Al di là dei tecnicismi e delle nozioni da manuale, La Grande Scommessa si serve dell’ironia per sviscerare i punti che hanno condotto al dilagare della crisi a livello mondiale, colpendo in particolar modo la già fragile economia europea.

Mettiamola in questo modo: io sto di fronte ad una casa che va in fiamme, e vi sto offrendo un’assicurazione contro gli incendi

Comparso nelle sale cinematografiche nel 2015, La Grande Scommessa punta su stesso, giocandosi il tutto e per tutto nel tentativo di spiegare in maniera provocatoria ed al tempo stesso accessibile ed intuitiva le ragioni che si celano dietro alla crisi finanziaria del biennio 2007-2008.

La Grande Scommessa

Le A zero, le B zero, le doppie B zero, le tripla B zero.” / “e dopo succede questo.” /” e questo che cos’è?” / ”è il nostro mercato immobiliare.” 

Questa la chiusa di Jared Vennet, interpretato da Ryan Gosling, che in soli due minuti rende fruibile al grande pubblico una spiegazione acuta e puntuale delle radici della bolla immobiliare che di lì a poco come un “armaggedon” avrebbe spazzato via l’economia mondiale.

Prima de La Grande Scommessa svariati documentari avevano affollato il grande ed il piccolo schermo nel tentativo di compiere il medesimo miracolo narrativo: l’errore dei più quello di addentrarsi nella crisi illudendosi di avere di fronte a sé una platea di accademici e tecnicisti. Ed è proprio in questo che risiede la visionarietà della pellicola: l’aver intuito che di mutui subprime, credit default swap, collateralized debt obligation poco conosce lo spettatore del Tennessee e del North Dakota. Non solo, Adam Mckay supera se stesso nel combinare l’elemento della semplicità con lo strumento dell’ironia che pervade i discorsi di Michael Burry, Jarred Vennet, Ben Rickert e Mark Baum, i primi a cogliere i segnali dell’imminente default del mercato immobiliare americano e a scommettervi contro, ricavandone ingenti guadagni. L’idea dei quattro investitori è la medesima ma è Micheal Burry che per primo intuisce il quadro di insolvenze destinato a verificarsi in particolar modo al crescere dei tassi d’interesse, avendo le banche abbassato la soglia di credito per la quale concedere prestiti ai soggetti. Un altro elemento che Burry considera è la cartolarizzazione: i mutui, accorpati in pacchetti finanziari, fungono da collaterale per le obbligazioni; obbligazioni valutate per di più con rating AAA dalle agenzie specializzate. Ecco quindi che non essendo standardizzati i mutui si fanno carico di un elevato potenziale di fallimento. Di qui l’intuizione dello stesso di far emettere alle banche i credit default swap, una sorta di assicurazione sulle obbligazioni. Vale a dire prodotti derivati costituiti ad hoc dalle stesse banche nella più assoluta certezza che da questi non possano che trarne profitto.

La genialità delle osservazioni di Michal Burry viene ben presto compresa da Jarred Vennet, dirigente di Deutsche Bank e da Mark Baum, manager di un’affiliata alla Morgan Stanley, che dall’interno iniziano a scommettere contro il mercato immobiliare, affiancati da Ben Rickert, “banchiere” ormai in pensione.

 

Da La Grande Scommessa alla crisi mondiale

Se abbiamo ragione la gente perderà la casa, la gente perderà il lavoro. Perderà i risparmi di una vita, perderà la pensione

Che le parole di Ben Rickert siano state profetiche è un dato innegabile ma resta da porsi una domanda: come si è arrivati alla crisi mondiale? Per spiegare l’origine della deriva finanziaria occorre approfondire il contesto di partenza e risalire al 2003 quando, come intuito da Michael Burry, le banche cominciarono ad erogare prestiti a soggetti con sempre più ridotte capacità di credito.

