“La grande bellezza” di Sorrentino e di D’Annunzio: vita, mondanità e disillusione nella città eterna

Il poeta pescarese e il suo personaggio Andrea Sperelli coltivano l’incessante e contraddittoria ricerca della bellezza tra i palazzi e le feste di Roma, proprio come Jep Gambardella.

Jep Gambardella (Toni Servillo) in una scena del film “La grande bellezza”

Volevo diventare il re dei mondani, dice Jep Gambardella in una scena del film, lui che in effetti, dopo aver scritto un romanzo di successo, si è trasferito a Roma per inserirsi nella società dedita al lusso e ai piaceri. Nella ricerca della suprema bellezza che abbraccia ogni aspetto della vita, il protagonista del film premio Oscar del 2013 segue le orme del poeta che è stato al centro di ogni pettegolezzo della capitale del Regno d’Italia.

il poeta, scrittore, giornalista e politico italiano Gabriele D’Annunzio (1863-1938)

L’ incantevole e decadente Roma

Prima di tutto la cosa che accomuna D’annunzio, il suo personaggio e il film La grande bellezza è proprio lo scenario in cui tutto prende forma: Roma. Il regista del film, Paolo Sorrentino, non perde mai occasione di inquadrare edifici, piazze, opere d’arte della città e di farli interagire con i personaggi, creando un continuo dialogo tra architetture e umanità. Roma è la perfetta culla dove agiscono gli esponenti di una classe sociale dedita alla ricerca dei piaceri e alle feste, tra le quali si aggira il personaggio di Jep, assiduo frequentatore di questi ritrovi mondani. Le frivolezze dei festini a base di droga o cocktail alcolici trova come sfondo le architetture barocche o manieristiche con le loro esagerazioni, le chiese, le sculture, le grandi ville, le fontane. Capita di vedere gente ubriaca ballare su un attico con vista sul Colosseo oppure di passeggiare tra dipinti e opere d’arte di inestimabile valore con un drink in mano. Questa è la Roma che si manifesta nel film, lo scenario nel quale si muove Jep alla ricerca della Grande bellezza, così agognata quando sfuggente. Anche D’Annunzio, cultore delle mille sfaccettature del bello, trova in questa città un ambiente in cui subito è a suo agio: i palazzi, le ville e i giardini sono qualcosa di incantevole, di impareggiabile e suscitano in lui quelle sensazioni multisensoriali che con grande capacità poetica il poeta trasferisce nei suoi testi. La città lo rapisce per la bellezza dei suoi edifici e delle opere d’arte che essa conserva come se fosse uno scrigno che racchiude gioielli di inestimabile valore. Il suo culto per la somma e irraggiungibile bellezza, che per lui è ragione di vita, trova in Roma un tempio nel quale il poeta riesce a sentirsi come a casa. Nel suo famosissimo romanzo Il piacere, D’Annunzio parla di quanto la città avesse rapito il protagonista, Andrea Sperelli:

Roma era il suo grande amore: non la Roma dei Cesari ma la Roma dei Papi; non la Roma degli  Archi, delle Terme, dei Fori, ma la Roma delle Ville, delle Fontane, delle Chiese[…] La magnificenza principesca dei Colonna, dei Doria, dei Barberini l’attraeva assai più della ruinata  grandiosità imperiale.  Il suo gran sogno era di possedere un palazzo incoronato da Michelangelo e istoriato da Caracci, come quello Farnese
La città ha esercitato in tutto e per tutto il suo fascino su Sperelli (e su D’Annunzio), ma va precisato che non è la Roma antica, quella imperiale, ad aver fatto presa su di lui. D’Annunzio non è come Carducci e i letterati che contemplano e rimpiangono la romanità classica e l’immortale ma tramontata gloria dei Latini. L’apoteosi dannunziana va in scena negli ambienti barocchi, dove il fascino e il culto dell’arte si mescolano con i passatempi mondani e le scappatelle erotiche, tramite i quali traspone la bellezza artistica che lo circonda nella sua stessa vita rendendola ricca e sublime: vita, arte e bellezza diventano una cosa sola. Queste sono le stesse ragioni che spingono Jep a frequentare i salotti romani, le feste e i ritrovi galanti di Roma: circondato da così tanta bellezza urbana, lui la cerca anche nel suo stile di vita dedicandosi alle mollezze e ai piaceri che il meglio di questa città offre. Solo più tardi scoprirà che si stava sbagliando. Intanto tra le vie di Roma, tra le sue piazze e al cospetto di complessi monumentali dalla bellezza immortale prendono corpo le due vicende, tanto quella di Jep quanto quella di Andrea, alter ego perfetto del suo autore. 
Jep Gambardella in una scena sul suo attico di fronte al Colosseo

