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La Commedia è un poema senza pa(d)ri: vediamo le opere che forse hanno ispirato Dante

La Commedia è un poema senza pa(d)ri: vediamo le opere che forse hanno ispirato Dante

Oggi parleremo dell’opera più nota della letteratura italiana, conosciuta in tutto il mondo: niente di meno che della Divina Commedia di Dante Alighieri.

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Tra saggi critici, reportage, documentari, bibliografie lunghissime, materie specifiche come filologia dantesca, cosmologia e angelologia… Numerosi sono, ancora oggi, i dubbi che attanagliano gli studiosi e le leggende legate al viaggio oltremondano del Sommo Poeta. Partiamo, innanzitutto, con il dire che la Commedia viene considerata un’opera senza eguali e anche senza “padri” perché si tratta di un vero e proprio unicum nella letteratura mondiale. Ma, in realtà, esistono opere anteriori al capolavoro dantesco che sembrano assomigliargli molto per impianto e struttura oppure per trama. Scopriamone insieme alcune, restando nell’ambito della letteratura italiana.

1. I primi poemi allegorici

Non è facile definire e classificare la Divina Commedia, ma una sua prima esplicitazione potrebbe, appunto, essere quella di poema allegorico.

Uno dei più antichi appartenenti a tale genere è il “Roman de la Rose“, scritto in lingua d’oil a quattro mani da Guillaume de Lorris nella prima metà del ‘200 e Jean de Meung nella seconda metà dello stesso secolo; l’uno si sofferma sull’aspetto sentimentale dell’amor cortese, l’altro intraprende uno stile più “scientifico” ed enciclopedico, ricorrendo a numerose digressioni.

Il poema è molto esteso, infatti consta di 21.780 ottosillabi ritmati, mentre la Commedia dantesca ne annovera “solo” poco più di 14.000, giusto per avere un’idea delle sue effettive dimensioni.

Il poema ebbe un’amplia diffusione (infatti ci sono pervenuti più di 300 manoscritti diversi); e, a contribuire nella sua elargizione, fu la traduzione ad sensum fatta (probabilmente) da Dante stesso e intitolata “Il Fiore”, poemetto costituito da 232 sonetti che sintetizza il contenuto del Roman de la Rose.

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2. Tra la Gerusalemme celeste e la Babilonia infernale

Tra i primi autori a presentare la dicotomia tra Inferno e Paradiso, troviamo Uguccione da Lodi, autore del “Libro” che, in settecento versi, propone preghiere, precetti morali e religiosi e illustra gli orrori infernali e la beatitudine celeste.

“Le grand pene d’inferno ve stoverà sofrir, […] en lo grand fuog d’inferno a brusar e rostir”  (vv.97 e 104)

“en paradiso, o’ è tanto splandor,” (v. 36)

L’intellettuale Giacomino da Verona scrive due poemetti in merito ai due regni dell’oltretomba: il “De Ierusalem celesti et pulcritudine eius et beatitudine et gaudia sanctorum” nel 1230 sul Paradiso; e il “De Babilonia civitate infernali et eius turpitudine et quantis penis peccatores puniantur incessanter” nel 1265 sull’Inferno.

Il paradiso è rappresentato da una città dorata ed estremamente luminosa, circondata da mura imponenti e impreziosite; l’atmosfera idilliaca è allietata da cori armoniosi di angeli che cantano le lodi di Cristo e della Vergine. L’inferno è, invece, il luogo ove si scontano le pene, ove dominano odori acri e urla di sofferenza, e appare come una gabbia, una vera e propria prigione che intrappola i peccatori; le redini del governo infernale appartengono a Belzebù, il diavolo-cuoco, che infilza i peccatori e li arrostisce con uno spiedo.

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3. L’origine della tricotomia oltremondana

Il primo autore a far riferimento alla tricotomia dei regni dell’oltre tomba è Bonvesin De La Riva che, tra le altre opere, ha scritto il “Libro delle Tre Scritture” nel 1274. Costituito da tre cantiche, il poema didattico-allegorico delinea il sublime rapporto tra uomo e aldilà che si articola attraverso la risalita delle anime in Paradiso passando per i regni infernali; le tre scritture sono la negra, la rossa e la doradha:

  1. la prima è intitolata “De scriptura nigra”  e rappresenta l’inferno;
  2. la seconda, “De scriptura rugia” incarna la passione di Cristo;
  3. la terza “De scriptura doradha” riguarda il Paradiso.

