La frontiera: il dramma dell’immigrazione raccontato da Leogrande e Ricucci

La frontiera descritta da Alessandro Leogrande incontra l’articolo di Roberta Ricucci 

Nel 2015 Alessandro Leogrande pubblica La frontiera, una raccolta di biografie di uomini e donne che hanno in comune il viaggio verso l’Italia e quindi l’Europa. Roberta Ricucci invece scrive un articolo per treccani.it dove parla di come l’immigrazione abbia trasformato il nostro Paese.

Accoglienza e integrazione

Roberta Ricucci pubblica il 20 settembre 2020 su treccani.it un articolo intitolato Accoglienza e integrazione dove discute su come l’immigrazione abbia trasformato la società italiana negli ultimi trent’anni. Chiarisce fin da subito che il flusso migratorio verso l’Italia ha visto un notevole rallentamento degli ingressi nell’ultimo decennio, rispetto al 2000-10. Interessante è evidenziare l’aumentati dei ricongiungimenti familiari che hanno superato nettamente gli ingressi per lavoro. Di conseguenza sono aumentati i migranti minori e si sono ridotti quelli adulti. Questi dati sono importanti perchè ci aiutano a comprendere come la realtà in cui siamo immersi presenti un progressivo aumento e stabilizzazione della componente straniera della popolazione.

L’Italia ha sempre avuto una forte impronta multiculturale, fino dalle sue origini con la fondazione di Roma. La città eterna infatti si è originata dall’unione di più villaggi che molte volte presentavano varianti linguistiche e culturali differenti. Roma era popolata da sabini, romani, etruschi, successivamente da greci e luogo di incontro di moltissime altre persone. L’Italia dal punto di vista geografico è centrale nel Mediterraneo e si presta a continui scambi e confronti con altre società completamente diverse dalla nostra. Con le crisi economiche recenti però il dibattito sull’immigrazione si è progressivamente inasprito, come evidenzia Roberta Ricucci.

Al centro la scuola

Davanti all’aumento di minori stranieri diventa necessario investire sulla scuola, concentrandosi sulla persona. Tantissimi ragazzi, come il romanzo di Leogrande ci racconta, vengono da luoghi terribili e fanno fatica a fidarsi ancora degli adulti. L’impresa scolastica diventa sempre più difficile, deve tenere in considerazione il rapporto tra questi “due mondi” ancora in conflitto dentro ai minori. Quale posto possono considerare casa? Quello da cui scappano e dove sono nati o quello sconosciuto che non li vuole, ma dove non vi è guerra e violenza? Ora, che sono in Italia, possono sentirsi al sicuro? A questa sensazione di incertezza ed instabilità si aggiunge anche il precario meccanismo per ottenere la cittadinanza italiana che è in fase di revisione e risulta essere molto complesso da analizzare.

Sempre dalla scuola giunge la voce del protagonista di La frontiera, il romanzo scritto da Alessandro Leogrande e pubblicato nel 2015. Il suo personaggio, infatti, aveva lavorato come volontario in una scuola d’italiano per immigrati, sorta all’interno di un centro sociale lungo la Prenestina. Ed in quel luogo incontrò uomini e donne che scappavano da realtà terribili. Constatò lui stesso che molti colleghi, come lui, non avevano alcuna preparazione didattica, ma erano determinati al loro obbiettivo: riempivano cartelloni, facevano il possibile, per aiutarli ad imparare l’italiano. E nelle aule incontrarono molte persone con cui strinsero amicizia e con cui rimasero in contatto anche dopo il fallimento del progetto educativo.

Bisogna farsi viaggiatori per capire la frontiera

Il personaggio di Leogrande è un uomo che è stato toccato da questo enorme passaggio di essere umani, in carne ed ossa, e non solo numeri su un foglio o parole vuole al telegiornale. Li ha visti, li ha ascoltati, li ha apprezzati e si è reso conto che ci sono tantissime cose che non conosciamo, che non possiamo capire appunto perchè non le abbiamo viste con i nostri occhi. Le storie raccolte in questo libro sono forti, ci sono le biografie di vittime di tortura e di solitari che hanno attraversato mezzo mondo per un attimo di pace. Ci sono villaggi rasi al suolo, innocenti decimati e desolazione. Non è un libro facile, non è per tutti. Ma è necessario, racconta una storia umana, di cui facciamo parte, in quanto italiani, in quanto porto

Raccoglie anche le ventotto “leggi del viaggio” scritte da due etiopi rifugiati che vivono a Roma, sono riusciti a tramutarle in parole su un quaderno a righe solo una volta giunti in Europa, perchè potessero aiutare i posteri a superare quell’intero e lungo viaggio.

Alla base di ogni viaggio c’è un fondo oscuro, una zona d’ombra che raramente viene rivelata, neanche a se stessi. Un groviglio di pulsioni e ferite segrete che spesso rimangono tali. Ma capita altre volte che ci siano dei viaggiatori che ne hanno passate così tante da esserne saturi. Sono talmente appesantiti dalla violenza e dai traumi che hanno dovuto subire, talmente nauseati dall’odore della morte che hanno avvicinato, da non voler fare altro che parlarne. Allora, in quei momenti, hanno bisogno di incontrare un altro viaggiatore. Perchè solo un altro viaggiatore può capire il peso delle parole che pronunceranno, solo un altro viaggiatore può indicargli la strada della leggerezza. Tutti gli altri restano sempre a qualche metro di distanza, sulla terraferma, incapaci di afferrare il senso di ciò che viene detto. […] Bisogna farsi viaggiatori per decifrare i motivi che hanno spinto tanti a partire e tanti altri ad andare incontro alla morte. Sedersi per terra intorno a un fuoco e ascoltare le storie di chi ha voglia di raccontarle, come hanno fatto altri viaggiatori fin dalla notte dei tempi.

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