Scrittori di vizi e inganni

Il personaggio di Jep Gambardella è un napoletano che in giovane età, dopo aver scritto un romanzo di successo, si trasferisce a Roma, dove, come abbiamo già visto, va alla ricerca della Grande bellezza, rigorosamente con la G maiuscola. Lo stesso si può dire di D’Annunzio: nato a Pescara, giunse a Roma quando la città era in pieno fermento, perché era diventata da poco capitale del Regno d’Italia. Anche lui, dunque, arrivò da fuori Roma, con la curiosità e l’aspirazione di giovane artista. Venuto per frequentare la Facoltà di Lettere all’università, in realtà seguì pochissimo le lezioni e gli studi, in quanto il suo percorso formativo avvenne maggiormente tra i saloni da ballo delle ville e i locali di ritrovo degli intellettuali. Egli prese a collaborare quasi da subito con svariati quotidiani e riviste perlopiù scandalistici, specializzati in cronaca mondana e in pettegolezzi. D’Annunzio molto spesso condivideva serate o luoghi d’incontro con persone delle quali svelava i reconditi vizi sui giornali per cui scriveva e altrettanto frequentemente lui stesso si rendeva partecipe di scandali. Viveva e sperimentava dall’interno ciò di cui scriveva e intanto procedeva nella sua anelante venerazione del bello, che per lui era l’unica cosa in grado di salvare dalla rozzezza e dall’imborghesimento della società. Per questo amava le ville e gli abiti sfarzosi, i parchi lussureggianti di verdi alberi e le feste di ricchi signori dell’aristocrazia. Voleva condurre una vita dedita ai piaceri, a quelle emozioni che essi possono far provare e alla costante ricerca di novità fatta in modo irrequieto ambendo sempre alla conquista della bellezza interiore ed esteriore, a farne un tutt’uno. Con questa ambizione anche Jep Gambardella si muove tra una festa e l’altra, circondato da persone dell’alta borghesia romana, da artisti famosi o alla ricerca dell’ispirazione e da personaggi dello spettacolo. Anche lui scrive per un giornale e anche lui abita in un bellissimo appartamento che si affaccia sul Colosseo, così come Andrea Sperelli, nel Piacere, vive in un antico e splendido palazzo proprio sopra Piazza di Spagna, uno dei più incantevoli luoghi di Roma. Il legame tra il romanzo e il film si fa sempre più saldo, tanto che in una scena si vede Romano, autore teatrale fallito (interpretato da Carlo Verdone) che recita davanti a Jep un brano tratto dalle Vergini delle Rocce, opera, neanche a dirlo, di Gabriele D’Annunzio. C’è però una grande differenza tra il poeta pescarese e il protagonista del film: mentre il primo riesce, in fin dei conti, a trovare il successo a Roma, a Gambardella rimane solo la constatazione che la città eterna, dopo essere stata per secoli un faro culturale, si ritrova nella modernità ad essere abitata da individui grossolani, volgari e dalle vite finte. Questi non sono altro che dei perfetti contraltari a quella immutabile bellezza che si può rintracciare, con amarezza, solo nelle opere d’arte e nei palazzi indegnamente ereditati da un umanità devastata.

Scena di una festa nel film “La grande bellezza”

Disillusione e ritorno alle origini

Presto Jep si rende conto di non essere riuscito a trovare la tanto agognata Grande bellezza ma soltanto perché l’ha cercata nel posto sbagliato. Roma e la sua vita mondana non sono il posto giusto. Tutta quella gente che si sforza di apparire colta facendo citazioni o discorsi di alto livello culturale mentre sorseggia un drink alcolico non fa altro che rendersi ridicola e rende manifesto che la vera bellezza non è lì tra loro. Abbandonarsi alle frivolezze è solo un modo per le persone di ingannarsi, di fingere che la propria vita vada bene e di essere felici. Menzionando di nuovo Romano, egli rappresenta un esempio perfetto del tipo di persona che nella vita ha fallito, ma nonostante questo va alle feste e cerca di divertirsi, di dimenticare gli insuccessi facendo finta di niente. Ma lo stesso Jep è parte di questo circolo vizioso: le sue avventure erotiche di seduttore seriale e i suoi frivoli passatempi lo distraggono dal fare i conti con se stesso e i suoi personali fallimenti, quello artistico (la ricerca della bellezza) e quello amoroso. Anche Andrea Sperelli è sconfitto nella sua costante ricerca della bellezza che gli si rivela irraggiungibile, ma soprattutto, come Jep Gambardella, ha perso in amore quando si è lasciato scappare Elena Muti della quale era ed è ancora perdutamente innamorato. Ecco allora perché il protagonista del romanzo si lascia andare a innumerevoli relazioni amorose fugaci, con le quali tenta invano di scacciare dalla sua testa lo spettro dei suoi sinceri sentimenti e di non pensare alla donna della sua vita.

Toni Servillo e Carlo Verdone

Andrea è giovane e dinamico ma esce sconfitto dalle vicende che gli accadono, sopraffatto dalle sue esagerazioni e dai suoi vizi; Jep, un po’ più maturo e quasi stanco della vita, riceve un prezioso aiuto dalla “Santa”, una suora il cui stile di vita contrasta molto con quello delle persone delle quali lui si è circondato nell’esperienza romana. Anche lei viene da fuori Roma, perciò non è immersa nel caos delle suggestioni e delle vanità della città, delle quali ad esempio gode, a modo suo, il cardinale. Lei vive in povertà e non si lascia andare ai vizi ma al massimo mangia radici. Radici: ecco la soluzione per trovare la vera bellezza, tornare alle proprie radici, alle origini. E alle origini di Jep c’era lei, Elisa, l’amore della sua vita che ha perso una volta e che poi non ritroverà mai più, perché durante il film si viene a sapere che è morta. Elisa, che corrisponde alla Elena Muti di Sperelli, è stato il grande rimorso di Jep, ciò che lo ha sconfitto la prima volta. Non vuole mai fare i conti con questo lato del suo passato e anche per questo cerca di distrarsi, però grazie alla suora capisce che è da lei che deve ripartire: deve ritornare nei luoghi dove si sono conosciuti, dove il loro amore è nato e dove è stato consumato, perché solo lì si annida la bellezza, che magari non è Grande e non va in scena dentro un maestoso teatro come Roma, ma può bastare per ritrovare l’ispirazione e tornare a scrivere.

 

 

 

 

 

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