La consapevolezza ci rende umani: Federico Faggin e la tecnologia a Roma

Viviamo immersi in un mondo digitale, siamo costantemente connessi con chiunque e ogni volta che ci troviamo in una situazione piacevole sentiamo la necessità di condividerlo con tutti gli amici virtuali. La realtà della tecnologia sta gradualmente modificando la società, e rispetto agli uomini le macchine sembrano spesso avere una marcia in più. Ma non è così: a dirlo è il fisico Federico Faggin, inventore del microprocessore e del touchscreen.

Federico Faggin, tra gli uomini che hanno creato il presente

Nato a Vicenza nel 1941, Federico Faggin sviluppa fin da bambino una certa passione per la costruzione e per lo studio delle invenzioni. Conseguito il diploma presso l’istituto tecnico industriale, viene assunto dall’azienda Olivetti. Nonostante il soddisfacente stipendio, decide poi di iniziare a studiare fisica all’Università. Dopo la laurea si trasferisce in America, dove l’attuale Silicon Valley era un’immensa distesa di orti e frutteti.

La prima grande invenzione fu quella del microprocessore, alla base della realtà digitale che oggi ci circonda, essenziale grazie alle sue dimensioni ridotte. Dopo alcuni anni, cercando un’alternativa alla trackball usata con i computer, inventa il touchpad, presente oggi in tutti i computer portatili, e il touchscreen. Intervistato da TG Leonardo, racconta che in un primo momento non aveva realizzato la portata fenomenale di quelle scoperte. Era consapevole del fatto che fossero rivoluzionarie, ma le aveva sottovalutate. Il fisico, che ha contribuito alla costruzione del mondo in cui oggi viviamo, ha assunto anche la cittadinanza statunitense. In questi giorni si trova in Italia per presentare la sua autobiografia, Silicio.

 

 

Oggi i suoi studi si concentrano sulla consapevolezza, da lui descritta come la capacità che abbiamo di avere sensazioni e sentimenti, e fattore che ci distingue dalle macchine. Considerata una cosa ovvia e facile da comprendere, in quanto parte di noi dalla nascita, la coscienza è il luogo dove risiede la nostra umanità. Grazie ad essa possiamo capire a pieno quello che ci accade, facoltà non posseduta dai computer. È facile avere ogni risposta a portata di click, ma di certo le macchine non sono consapevoli di avercela fornita. “Nel computer c’è buio dentro, e noi abbiamo la luce!” – afferma Faggin.

 

La tecnologia a Roma

Tale riflessione sull’umanità, che ci distingue dalle macchine, assume maggiore rilevanza se proviene dall’inventore di una realtà che oggi ci sembra indispensabile.

Un interessante punto di vista circa la tecnologia caratterizza il pensiero della Roma antica, fortemente pragmatica. Il poeta Lucrezio riconosce che le tecniche sono utili a migliorare il tenore della vita, ma al contempo afferma che l’uomo, grazie al loro uso, riduce la fatica e diventa così incontentabile. Inoltre è curioso un aneddoto narrato da Svetonio che vede come protagonista Vespasiano: quando un inventore gli propose una macchina che avrebbe semplificato il trasporto delle colonne sul Campidoglio, l’imperatore rifiutò e lo pagò per distruggere l’invenzione, che avrebbe ridotto il numero degli addetti a quel lavoro e diminuito la possibilità di sfamare la povera gente.

Il progresso scientifico veniva spesso collegato a un regresso morale. Seneca, in una delle sue epistole, spiega che la natura ha fornito a ciascuno i mezzi necessari per soddisfare le proprie esigenze. Egli crede che le tecnologie non siano state inventate dai sapienti, ma da uomini sagaci.  A tal proposito, un simpatico aneddoto racconta che Diogene cinico, dopo aver visto un bambino bere nel cavo delle mani, ruppe volontariamente il bicchiere che portava sempre con sé, rimproverandosi di aver portato per lungo tempo un peso inutile.

Quello dei Romani è un punto di vista eccessivamente pragmatico. Occorre in realtà ammettere che l’invenzione di diversi strumenti per la quotidianità, la ricerca scientifica e quella tecnologica hanno senza dubbio migliorato le nostre vite. È bene però tenere a mente la riflessione di Faggin, e prendere atto che le macchine non sono dotate di coscienza e di consapevolezza. Il mondo virtuale non può e non deve sostituire quello reale, fatto della nostra umanità. Siamo noi ad avere la luce dentro, come sostiene il grande fisico, e siamo noi a poter decidere quando accendere e quando spegnere ciò che non fa parte della realtà.

Chiara Maria Abate

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