La Democrazia Cristiana vista e raccontata da Italo Calvino e da Paolo Sorrentino

La Democrazia Cristiana è quel partito che nel bene o nel male ha caratterizzato profondamente la storia della prima Repubblica.

Si può dire che ne sia stata addirittura la principale protagonista e non si può allora parlare più di quel periodo, che pare che così lontano e allo stesso momento così caratterizzante anche per tutto ciò che ne è scaturito dopo senza prendere in considerazione il partito della ”libertas”.

 

Breve storia della DC

C’era l’abitudine di considerare la pioggia come un buon segno. Era un modo di pensare che continuava dalle prime votazioni del dopoguerra, quando ancora si credeva che, col cattivo tempo, molti elettori democristiani non avrebbero messo il naso fuori di casa. (Calvino)

La Democrazia Cristiana è stata fondata nel 1942, in modo clandestino, in un’epoca di totalitarismo, nell’epoca fascista. I fondatori di questo partito furono alcuni dirigenti del vecchio Partito Popolare fondato precedentemente da Don Sturzo, di ispirazione cattolica, e da alcuni esponenti di Azione Cattolica.

Un partito quindi, che come si può dedurre dal nome, è stato caratterizzato dalla sua forte ispirazione cattolica, fondata sulla contrapposizione tra un’idea politica centrista e le sinistre, che propugnava un’ideologia fondata sul cattolicesimo politico.

Sotto la guida di Alcide De Gasperi la Democrazia Cristiana diventò il principale partito in Italia  del dopoguerra. La politica di De Gasperi era una politica di grande apertura verso gli Stati Uniti, e politicamente si concretizzò con l’accettazione della ”dottrina Truman” nel ’47, di un modello di sviluppo capitalista e liberista che avrebbe portato al ”boum” economico italiano del dopoguerra, incoraggiato anche dagli aiuti economici americani del piano Marshall.

Nel corso degli anni ’70 si vennero a formare all’interno del partito le così dette correnti. Insomma, ogni personaggio di spicco del partito poteva vantarne una, e si vennero quindi a creare dei partiti nel partito, dei sottoinsiemi all’interno del grande partito di massa quale era divenuta la DC.

Un sistema che nel tempo avrebbe portato ad un lento logorio del partito, perché diveniva preda così di giochi di potere, di opportunismo.

Infatti già nel 1975 la DC era calata di 35 punti percentuali nelle elezioni regionali, subendo così una sonora sconfitta. Sconfitta che poi sarebbe arrivata al suo culmine nel famoso referendum abrogativo foraggiato dalla DC in quegli anni, che voleva annullare la legge precedentemente promulgata che accettava e approvava il divorzio.

La soluzione di questa crisi la si sarebbe vista nel cambiamento di segreteria. Infatti, il segretario Amintore Fanfani sarebbe stato sostituito da Zaccagnini, uomo dedito soltanto al partito e visto come estraneo ai giochi di potere correntizi.

Zaccagnini avrebbe avuto poi come grande sostenitore un politico passato alla storia d’Italia per un evento molto tragico, Aldo Moro. D’altronde i due personaggi della DC condividevano lo stesso progetto, ossia il superamento delle ostilità verso il Partito Comunista Italiano, che con Enrico Berlinguer pareva essersi posto su una posizione fortemente democratica, a discapito dell’ideologia di base rivoluzionaria gramsciana che aveva portato alla creazione del PCI.

Nel congresso del 1976 l’idea che allora si andava a profilare era quella del ”confronto” con il PCI, a fronte anche del fatto che nelle elezioni nazionali successive il Partito Comunista sarebbe arrivato ad ottenere il 34%, un risultato notevole.

L’assassinio però di Moro del 1979, da parte di un gruppo di estremisti comunisti dediti alla lotta armata chiamato Brigate Rosse, avrebbe deteriorato indissolubilmente i rapporti tra DC e PCI.

La crisi economica, l’inefficienza delle istituzioni e i frequenti scandali avevano portato nelle elezioni del 1981 la Democrazia Cristiana a non essere più guida del Governo, per la prima volta dopo trent’anni. Il Governo infatti sarebbe stato guidato da Giovanni Spadolini, segretario del Partito Repubblicano Italiano.

La soluzione pensata dal partito allora, come era accaduto nel decennio precedente, fu quella di cambiare il segretario, dando la direzione del partito a De Mita.

Questi aveva incominciato la sua segreteria con un programma di riscossa e rinnovamento del partito, che però non portò ai risultati sperati. Difatti la DC si ritroverà, alle elezioni del 1983 ai minimi storici, aprendo per la prima volta la strada ad un governo a guida socialista.

Gli anni successivi sarebbero stati caratterizzati dal superamento del Partito Comunista, che però non riuscì mai a far parte di un governo, con l’elezione del democristiano Cossiga come Presidente della Repubblica, in sostituzione a Pertini e al ritorno, nel 1987 alla guida del governo con Goria, dopo anni di governi laici.

Nell’88, caduto il governo Goria, ci fu il primo governo affidato a De Mita, del cosiddetto ”pentapartito”, ossia formato da 5 partiti: DC, PSI, PLI, PRI, PSDI.

De Mita però vide in quel periodo una progressiva perdita di potere all’interno del partito e l’indebolimento del governo. Le conseguenze sarebbero state: la caduta del governo e la sostituzione di De Mita come segretario in favore di Forlani, sostenuto in particolare da Giulio Andreotti.

Il nuovo Governo sarebbe stato affidato da Cossiga proprio ad Andreotti. Un governo molto difficile, prima di tutto per il conflitto continuo con i Demitiani, per il ritrovamento nel covo milanese delle BR di scritti di Aldo Moro che suggerivano una verità dei fatti ben diversa rispetto a quella fino ad allora creduta, e il ritiro dei ministri nel 1992 del Pri, guidato da La Malfa, ostile ad Andreotti.

Il ’92 allora sarà anche l’anno della caduta di questo governo e delle dimissioni di Forlani da segretario, ma un evento ben peggiore stava per distruggere completamente il partito.

Infatti negli anni successivi gli scandali di Tangentopoli e Mani Pulite avrebbero investito in pieno la Democrazia Cristiana, già al centro del caso dell’uccisione di Salvo Lima, democristiano andreottiano che aveva avuto legami con cosche mafiose.

Nel congresso del 1993 la DC sarebbe stata sciolta, e il nuovo partito, il PPI, guidato da Mino Martinazzoli avrebbe cercato di riprendere le redini della macchina democristiana ormai distrutta.

 

La DC vista da Calvino in: La giornata d’uno scrutatore

L’onorevole si voltò, il suo sguardo girò sulla finestra, si fermò appena sul nano, poi passò via, distante. Amerigo pensò: <<si è accorto che è uno che non può votare>>

 

Questo è l’ultimo romanzo scritto in vita da Calvino, un romanzo della maturità dell’autore insomma. Un romanzo che sembra voler chiudere la carriera dello scrittore tornando all’inizio, tornando al primo libro, tanto importante per la corrente letteraria del neorealismo: i sentieri dei nidi di ragno.

Infatti questo libro sembra in qualche maniera concludere quella storia fatta di resistenza, di lotta verso il fascismo e verso tutto ciò che si opponeva alla libertà della democrazia, proprio con il suo esito più sperato, con quel ”vissero felici e contenti” che conclude la favola ma lascia spazio all’immaginazione rispetto a ciò che avviene dopo. E allora l’esito è la democrazia, quella regolata dalla Costituzione, quella che sembra inattaccabile, impossibile da scalfire e che pare così perfetta da sembrare quasi irreale.

Eppure è reale, e come ogni cosa reale presenta anche le sue ombra, le sue oscurità.

Infatti la democrazia rappresentata in questo libro non è quella dell’immediato dopoguerra, non è quella del contadino, del lavoratore, dell’uomo umile che si riempiva il petto di discorsi politici perché credeva e sperava nel futuro e partecipava con fervore alla vita politica del paese. No, è quella democrazia ormai uscita da quella dimensione quasi onirica, la dimensione, come dicevo prima, del ”vissero per sempre felici e contenti”.

Perché nelle fiabe forse la possibilità, la speranza arrivano davvero a dare forma alla realtà, ma nella realtà vera questo non sempre accade, anzi forse accade di rado. Per citare filosofi passati: la realtà è la negazione della possibilità.

L’ambientazione qui è il ”Cottolengo” o altrimenti chiamata ”Piccola Casa della Divina Provvidenza”, l’occasione è l’elezione nazionale di quell’anno e l’epoca è quella della cosiddetta ”legge-truffa”, un’invenzione tutta democristiana, che avrebbe portato ad ottenere i 2/3 dei seggi alla coalizione che avesse ottenuto il 50%+1.

Il Cottolengo era la casa dei disperati, dei malati mentali, dei minorati, insomma di tutti coloro che venivano in qualche modo posti ai margini della società. Ma si sa, in tempo di elezioni anche i margini della società diventano fondamentali infatti:

Da quando nel secondo dopoguerra il voto era divenuto obbligatorio, e ospedali ospizi fungevano da grande riserva di suffragi per il partito democratico cristiano, era là soprattutto che ogni volta si davano casi d’idioti portati a votare, o vecchie moribonde, o paralizzati dall’arteriosclerosi, comunque gente priva della capacità di intendere. Fioriva, su questi casi, un’aneddotica tra burlesca e pietosa: l’elettore che s’era mangiato la scheda, quello che a trovarsi tra le pareti della cabina con in mano quel pezzo di carta s’era creduto alla latrina e aveva fatto i suoi bisogni (…)

Il Cottolengo allora non era altro che questo, un serbatoio di voti e il nostro protagonista, Amerigo, scrutatore di fede politica comunista, si trovava lì, a vedere tutto questo spettacolo umano e a cercare forse di spiegarlo, o almeno di raccontarlo.

