo lunga e poco istruttiva. È così che gli venne l’idea di porsi come “guida”, inventando una soluzione divertente per dare consigli e suggerimenti ai giovani allontanati dalla retta via dalla guerra e dall’incertezza del futuro. È lo stesso autore a raccontare questo aneddoto riguardante la nascita dell’opera, nella prefazione del libro. Attraverso questa didattica inversa lo scrittore riesce a descrivere quella che dovrebbe essere secondo lui una vita ideale: una vita di moderazione, che non coincide però con la privazione, bensì con l’amore e la gioia delle piccole cose. Particolarmente d’aiuto alla bellezza del romanzo sono anche le figure di Berlicche e Malacoda, che non sono mai ridicole o eccessive, quanto sempre lucide e coerenti nella loro malvagità.

Lewis progettò il romanzo come una sorta di manuale di formazione, che potesse essere alla portata di tutti, ma ciò non lo privò del gusto di lasciare sparsi nell’opera riferimenti letterari di tutti i tipi, che sono visti come un gioco dal lettore colto e attento. A partire dai nomi di tutti i demoni mezionati, che sono una citazione direttamente al “maestro” Dante, che usa questi nomi per i demoni delle “Malebranche” nella Divina Commedia; alla metamorfosi in millepiedi di Malacoda, che ripropone in maniera ironica e burlesca la metamorfosi in serpenti che ci propinò John Milton in “Paradise Lost” dopo la sconfitta dei demoni da parte degli angeli, C.S.Lewis cosparge la sua opera di interessantissime citazioni, che non risultano mai pesanti o fuori posto, ma consentono di immergersi ancora di più nell’atmosfera disincatata e atemporale di quest’epistolario, che non è nient’altro che un “manuale tascabile per riconoscere il pensiero del mondo e la tentazione”.

 

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