La corsa allo spazio: scopriamo come la comunicazione propagandistica abbia reso Valentina Tereškova un’eroina sovietica

A sessant’anni dal suo primo volo, vediamo l’importanza della prima donna nello spazio per la propaganda sovietica.

Poster propagandistico su Valentina Tereškova

Nel clima della Guerra Fredda la corsa allo spazio fu uno dei principali strumenti per dimostrare chi tra USA e URSS era superiore. Dopo Gagarin i sovietici furono un passo avanti agli americani anche nel lanciare la prima donna nello spazio.

La corsa allo spazio

Il periodo della Guerra Fredda vide le due superpotenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale, USA e URSS, sfidarsi continuamente per far vedere chi fosse il paese più forte sulla faccia della Terra. La sfida più importante fu sicuramente dimostrare chi avesse la maggiore forza bellica, dettata da una continua ricerca della bomba atomica più potente – con conseguente continue minacce di una guerra nucleare. Ma un’altra sfida che caratterizzò questa battaglia psicologica tra sovietici e americani fu la lotta per la conquista dello spazio.

Sappiamo tutti che gli americani furono i primi ad arrivare sulla Luna nel 1969 con Neil Armstrong. I primi ad arrivare nel cosmo furono però i sovietici i quali, nel 1961, lanciarono Jurij Gagarin nello spazio; il cosmonauta russo divenne così il primo uomo nello spazio e il primo a orbitare intorno alla Terra. La missione Vostok 1 di Gagarin fu un successo e permise all’URSS di mostrare la sua grandezza, sia agli occhi dei cittadini sovietici sia a quelli di tutto il mondo. Il primo volo nello spazio fu quindi successo innanzitutto propagandistico; il governo russo fece di tutto per continuare ad essere un passo avanti i rivali americani e per mantenere l’entusiasmo che tale evento aveva creato all’interno dell’ Unione.

Jurji Gagarin il primo uomo nello spazio

Valentina Tereškova

Dopo il secondo volo, quello di German Titov, i sovietici iniziarono a considerare la formazione di un programma spaziale femminile, ancora una volta col puro scopo di essere avanti agli Stati Uniti. Le candidate a diventare la prima donna nello spazio furono cinque, tutte con le stesse caratteristiche minime: avevano meno di 30 anni, erano nubili, erano alte meno di 170 cm e pesavano meno di 70 kg. Tra queste si trovava anche Valentina Tereškova, ragazza di 26 anni che si era già offerta volontaria come cosmonauta già nel 1961.

La Tereškova non era forse la più preparata tra le candidate però aveva due fattori a suo vantaggio: godeva dell’appoggio di Gagarin ed era la perfetta eroina sovietica. La ragazza era infatti di umili origini, lavorava come operaia in un’azienda tessile (settore maggiormente in crescita e col maggior numero di operai impiegati nell’URSS degli anni ’50 e ’60) ed era orfana di guerra: suo padre era un carrista, morto durante la Seconda Guerra Mondiale. Inoltre Tereškova era la segretaria della lega dei giovani comunisti (Komomol). Fu preferita a Valentina Ponomarëva, donna della media borghesia, forse più preparata tecnicamente ma considerata arrogante ed egocentrica, quindi meno adatta ad essere la nuova figura simbolo dell’Unione sovietica

Anche in questa scelta quindi il governo dell’URSS preferì scegliere una persona che a livello propagandistico avrebbe potuto dare più vantaggi, rispetto a una cosmonauta meno avvezza al ruolo di eroina del popolo ma con conoscenze tecniche maggiori. Lo stesso Nikita Krushev, all’epoca segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, scelse la Tereškova come simbolo del popolo sovietico.

Le due facce della Vostok 6

Il 16 giugno 1963 Valentina Tereškova, nome in codice Cajka (il Gabbiano), salì a bordo della Vostok 6 e partì alla volta dello spazio, per una missione congiunta con la Vostok 5, già in orbita. La prima donna ad arrivare nello spazio vi rimase per quasi tre giorni, prima di tornare a Terra, e le due navicelle riuscirono anche a mettersi in contatto via radio. Un bello smacco per il programma spaziale femminile americano, il Mercury 13, che lanciò la sua prima cosmonauta solo vent’anni dopo, nel 1983. La Tereškova divenne la nuova eroina dell’URSS ed è considerata eroina nazionale russa tutt’oggi; lo stesso Putin la considera un idolo e lei ricambia appoggiandolo politicamente.

Il viaggio del gabbiano, però, non fu tutto rose e fiori come il governo sovietico volle lasciare intendere. Anni dopo si scoprì infatti che la missione fu in realtà un mezzo disastro, motivo per cui i sovietici interruppero il programma spaziale femminile fino agli ’80. La Tereškova soffrì in maniera abbastanza forte di mal di spazio, che le porto nausea e vomito continui; la tuta spaziale e il casco indossati per tutte le 70 ora della missione le diedero dolori muscolari. La rotta fu inizialmente sbagliata, notizia non inviata perchè non si poteva far sapere che i comandanti sovietici avevano sbagliato, e la missione fu allungata per poterla aggiustare. Al rientro inoltre venne a galla la minor preparazione della prima donna nello spazio: nonostante le indicazioni da terra, non riuscì e pilotare la Vostok 6 coi comandi manuali; in più si tolse il casco per vedere meglio, nonostante i comandanti le avessero vietato di farlo, e nel farlo si ferì gravemente al viso. Una volta atterrata distribuì le razioni di cibo avanzate alle persone che l’accolsero, rovinando quindi gli esperimenti e le misurazioni sul peso dei cosmonauti dopo il rientro sulla Terra. Le foto di rito sul sito dell’atterraggio furono poi scattate tre giorni dopo, in quanto prima la donna fu portata in ospedale per curare le ferite.

Insomma un’avventura che il governo e la propaganda dovettero nascondere per non dimostrare quali erano in realtà le debolezze dell’URSS. Nonostante questo l’impresa portata a termine da Valentina Tereškova fu una pietra miliare per la corsa allo spazio, oltre che l’ennesima dimostrazione di forza dell’URSS durante la Guerra Fredda.

 

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