La giornata andava avanti sempre nello stesso modo, i preti e le suore del posto portavano malati di dubbie facoltà mentali a votare. Questi votavano, rigorosamente la Democrazia Cristiana, e gli scrutatori delle fazioni politiche all’opposizione contestavano, senza di fatto sortire alcun effetto, ogni singolo voto.

altro che rispetto della legalità! Bisognava ricominciare da capo, da zero: era il senso primo delle parole e delle istituzioni che andava rimesso in discussione, per stabilire il diritto della persona indifesa a non essere usata come strumento, come oggetto. E questo, oggi, al punto in cui ci si trovava, al punto in cui le elezioni al Cottolengo venivano scambiate per un’espressione di volontà popolare, pareva talmente lontano, da non poter essere invocato che attraverso un’apocalisse generale.

La scena culmine del tutto si ha poi con l’arrivo del deputato democristiano, che assume quasi i connotati di un dirigente d’azienda, che con le mani dietro la schiena e con un leggero fischiettio della bocca, controlla tutto quel regno che gli appartiene e lo vede muoversi e vivere solo grazie al suo volere.

Appena ebbe dato tutti i comandi possibili, aver perlustrato tutta la struttura assicurandosi che i malati fossero stati tutti portati a votare il suo partito, si ritrovò in una sorta di solitudine e per citare Calvino:

L’onorevole ebbe quel momento di solitudine che provano i re e i potenti quando hanno finito di dare ordini e vedono il mondo che gira da solo. 

Questa è allora la democrazia del dopo festa, la democrazia che, uscita da quella dimensione magnifica di euforia di chi ottiene un qualche cosa di straordinario e nuovo, subentra in un nuovo spazio, in una nuova aurea, quella della realtà.

Un po’ come l’amore, che nei primi tempi porta gli amanti all’estasi amorosa, alla felicità totale e totalizzante, ma che poi si spegne nell’abitudine, nel dare tutto per scontato. E allora la nostra democrazia è forse arrivata a questo? è forse caduta nella realtà della disillusione?

la democrazia si presentava ai cittadini sotto queste spoglie dismesse, grige, disadorne; ad Amerigo a tratti ciò pareva sublime, nell’Italia da sempre ossequiente a ciò che è pompa, fasto, esteriorità, ornamento; gli pareva finalmente la lezione di una morale onesta e austera; e una perpetua silenziosa rivincita sui fascisti, su coloro che la democrazia avevano creduto di poter disprezzare proprio per questo squallore esteriore, per questa sua umile contabilità, ed erano caduti in polvere con tutte le loro frange e i loro fiocchi, mentre essa, col suo scarno cerimoniale di pezzi di carta ripiegati come telegrammi, di matite affidate a dita callose o malferme, continuava la sua strada. 

Il Divo di Paolo Sorrentino

Il Divo è un film di Paolo Sorrentino, uscito nel 2008, che vuole in qualche modo tracciare la vita del ”divo” Andreotti, come lo ha definito il giornalista Mino Pecorelli.

Andretti, come ho già detto nell’introduzione, è stato uno dei protagonisti della vita politica della Democrazia Cristiana, e anche il personaggio più discusso.

Tanti sono i temi trattati nel film, dai rapporti con la mafia e il famoso bacio a Totò Riina, a Tangentopoli e tutti gli scandali annessi.

Il film inizia con una lunga serie di omicidi di personalità di spicco: Aldo Moro, Dalla Chiesa, Falcone, Pecorelli, Sindona, Calvi e Ambrosoli.

Tutte personalità che in un modo o nell’altro avevano causato fastidi alla Democrazia Cristiana, ad Andreotti in particolare e alla mafia.

Andreotti, interpretato magnificamente da Tony Servillo, arriverà ad ammettere di avere direttamente o indirettamente la colpa di quelle morti, eppure arriverà a dire che spesso l’unico modo per fare davvero il bene è fare il male.

A tutti i famigliari delle vittime io dico: sì, confesso. Confesso: è stata anche per mia colpa, per mia colpa, per mia grandissima colpa. Questo dico anche se non serve. Lo stragismo per destabilizzare il Paese, provocare terrore, per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di centro come la Democrazia Cristiana l’hanno definita ”Strategia della Tensione”, sarebbe più corretto dire ”Strategia della Sopravvivenza”. Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta, e invece è la fine del mondo, e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato noi. Un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa, e lo so anch’io.

Andreotti dirà del film:

è molto cattivo, è una mascalzonata direi! Cerca di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto.

Comunque, questo film ebbe davvero un grande successo. Si aggiudicò il Premio della Giuria, al festival di Cannes nel 2008, e fu candidato al premio Oscar nel 2010 come ”miglior trucco”.

Insomma un film che vale la pena di guardare, perché in qualche modo racconta un pezzettino della storia del nostro paese.

 

 

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