I diavoli nell’Inferno sono “strasozz e òrrii”, cioè sporchi e orribili, mentre in Paradiso ci sono deliziose mense ricche di “vin delicai”.

Abbiamo, sì, la tripartizione del poema, ma non la presenza del Purgatorio che, invece, riscontriamo nella Commedia e che verrà definito nel secondo concilio di Lione nel 1274, poi nel dettaglio in quello di Firenze del 1338 e, infine, nel concilio di Trento del 1563. Il termine, in realtà, affonda le sue origini già verso la fine del XII secolo, dal latino: purgatorium, da purgare,  cioè “epurare”.

Bonvesin è stato, inoltre, il primo a inserire la legge del contrappasso (questo significa che le pene sono proporzionate al peccato commesso) e ha offerto un’importante testimonianza di impiego letterario di volgare lombardo.

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4. Le somiglianze con l’opera del conterraneo Brunetto

La maggior parte dei critici contemporanei sostiene che Dante non conoscesse i poemetti sopra citati, quindi né quelli di Giacomino da Verona, né quello di Bonvesin De La Riva; è certo, però, che l’Alighieri abbia letto l’opera di Brunetto Latini: il Tesoretto.

Si tratta di un poemetto in settenari a rima baciata, scritto dal fiorentino Brunetto Latini -probabilmente- mentre era in esilio in Francia; la trama dell’opera trae spunto da un drammatico episodio autobiografico per poi trasformarsi in un racconto allegorico.

Brunetto, il protagonista, è disperato per aver appreso la notizia della disfatta presso Montaperti (1260) e si smarrisce in una selva oscura ove, poco dopo, si imbatte in Natura che si offre di fargli da guida attraverso diversi regni; successivamente Vertude, sostituendo Natura,  illustra al poeta le varie virtù che possono essere riproposte nel mondo civile. Giunge, poi, nel regno del dio Amore ove Ovidio gli consiglia come rimuovere le tentazioni di amore; arriva a Montpellier ove decide di confessarsi, prendendo consapevolezza del peccato di cui si è macchiato; e, infine, raggiunge la cima dell’Olimpo ove Tolomeo si accinge a spiegargli la naturale composizione degli elementi naturali che dominano il mondo, ma il poemetto resta bruscamente interrotto.

Dante e Brunetto sono sicuramente legati non solo dalla patria comune e dalla condizione dell’esilio dovuta a motivi politici, ma soprattutto perché è certo che la Commedia dantesca richiami il Tesoretto:

  1. l’incipit è pressoché identico: il poeta si perde in una selva oscura e viene soccorso da una guida (Virgilio per Dante, Natura per Brunetto), che li accompagnerà nel viaggio attraverso diversi regni;
  2. Brunetto, nel Tesoretto, confessa il suo peccato più grave: la sodomia; e non è, infatti, un caso che Dante lo collochi nel canto 15 nel III girone del VII cerchio dell’Inferno tra i sodomiti. Questa è la prova definitiva che Dante abbia letto l’opera dell’amico Latini.

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5. E per concludere…

Ovviamente, tra le altre fonti cui si è rifatto Dante, non possiamo non citare:

  • il capolavoro virgiliano dell’Eneide e, in particolare, il libro VI in cui Enea scende negli Inferi per incontrare l’ombra del padre Anchise;
  • e la seconda lettera ai Corinzi di san Paolo dove viene raccontato il suo viaggio.

I due protagonisti dei suddetti viaggi sono citati, per altro, dallo stesso Dante al verso 32 del canto II dell’Inferno. “Io non Enea, io non Paulo sono“.

  • Anche, il commento di Macrobio al Somnium Scipionis tratto dal VI libro del “De Re pubblica” di Cicerone in cui vengono descritte le sfere celesti;
  • e l’Apocalisse di San Giovanni ove troviamo la prima definizione abbozzata di Purgatorio.

Ad ogni modo, anche se potremmo definire la Commedia un poema allegorico con dei “padri”, perché -come abbiamo visto- sono state scritte delle opere simili già prima del 1306, la Commedia è: un’opera senza “pari”; la summa delle conoscenze del Medioevo; non un semplice poema, ma il poema che rappresenta, ancora oggi, l’esempio più alto e inarrivabile di racconto allegorico atemporale, valido in ogni tempo e in ogni spazio.

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