La colpa di essere donne: uno sguardo sul caso sudafricano e su quello aborigeno

 

proteste contro i femminicidi in Sudafrica

Un inchiesta incorona il Sudafrica come lo stato più pericoloso in cui essere donne, ma c’è una civiltà pronta a contendergli lo scettro.

UNA STORIA ANTICA

Quella della violenza contro le donne è una storia che trascende la storia e la geografia. Considerate, in quasi tutte le culture, inferiori agli uomini, le donne hanno vissuto ovunque una vita difficile e, spesso, isolata. Dall’istituto della patria potestas romana fino alle infibulazioni somale, dai ginecei greci fino agli harem del mondo arabo, per una persona di sesso femminile è sempre stato più facile venire emarginata o essere vittima di abusi e violenze.

Bartolo Fredi, la creazione della donna

IN PRINCIPIO ERA L’UOMO

Quando si parla di rapporti tra uomini e donne, nella cultura che conosciamo meglio, ovvero quella occidentale, l’attenzione è sempre posta sull’uomo. Sia essa quella greca, in cui Zeus si unisce con qualsiasi donna gli capiti a tiro o Apollo compie il primo atto di stalking della storia, costringendo la povera Dafne a trasformarsi in una pianta di alloro per non cedere alle sue lusinghe. Quella cristiana, secondo la quale Eva viene creata al fine di essere per Adamo “un aiuto che gli corrisponda“. O quella romana, dove Tito Livio loda il gesto di Virginio, il quale uccide la figlia per impedirle di diventare una schiava. Si continua su questo tenore fino all’epoca del romanticismo, dove, se possibile, le cose vengono ancora più estremizzate. L’uomo che arriva ad uccidere l’oggetto del proprio amore compie il gesto più nobile che esista e la donna sembra condividere questa visione, come quando la  Mademoiselle de la Mole de “Il rosso e il nero” arriva ad affermare: “è degno di essere il mio padrone poiché è stato sul punto di uccidermi“. Anche nei giorni nostri è evidente che un problema di violenza nei confronti delle donne, permei la nostra società e che, benché iniziative  sia politiche che sociali, stiano cercando di porle un freno, la situazione sia ancora ben lontana dall’essere risolta.

Antonio del Pollaiolo, Apollo e Dafne

IL CASO SUDAFRICANO

Il problema che abbiamo cominciato ad indagare, ovviamente, non appartiene solamente alla cultura occidentale. Non bisogna mai perdere di vista l’insieme, il mondo nel suo complesso, per non rischiare di generalizzare. C’è uno stato, infatti, dove essere donna è più rischioso che altrove: il Sudafrica. Un paese sicuramente complesso e nel quale, almeno ai nostri occhi, la questione del femminicidio, ci era giunta alle orecchie soltanto a causa di Oscar Pistorius. In realtà le statistiche evidenziano come più della metà della popolazione femminile, abbia subito, nel corso della sua vita, episodi di violenza o abusi. Episodi che, nella maggior parte dei casi, vengono tenuti nascosti. La cortina di fumo, però, sembra essersi alzata negli ultimi giorni, dove gli omicidi di tre donne e in particolare quello di Tshegofatso Pule, accoltellata e poi appesa ad un albero, hanno portato agli occhi dell’opinione pubblica l’evidenza del problema. Per la prima volta il presidente dello stato africano, Cyril Ramaphosa, sembra aver preso sul serio il problema, affermando pubblicamente che il suo sia “uno degli stati più pericolosi per le donne

IL CASO ABORIGENO

Se abbiamo affermato che, con il suo oltre 50% di donne vittima di violenza, il Sudafrica sembra essere lo stato in cui essere donne sia più pericoloso, c’è una cultura che è pronta a contendergli il triste primato: quella degli aborigeni australiani.  Secondo i dati dell’Australian insitute of health and welfare per una donna aborigena è trentacinque volte più facile subire violenza in famiglia, rispetto che per qualsiasi altra donna. A sostegno di ciò si può citare come, nel 2007, la cittadina di Alice Springs, abitata soprattutto da aborigeni, nonostante i suoi soli 25.000 abitanti, sia stata la città al mondo dove si sono registrate più coltellate.  Fino a pochi anni fa si credeva che i resoconti dei primi europei arrivati nell’isola, i quali parlavano di indigeni pronti a stuprare senza ritegno o ad uccidere la propria moglie per aver mangiato un boccone di cibo non a lei destinato, sembravano esagerati. Gli studi effettuati del paleopatologo Stephen Webb, invece, ci costringono a rileggere queste testimonianze sotto una nuova luce. Dopo aver analizzato il cranio di oltre quattromila donne aborigene, è infatti emerso come, nel 25% dei casi, essi presentassero segni di ferite alla nuca. Ecco dunque che racconti come quello dell’ufficiale di marina Watkin Trench, il quale parla di come “quando un aborigeno è provocato da una donna lui la colpisce e la fa franare a terra sul posto; in questi casi l’uomo colpisce sempre alla testa, usando indiscriminatamente un’accetta, un bastone o qualsiasi altro oggetto gli capiti sotto mano“, divengono di colpo testimonianze attendibili.

L’IMPORTANZA DI UNO SGUARDO GLOBALE

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Mondo greco, civiltà romana e cristiana, ottocento romantico e Italia di oggi, Sudafrica e civiltà aborigena.                   Come abbiamo affermato all’inizio quello della violenza sulle donne è un problema che trascende lo spazio e il tempo. Perché contesti e culture così diversi abbiano dato vita, tutti, ad una così forte discriminazione nei confronti del sesso femminile, è una domanda complicata e non è di certo questa la sede appropriata per rispondere. Una parola però, anche se estremamente riduttiva e semplicistica mi sento di spenderla. Perché se le varie civiltà hanno sviluppato, in completa autonomia, una simile violenza, ciò è stato fatto per una visione legata, almeno in parte, alla forza fisica. In un mondo arcaico l’uomo, fisicamente più forte  della donna, poteva sentirsi legittimato nel tenerla soggiogata. Oggi non è così, oggi non c’è nessuna legittimazione e il fatto che se ne parli, che il problema venga messo in luce, e lo si faccia in Italia come in Sudafrica e in America come in Australia, ci regala qualche speranza per il futuro.

 

 

 

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