Il Superuovo

La danza è arte per l’arte: filosofi e poeti non sono immuni al suo fascino

La danza è arte per l’arte: filosofi e poeti non sono immuni al suo fascino

La danza è un’arte dagli antichissimi esordi, manifesto di eleganza e misura, decantata dai poeti e studiata nella sua potenza espressiva che la porta a dialogare con le altre arti.

Quel rigore e quella grazia che si celano dietro ai passi di danza e che spingono al limite la flessibilità del corpo sono un’espressione artistica che affascina ed è oggetto di studio: dalla “Teoria della danza” di Mallarmé alla “Danzatrice stanca” di Montale sino alla dimensione dionisiaca di Nietzsche.

DALLA SBARRA ALLA SCENA

Fin dalle prime lezioni i ballerini classici sono allenati alla grazia e all’eleganza. La mano morbida, le caviglie sostenute, il busto allungato, le punte dei piedi ben tese, lo spot della testa, tutto questo deve essere, e soprattutto sembrare, naturale. La fatica che può celarsi dietro un passo o dei piedi doloranti dopo un’intera coreografia sulle punte, non deve trasparire. Non c’è posto per altro che grazia, equilibrio e rigore, per restituire l’impressione di quella fluidità corporea che porta le ballerine quasi a volare. L’interesse per la danza ha origini antichissime che si colorano delle sfumature e degli stili più disparati. Mallarmé, uno dei poeti maledetti discendenti di Baudelaire, tratta la danza come metafora stessa della scrittura: se da una parte si vuole donare un corpo alla parola, dall’altra si vuole oltrepassare la fisicità della danzatrice che è ora trasfigurata in “segno”. Mallarmé, in “Crise de vers”, paragona le gambe della ballerina alla penna del poeta, riconoscendo dunque alla danza un valore altissimo: di sorgente e fonte della scrittura.

Edgard Degas, La lezione di danza, 1873-1876

“POTRAI RIMETTERE LE ALI”

Montale, ormai poeta affermato, negli anni Sessanta si trovava ad essere critico musicale per il “Corriere della Sera” e frequentava dunque il teatro della Scala di Milano per recensirne opere e balletti. Nel 1969 egli compose “La danzatrice stanca”, dedicata alla grandissima ballerina italiana Carla Fracci che, a quel tempo, si era ritirata dalle scene a causa della maternità. Nei primi versi la Fracci viene descritta quasi come un’ammalata che rinvigorisce: si parla della “rifioritura d’una convalescente” che vede via via la guancia prendere colore e lo sguardo farsi più vivo e luminoso. Ogni spettatore si accorgerà del ritorno sul palcoscenico dell’Etoile, dal momento che, come l’autore esemplifica nell’ultimo verso, senza di lei, i balletti paiono “nivei défilés di morte”, sfilate di morti. E così la Fracci “potrà rimettere le ali” e tornerà ad essere quella figura leggerissima, quasi eterea, che domina la scena della danza classica.

“BISOGNA AVERE UN CAOS DENTRO DI SE’ PER GENERARE UNA STELLA DANZANTE”

Ulteriore punto di vista ci è presentato dal filosofo Nietzsche che, nell’opera “L’origine della tragedia”, analizza il mondo come prodotto dell’incontro tra due forze contrapposte: lo spirito apollineo e lo spirito dionisiaco. Se il primo, derivando dal dio del sole Apollo, è sinonimo di purezza, ordine e ratio umana, il dionisiaco, che prende il nome dal libertino dio Dioniso, rappresenta il caos, la perdizione e l’impulso. Nell’opera, poi, il filosofo accosta la parte recitativa all’apollineo mentre la parte musicata e danzata al dionisiaco. Egli parla di come Euripide e Socrate siano intervenuti sulla tragedia attica all’interno della quale era proprio la danza a rappresentare lo spirito del dionisiaco, in perfetto equilibrio con quello del testo apollineo. Se la danza nasce dal caos, da quella espressione del soggetto che ha luogo nella sua parte più oscura, è chiaro che possa essere intesa come un linguaggio proprio e capace di dialogare solo con le più pure forme d’arte.

 

 

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: