Donne e potere nel 2024: Aristofane ci dimostra che abbiamo ancora molta strada da fare

In Italia, le laureate non sono direttamente proporzionali alle dirigenti: ad oggi le donne occupano solo il 41% degli incarichi di maggior rilevanza.

I dati sull’occupazione femminile sono specchio di una società in cui è ancora il patriarcato a dettare le regole. Patriarcato e capitalismo vanno a braccetto e si alimentano a vicenda, all’interno di un sistema basato sui rapporti di forza in cui è il maschio bianco etero cis a prevalere. Sia chiaro, possedere questi requisiti non è di per sé una colpa; lo è abusare di questo privilegio e continuare a perpetrarlo come norma vigente.

L’Occidente fatica a declinare “dirigente” al femminile

Il binomio “donne” e “potere” non è mai piaciuto agli occidentali. È un problema culturale che si ravvisa in primis nella lingua: le leggi del determinismo linguistico affermano, infatti, che la lingua e il pensiero di un popolo si plasmano e si influenzano a vicenda. Si pensi, per esempio, al francese, che specifica “femme” o “Madame” vicino a termini come “écrivain”, “proviseur”, “médecin” o “ministre”.

Anche in una lingua come l’italiano, che sedimentandosi nel corso dei secoli ha abbandonato il genere neutro previsto dal latino (che pur designava perlopiù oggetti inanimati o concetti astratti), ed è approdata a una netta distinzione fra parole di genere maschile e parole di genere femminile, il fattore linguistico diventa un vero e proprio discrimine di genere nella comunicazione quotidiana: lo si evince in primo luogo dalle stesse regole grammaticali, che prevedono che, nel riferirsi a un insieme di persone in cui è presente almeno un componente maschio, allora il plurale che indica il suddetto gruppo va al maschile. È la lingua stessa, dunque, a permettere e a normare che un solo uomo possa sovrastare per importanza un gruppo in cui, per numero, prevalgono le donne.

La lingua italiana è campionessa nel genderizzare i ruoli e i loro appellativi: parole che designano incarichi di alto grado, così come professioni reputate tipicamente maschili, vengono declinate al maschile anche se questi ruoli sono rivestiti da donne. La flessione al femminile di tali termini non è prevista dalla lingua, o suona comunque come una forzatura, soprattutto in diciture e documenti ufficiali: presidente, capo, medico, ingegnere, architetto, meccanico, dirigente.

Insomma, l’universo di Barbieland creato da Greta Gerwig e Margot Robbie – entrambe snobbate dalle candidature agli Oscar 2024 nonostante l’enorme successo del loro film – è l’utopia degli anni 2020, come lo furono ai loro tempi quelli di Platone e di Tommaso Moro.

Il mondo del lavoro non è donna

Statistiche alla mano, le leggi non scritte sulla cui base è organizzata la società italiana non creano i presupposti per far sì che, nel nostro Paese, si riesca a conciliare vita professionale e vita privata. Questo vale per le donne quanto per gli uomini: il mondo del lavoro prevede ritmi sempre più serrati e soffocanti, che non lasciano scampo in assenza di politiche che frenino una deriva alienante nei propri confronti e del mondo che ci circonda, come lo smart working, il congedo parentale paritario per mamme e papà e la settimana corta. Ciò che in Paesi come la Spagna, il Regno Unito e la Svezia – giusto per citarne alcuni – è realtà, in Italia è ancora una chimera anche a livello legislativo, e lo sarà fin quando rimarrà in auge la retorica del “sacrificio”, a spese di salute, socialità ed equilibrio mentale.

https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2024/01/01/italia-ultima-in-europa-per-loccupazione-femminile-una-su-cinque-esce-dopo_172bdb51-1186-41ac-abf9-75097529f560.html

Tuttavia, le donne restano le vittime privilegiate di un meccanismo che assorbe completamente la persona e obbliga a scegliere fra lavoro e famiglia. L’Italia è fanalino di coda in UE per quanto concerne il tasso di occupazione femminile, che si arresta al 55% (a fronte del 69,3% della media europea): tendenzialmente, le donne vengono pagate meno rispetto ai colleghi uomini, rivestono incarichi gerarchicamente inferiori e, soprattutto, lasciano il posto di lavoro dopo la maternità, per decisione propria (seppur obbligata) o, peggio, su costrizione del datore di lavoro. Si tratta di una realtà figlia di una cultura che vede l’educazione dei figli e la tutela del nucleo familiare come una peculiarità delle donne e non come un momento fondamentale della vita di coppia e dell’individuo.

