Il Superuovo

La femme fatale è letale? Secondo De André è succube della propria vanità

La femme fatale è letale? Secondo De André è succube della propria vanità

Affascinanti ed incontrollabili, seduttrici e impenitenti, oggetto di desiderio spesso negato, le donne fatali non smettono di ammaliare ed atterrire.

Rita Hayworth in “Gilda” di Charles Vidor, 1946

Dalle trame più complicate della letteratura d’ogni tempo ed epoca emergono potenti personaggi femminili che amano essere amati. Anche De André racconta una storia di amore non corrisposto che ha come estremo e tragico fine quello della morte.

“MI INEBRI, MI FAI PERDERE E POSSO SOLO AMMIRARTI”

Le pagine della letteratura mondiale sono gremite di donne potenti, fascinose, fredde e distaccate, specchio di una società che molto spesso le teme. Quello della Femme Fatale è un personaggio topico piuttosto diffuso e che affonda le sue radici nell’antichità. Il modello di donna che questa figura vuole propugnare è quello di una dominatrice, di una seduttrice impenitente alla quale è impossibile resistere, motivo per cui l’uomo che cade vittima del suo fascino si trova del tutto inerme al suo cospetto. Vengono così descritte donne potenti, misteriose e macchiate da una goccia di oscurità con cui l’autore che dona loro vita pare voler giustificare il succube comportamento maschile nei loro confronti. Dalle sottili trame della maga Circe, al vendicativo piano di Medea, già nella tradizione classica si comincia a delineare un essere tanto meraviglioso quanto temibile, che continua poi il suo percorso con la disobbedienza di Eva nell’iconografia cristiana: la donna è pericolosa, ella non obbedisce ad altra ragione che non sia la propria; in questi personaggi si evincono le tracce di una società maschilista che così dipingendo la figura della donna vuole additarla e condannarla. Il terrore per la potenza femminile viene perfettamente trasposto su tela dall’opera “Vampiro” di Edvard Munch che dipinge una dimensione violenta e funerea volta a mostrare la figura femminile in tutta la sua pericolosità: nei suoi diari, l’autore, ci ha lasciato la chiave di lettura dell’opera, “I suoi capelli si erano avvolti attorno a me come serpenti rosso sangue, i suoi lacci più sottili si erano avvolti attorno al mio cuore”.

Edvard Munch, Vampiro, 1893-1894

“LE DONNE SI FACEVANO LA CROCE QUANDO LA VEDEVANO PASSARE”

Spesso la femme fatale pare quasi un punto d’unione tra i versi del Dolce Stilnovo e le rime Petrose, poiché alla bellezza divina ed ultraterrena di una donna-angelo si aggiungono durezza, crudeltà ed insensibilità che la portano a compiacersi della sofferenza maschile davanti al suo rifiuto. La letteratura francese ci offre il modello di Madame Bovary che, insieme alla sorella russa Anna Karenina, è prigioniera di una società che la vuole totalmente sottomessa alla figura maschile: non è un caso, che la fine di queste eroine sia tutt’altro che gioiosa, e sembri quasi la giusta ricomposizione dell’ordine di una società che deve continuare ad essere dominata dall’uomo. Le pagine veriste di Verga narrano la storia de “La Lupa”, seduttrice dalle labbra rosse e dalla bellezza che “spolpa gli uomini” pur non essendo più nel fiore degli anni: obiettivo de la Lupa è quello di sedurre e conquistare Nanni, un giovane appena rientrato dal servizio militare che lavora con lei nei campi. Il giovane è completamente succube davanti alle azioni della donna che non rinuncia all’idea di sedurlo nemmeno dopo il di lui matrimonio. Il finale, piuttosto ambiguo, mostra come l’unica soluzione per Nanni, ormai esasperato e con la mente obnubilata, sia quella di uccidere la donna per porre fine alle sue sofferenze.

“UN UOMO SI ERA UCCISO PER IL SUO AMORE”

Una storia di sacrificio è quella che racconta Fabrizio de André nella sua “Ballata dell’amore cieco”: l’uomo sacrifica la madre e la propria vita nel vano tentativo di conquistare una donna per la quale brucia di un amore definito come “cieco”. Un amore non corrisposto, ma incoraggiato dalla vanità della donna che sfrutta il suo potere fino all’estrema fine: chiedendogli dapprima di strappare il cuore dal petto alla madre per darlo in pasto ai cani, poi di recidersi dai polsi le vene ed infine di spirare davanti ai suoi occhi divertiti per la vanità fredda che ha ora trovato l’apice del suo compiacimento. Tuttavia il poeta degli ultimi pare volerci dare una morale: abusare del proprio potere, per chi riceve dolci attenzioni, è una tentazione nella quale è facile cadere, ma la ballata scoraggia questo comportamento cinico e calcolatore per incoraggiare invece ad amare, anche a costo di soffrire. Negli ultimi versi, è la donna stessa a risultare vinta dal proprio egoismo e dalla propria vanità: “Ma lei fu presa da sgomento quando lo vide morir contento, morir contento e innamorato quando a lei niente era restato, non il suo amore non il suo bene ma solo il sangue secco delle sue vene”.

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