C’è una città che non esiste solo sulle mappe, ma anche nella memoria. È una Napoli invisibile, fatta di salite infinite, di odori che si mescolano come dialetti.

Fabrizia Ramondino, in Althénopis, non si limita a descrivere la sua città: la incarna. La trasforma in un corpo, in una mappa percorsa dal tempo, dove ogni strada è una linea della memoria e ogni piazza un nodo affettivo.
Il palinsesto storico: la Napoli delle geografie intime
Parlare di Napoli significa parlare di una città-palinsesto. Un luogo che si è scritto e riscritto su sé stesso nei secoli, dove ogni epoca ha lasciato una traccia visibile o sotterranea. E la Napoli della Ramondino è esattamente questo: una città in cui il presente specchia le rovine del passato, in cui la storia non è solo nei monumenti ma nei gesti quotidiani, nei linguaggi, nei rituali. La metafora del palinsesto storico si intreccia, poi — e fortemente — a quella della memoria individuale. La narratrice di Althénopis ripercorre i luoghi della sua infanzia, luoghi che non sono mai gli stessi: ogni ritorno è un nuovo strato, una nuova riscrittura che si appoggia su ciò che era stato. Come un testo medievale cancellato e ricalcato, Napoli si mostra nella sua instabilità, nella sua capacità di contenere il passato senza mai fissarsi in un’unica forma. È una questione linguistica e cognitiva. La città viene percepita e narrata attraverso una serie di schemi cognitivi, i cosiddetti image schema: strutture profonde che organizzano la nostra esperienza spaziale e concettuale. La salita e la discesa, il dentro e il fuori, l’alto e il basso non sono solo direzioni fisiche, ma diventano simboli emotivi. La città alta è il regno dell’educazione borghese, della disciplina, del controllo; la città bassa è il caos, il desiderio, la vitalità. Attraverso queste opposizioni, Ramondino costruisce una geografia interiore che riflette conflitti identitari, tensioni tra appartenenza e distacco. La stessa lingua di Althénopis si fa portavoce di una Napoli plurilingue, contaminata, mai univoca. La narratrice si muove tra italiano, dialetto, espressioni colloquiali e termini più alti, restituendo la complessità di una città che parla più idiomi, più storie, più verità. E così, proprio come la città, anche la lingua diventa un palinsesto: una superficie che porta i segni delle scritture precedenti, che non si cancella mai del tutto.

La Napoli invisibile: città-memoria
Sin dalle prime pagine, il lettore si accorge che quella di Ramondino non è una narrazione realistica o descrittiva nel senso tradizionale: è una città-memoria, un luogo costruito attraverso le stratificazioni dell’esperienza e della coscienza.
In Althénopis, Napoli non è solo uno sfondo, ma una protagonista silenziosa, che plasma e si lascia plasmare dalla voce narrante. I quartieri si scompongono e si ricompongono, le strade non seguono una logica cartografica ma quella del ricordo. La città si fa spazio mentale, una mappa interiore percorsa da emozioni, tra nostalgia e conflitto. Ogni vicolo, ogni salita e ogni discesa diventano metafore di un percorso di formazione, di crescita, di allontanamento. Non c’è una Napoli oggettiva, ma tante Napoli soggettive, sovrapposte come veli trasparenti. Ci rendiamo conto che Althénopis non è solo un romanzo su Napoli: è una riflessione sul modo in cui ricordiamo i luoghi, sul modo in cui la memoria trasforma lo spazio in qualcosa di vivo e mutevole.
La città corporea: spazio, memoria e linguistica cognitiva
Uno dei contributi più affascinanti della linguistica cognitiva è l’idea che la nostra mente costruisca concetti astratti — come detto già precedentemente — a partire dall’esperienza corporea. Come spiega Lakoff, pensiamo il tempo come spazio, la vita come un percorso… ancora, il potere come un’altezza. Non è un caso, allora, che in Althénopis la città diventi corpo vivente, attraversato da arterie (strade), viscere (vicoli) e ferite (crepe nei muri). Napoli diventa una città corporea, organismo sensibile che si fa carne e parola insieme. La Ramondino ci offre una mappa che non si misura in chilometri ma in intensità emotive, in zone di significato. E così, attraverso la lingua, ci accompagna in una città che si legge come si leggerebbe un testo antico, pieno di glosse, di cancellature, di aggiunte a margine. Un palinsesto, appunto: dove nulla si perde, e tutto si trasforma.