L’erogazione di mutui ad alto rischio di insolvenza, anche detti mutui subprime, è il risultato di due fattori: la bolla immobiliare americana e il prendere piede del fenomeno di cartolarizzazione. Per quanto concerne il primo, tra l’inizio del 2000 e il 2006 è inderogabile la precisazione del fenomeno di espansione a cui è andato incontro il mercato immobiliare americano. Come conseguenza della crisi della bolla internet e dell’attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono dell’11 settembre 2001, la Federal Reserve promosse una politica monetaria più flessibile contraddistinta da tassi di interesse molto bassi. Il risultato l’incremento esponenziale e costante dei prezzi delle abitazioni e l’impiantarsi quindi di una bolla immobiliare. D’altra parte, la concessione di mutui subprime fu favorita dalla cartolarizzazione, vale a dire la possibilità da parte delle banche di ridurre il rischio di insolvenza tramite la trasformazione dei mutui in titoli da rivendere a società veicolo. Questa operazione permetteva alle banche di recuperare credito in minore tempo; credito che veniva riutilizzato per la concessione di nuovi mutui.

Dalla cartolarizzazione vennero fuori prodotti finanziari strutturati poco standardizzati, i cosiddetti CDO. Ed è proprio in questo contesto che occorre considerare il ruolo svolto dalle agenzie di rating, che non solo valutarono positivamente i CDO, ma affidarono loro una tripla A. Questi venivano quindi acquistati dai fondi di investimento, creando una catena che aveva finito per legare il destino del singolo cittadino a quello del resto del mondo. Ecco quindi che allo scoppio della bolla immobiliare influenzato dal rialzo dei tassi di interesse ad opera della FED, gli istituti finanziari più colpiti furono proprio quelli interessati dalla concessione di mutui subprime. A partire dal 2007 molti titoli cartolarizzati subirono un declassamento del merito di credito. Il risultato fu la richiesta da parte delle società veicolo di fondi alle banche, che tuttavia si rivelarono incapaci di erogare liquidità. Il conseguente aumento dei tassi di interesse e la chiusura da parte delle banche alla concessione di credito ad istituti finanziari portò ad una crisi di liquidità. In tale contesto si inserisce il default della Lehman Brothers, che avviò le procedure di fallimento il 15 settembre del 2008. Il fallimento di tale banca di investimento contraddistinta da un ampio raggio di azione al di fuori degli Stati Uniti destò un clima di instabilità e preoccupazione tale che si verificò un aumento dei tassi di interesse a breve termine e una contrazione di liquidità sul mercato dei depositi interbancari. Il passaggio dal mercato dei prodotti strutturati all’intero sistema finanziario fu breve.

L’economia europea

 

Così come breve fu il passaggio dal mercato dei prodotti strutturati all’intero sistema finanziario, allo stesso modo breve fu il passaggio dall’economia statunitense all’economia europea. Così gli Stati Uniti l’Europa vide una contrazione del PIL, dovuto alla riduzione di investimenti e consumi (secondo la relazione Y= I+C+T+EX-IM) e il dilagare della disoccupazione. Le cause furono principalmente la chiusura dei crediti bancari a famiglie e imprese, un drastico abbassamento dei prezzi delle abitazioni e l’avvento del caos nel mercato azionario.

Il paese che per primo fu colpito dalla crisi del mercato immobiliare americano fu il Regno Unito e più in particolare l’istituto di credito Nothern Rock, il cui settore di attività verteva appunto verso i mutui immobiliari. La risposta del governo britannico non si fece attendere, provvedendo tra le altre operazioni alla nazionalizzazione dell’istituto. I paesi europei si videro costretti ad impiegare svariati strumenti nel tentativo di fronteggiare la crisi, fra i quali la ricapitalizzazione, le linee di credito e i prestiti, come accaduto in Svezia, Lussemburgo, Grecia, Portogallo, per citarne alcuni. Tuttavia, se da un lato tali misure permisero di salvare gli istituti di credito, dall’altro innescarono quella che viene definita come la crisi del debito sovrano. Uno dei paesi più colpiti in questo senso fu la Grecia, verso il quale furono indirizzati 110 miliardi di euro da parte del FMI. In linea generale quello che emerse fu l’accentuazione delle disparità tra i cosiddetti paesi core e i paesi PIIGS, gli uni caratterizzati da un debito contenuto, gli altri contraddistinti da una già precaria situazione a livello di deficit e di tasso di crescita del PIL; situazione che si mantenne evidente anche in fase di ripresa con la Germania a fare da traino ai paesi periferici.

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