Mentre in Italia discutiamo ancora di aborto farmacologico nelle cliniche, la Francia ha inserito il diritto all’aborto all’interno della propria Costituzione.
Ci sentiamo tanto avanti, ma siamo il vero e proprio fanalino di coda d’Europa per quanto riguarda i diritti. In Italia si discute ancora della correttezza dell’aborto, della sua etica, di medici, personale sanitario e addirittura farmacisti obiettori. Si parla di ospedalizzazione per un aborto farmacologico, di tempi di attesa di mesi, di trasferte fuori regione per poter esercitare un diritto che per noi è garantito dalla legge 194 del 1978. E mentre noi ci preoccupiamo per queste cose, che dovrebbero essere già date per scontate, vista la normativa, la Francia dà una lezione di diritti a tutto il mondo. Nei giorni scorsi, infatti, ha introdotto il diritto all’aborto nella propria Costituzione.
Il caso francese
Erano anni che la classe politica francese combatteva per l’approvazione di ben più di una legge che tutelasse l’aborto. L’obiettivo era alto, altissimo: inserire questo diritto nel massimo testo normativo del Paese, su cui esso stesso si sorregge. In modo tale che non possa più essere limitato o vincolato dai governi col passare del tempo. E il passo è stato fatto proprio negli scorsi giorni, andando in controtendenza rispetto al resto del mondo: più di 700 parlamentari francesi hanno votato per l’inserimento del diritto all’aborto in Costituzione. Una vera vittoria per il popolo transalpino, per i movimenti femministi e anche per il Presidente Emmanuel Macron, che si è fatto portavoce della campagna. Gli attivisti sono scesi in Place de la Concorde per festeggiare e sulla Tour Eiffel è comparso il messaggio ‘Il mio corpo, la mia scelta‘.

E in Italia?
Non possiamo sicuramente dire molte parole positive sul diritto all’aborto in Italia. Fin dalla sua nascita, ha avuto una storia travagliata. Si inizia a parlare di interruzione volontaria di gravidanza in negativo, con ben quattro articoli del Codice Penale Rocco del 1930 che la punivano con la detenzione. L’aborto era infatti considerato un crimine contro l’integrità della stirpe, alla luce dell’ideologia fascista: il bene da tutelare era l’interesse demografico italiano. Con il femminismo della seconda ondata, gruppi di attiviste rompe il silenzio sulla pratica dell’aborto clandestino, che negli anni aveva mietuto molte vittime. La chiave di volta la si può individuare nel processo a Gigliola Pierobon del 1973, accusata di avere abortito. Pierobon conferma l’accusa e dichiara di non essere pentita delle sue azioni, affermando in tribunale che ogni donna deve avere il diritto di decidere sul proprio corpo e sulla propria vita. Il processo finisce in una sorta di perdono paternalistico. Nel 1975 viene dichiarato incostituzionale l’art. 545 del Codice Penale, che puniva l’aborto anche su donna consenziente. Ciò perché è considerato in contrasto con gli artt. 31 e 32 della Costituzione, che garantiscono invece il diritto alla salute e all’autodeterminazione della persona. Da qui, si giunge quindi alla legge 194 del 1978, tuttora in vigore, che regolamenta i casi e i termini entro i quali è consentita l’interruzione volontaria di gravidanza.
Disuguaglianze all’italiana
Il diritto all’aborto, sebbene sia garantito in Italia a tutte le donne dalla legge 194/1978, nella pratica non lo è veramente. La piaga dei medici e del personale sanitario obiettori di coscienza è una realtà contro cui molte donne si devono scontrare per ottenere un’interruzione volontaria di gravidanza, soprattutto nelle zone del Sud Italia, ancora molto “conservatrici” sotto questo punto di vista. Ciò porta a diversi problemi all’accesso alla procedura, che conducono le donne che se lo possono permettere ad abortire in altre regioni, distanti dalla propria residenza. Coloro che, invece, per vari motivi, non hanno gli strumenti per compiere questo esodo, sono confinate agli aborti clandestini, che costituiscono ancora un fenomeno importante ma sommerso, quindi difficile da tracciare. Le persone che richiedono più spesso una procedura di IVG sono donne con un basso status socio-economico, con un titolo di istruzione medio-basso, disoccupate, appartenenti alla fascia d’età 24-29 anni e straniere residenti in Italia. Il diritto all’aborto legale e sicuro per tutte è quindi ancora un tema su cui è necessario discutere e combattere, per risolvere le brutture che infestano il sistema italiano. Il cambiamento richiesto è quindi strutturale, ma è il minimo per avere un’effettiva applicazione della legge 194/1978 e, conseguentemente, un reale diritto all’aborto, che sia di tutte e per tutte.