Il divario tra ricchezza e povertà è sempre più grande – la dittatura del profitto

8 uomini possiedono la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone, e la cifra in questione è di 426 miliardi di dollari. Metà dell’intera umanità. È questo il capolavoro del profitto capitalistico.

L’economia mondiale al servizio di pochi

L’economia globale si basa sul paradosso per cui l’1% della popolazione detiene più del restante 99%, esercitando, in questo modo, un vero e proprio controllo sulla vita economica e politica dell’intera comunità mondiale. Questa “economia al servizio dell’1%” è la causa del netto divario tra ricchezza e povertà. Basti pensare che mentre 902 milioni di persone (circa 15 volte la popolazione italiana) vivono con meno di due dollari al giorno, un uomo come Bill Gates ne guadagna 250, al secondo. È sconfortante notare come la voce della quasi totalità della popolazione rimanga inascoltata e venga soffocata dall’immobilismo istituzionale e dai governi che continuano a fare gli interessi di pochi. La crisi della disuguaglianza, oltre a far perdere fiducia nella democrazia, è sintomo di un’irrimediabile frattura economica. Una ricerca del Fondo Monetario Internazionale ha infatti rilevato che la crescita delle quote di reddito dei più ricchi penalizza il PIL del paese, al contrario di quanto avverrebbe con l’aumento di quello delle fasce inferiori. Prendendo in considerazione proprio le dinamiche del mercato, solo il 5% delle migliaia di miliardi di soldi che vengono mossi ogni giorno è finalizzato a transazioni commerciali fisiche e reali. Il restante 95% è investito in speculazioni, è denaro che moltiplica denaro, è la semplice condanna dell’economia “reale”. E questo ci fa capire come il profitto, il dio denaro, sia una potenza creatrice e trasversale che pervade il sistema economico e non solo. 

Bill Gates, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos, Amancio Ortega: alcuni degli uomini più ricchi del mondo

L’uomo ha, ma vuole sempre di più

Il profitto è quella strana e paradossale dinamica che, con il tempo, si è imposta nella società moderna come il fulcro essenziale di tutto: della produzione, del lavoro e della vita. L’uomo genera il profitto e gli conferisce una propria autonomia e vitalità che, irrimediabilmente, finisce per autoalimentarsi (tramite le speculazioni e i giochi in borsa). Il profitto è l’arma della società capitalista, è lo strumento con cui le società finanziarie, le multinazionali e le banche, con l’appoggio delle classi politiche, dirigono la vita politica ed economica degli altri. E, in questo senso, la più grande conquista del profitto è proprio quella di aver fatto credere che non ci possa essere un’alternativa. E in realtà l’alternativa c’è e surclassa il capitalismo: parliamo di un’economia basata sulla produzione e il commercio equi e solidali. Si tratterebbe di un sistema economico alternativo che ha lo scopo di promuovere la giustizia sociale ed economica, garantendo ai produttori prezzi giusti e determinati. Le risorse della Terra sono sufficienti per tutti e se la distribuzione non avviene in modo equo è per una mancanza di volontà politica. Aldilà delle possibili alternative, che esistono in ogni caso, il problema è che la logica del profitto viene quotidianamente giustificata ed interiorizzata, proprio perché l’uomo ormai è completamente subordinato e inserito in questo sistema. Un sistema che ci dice come socializzare e come vivere. Un sistema che ruota intorno alla disuguaglianza e spinge l’uomo a lavorare più del dovuto. Un sistema che porta l’uomo a speculare, guadagnare, ottenere ricchezze e potere. L’uomo ha, ma vuole sempre di più.

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