https://www.repubblica.it/cronaca/2024/02/23/news/nuoro_licenziata_perche_incinta-422190373/

Donne e potere secondo Aristofane

Una settimana fa veniva annunciata la vittoria di Alessandra Todde alle regionali in Sardegna. Questo risultato elettorale ha avuto molta risonanza mediatica, non solo in quanto il centro-sinistra ha riconquistato l’isola, ma soprattutto perché Todde è la prima governatrice donna della regione. È un fattore da non sottovalutare in un Paese in cui la disparità di genere è sancita in primo luogo dalle istituzioni: secondo i rilevamenti risalenti a marzo 2023, nel parlamento italiano attualmente solo 200 seggi su 600 sono occupati da donne.

Questo dato non si arresta al belpaese: basta dare uno sguardo alle fotografie che ritraggono insieme i Capi di Stato di tutto il mondo per rendersi conto che la quasi totalità sono uomini. Dopotutto, non sembrano esserci stati così tanti progressi da quando, nell’antica Grecia, la democraticissima Atene recludeva le donne nel gineceo e le escludeva dalla cittadinanza, riservando l’amministrazione della città ai soli uomini. Si comincia a mettere in discussione quest’ordine sociale solo con lo scoppio della Guerra del Peloponneso contro Sparta: fu un conflitto sanguinosissimo che per Atene determinò la perdita di migliaia di vite umane, oltre che dell’egemonia sulle altre poleis greche, nonché il tracollo della democrazia.

In questo quadro politico-sociale, Aristofane dà il meglio di sé. Nel momento in cui le decisioni a carico degli uomini ateniesi si rivelano fallimentari, il commediografo mette in scena un’opera teatrale in cui la guida della polis è affidata alle donne: è quanto illustrato ne “Le donne al parlamento” (in greco Ἐκκλησιάζουσαι), che non è dunque da interpretare come l’esaltazione di un’ipotetica ginecocrazia, bensì come una satira che critica la classe politica ateniese in maniera aspra e ironica. La protagonista è Prassagora, alla guida di un gruppo di donne che, travestite da uomini, instaurano un nuovo governo. L’assemblea dunque approva all’unanimità una serie di provvedimenti, fra i quali l’abolizione della proprietà privata e la messa in comune di tutti i beni, per fare in modo che tutti possano godere del denaro comune e che questo non possa più causare crimini e carestie. Uomini e donne, inoltre, potranno andare a letto con chi vogliono, cosicché i giovani, non sapendo chi sia il loro padre, rispettino tutti gli anziani della polis. Secondo Prassagora e le sue compagne, tali provvedimenti non potranno che avere conseguenze positive; questa tesi è motivata dalla convinzione che le donne si sono dimostrate nel tempo migliori amministratrici del denaro privato rispetto agli uomini, e che hanno sempre rispettato e conservato i costumi antichi.

Anche il sesso può essere utilizzato come un’arma, tanto potente da porre fine a una guerra. È il messaggio principale della “Lisistrata“, che suona come un grido di disperazione in una Grecia devastata dalle morti, dalla carestia e dall’odio fratricida, bisognosa più che mai di pace ad ogni costo. L’ateniese Lisistrata è la donna che per prima decide di intraprendere un vero e proprio sciopero del sesso, per convincere gli uomini a raggiungere un accordo di pace; viene imitata dalle sue concittadine e anche dalle donne di Sparta, cosicché gli uomini si decidono a deporre le armi e ad avviare le trattative per la pace. L’ordine ritorna così nel Peloponneso, e insieme alla guerra termina anche la straziante astinenza di uomini e donne. Vi sono molteplici aspetti che rendono la “Lisistrata” un’opera rivoluzionaria e straordinariamente moderna: Aristofane pone uomini e donne sullo stesso piano, in quanto tutti possono dare il proprio contributo per il bene della città, e al contempo riconosce la potenza della volontà femminile, nell’ambito del sesso quanto in ogni altro dominio della vita privata e pubblica.

Statua di Aristofane (Fonte: genius scuola di scrittura creativa)

 

 

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