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La chimica di Fight Club: cosa si nasconde dietro alle saponette di Tyler Durden?

La chimica di Fight Club: cosa si nasconde dietro alle saponette di Tyler Durden?

Dietro uno dei personaggi principali di Fight Club, tra i film più amati degli anni Novanta, si nasconde un importante fenomeno della chimica organica che ci interessa ogni giorno

Scena del film. (Nerdando)

È il 1999. Il nuovo millennio è alle porte, l’attesa è incontenibile, tutti aspettano con ansia gli anni 2000. Nelle sale cinematografiche debutta un film destinato a segnare la storia del cinema per un’intera generazione. Empire lo mette al decimo posto nella lista dei 500 migliori film della storia: dal romanzo di Chuck Palahniuk, diretto da David Fincher, nasce Fight Club. Ogni appassionato del film, o chiunque lo abbia visto almeno una volta nella vita, sa benissimo che con questo articolo stiamo correndo un grosso rischio, andando contro la prima, nonché seconda, fondamentale regola del Fight Club:”Mai parlare del Fight Club!”.

Prima regola del Figth Club. (Teeser)

La trama

Il protagonista è la voce narrante del film, e non ne viene mai specificato il nome. Si tratta di un potenziale uomo sereno, che dalla vita ha tutto: un lavoro rispettabile, un appartamento di livello, un guardaroba al quale non mancano le firme. Di fatto è, però, una persona in cui ha messo le radici una grande quantità di stress, accumulato a causa del lavoro, che lo ha condotto ad una grave forma di insonnia, dal quale non riesce a venir fuori. È in questo contesto che, durante uno dei numerosi viaggi di lavoro, fa la conoscenza di un tipo particolare, che si presenta come Tyler Durden. Fra i due si crea quasi subito un rapporto di grande complicità, tant’è che, rientrato dal suo ultimo viaggio, trovato il proprio appartamento esploso a causa di una perdita di gas, il protagonista cerca Tyler, con il quale inizia a condividere una fatiscente “villetta”. È qui che i due, entrati sempre in maggiore empatia, decidono di fondare il Fight Club, un circolo dove i partecipanti possono picchiarsi duramente tra loro, sfogando le ingiustizie subite dalla società capitalistica e trovando nella sopportazione del dolore un nuovo stile di vita. La cosa col tempo passa da circolo di pochi confidenti ad una sorta di movimento nazionale, fino a sfociare in qualcosa di molto simile ad un esercito, di puro stampo eco-terroristico, al servizio del cosiddetto Progetto Mayhem, di cui il protagonista e Tyler si ritrovano essere i leader. È a questo punto che avviene la svolta: il protagonista si rende conto che la figura di Tyler Durden in realtà non esiste, è una figura che ha creato egli nella sua mente, e che si intuisce essere il suo alter ego, una sorta di Mr Hyde. È così che il protagonista scopre di essere il responsabile di tutto ciò che è derivato dal Fight Club, ed è così che capiamo il progetto diabolico che egli ha coltivato, inconsciamente, per tutta la durata della storia: il film si conclude infatti con un attentato terroristico ai maggiori 12 istituti di credito della città, con il protagonista che osserva il tutto da una terrazza (non senza pentirsene).

Scena del primo incontro tra il protagonista e Tyler Durden. (Cinematographe)

La saponificazione

Ci sarebbero tanti spunti da approfondire sulla vicenda che, Palahniuk nel romanzo e Fincher nel film, ci hanno brillantemente presentato. Si potrebbe parlare dei numerosi temi filosofici e sociali dietro all’apparente violenza fine a sé stessa del film. Oggi però vogliamo soffermarci più su quello che potremmo definire uno spunto di curiosità sui personaggi del film. Nel primo incontro con il protagonista, infatti, Tyler Durden sostiene di essere un produttore, oltre che un commerciante, di saponette. La saponetta rosa, con su scritto Fight Club, è infatti diventata uno dei principali simboli del film. Così ci siamo chiesti in che modo si produce il sapone. La risposta è più scontata di quanto sembra: dietro la produzione di sapone, infatti, altro non c’è una reazione chimica che prende il nome, appunto, di saponificazione. E fin qui ci siamo, ma come funziona questa reazione? Alla base di tutto c’è la combinazione fra un trigliceride e tre basi forti, che danno come prodotti una molecola di glicerolo e, appunto, sapone. Un trigliceride, a sua volta, è il risultato di un’esterificazione (appartiene infatti alla classe degli esteri), una reazione che avviene sempre tra un alcol (o un fenolo, una sottoclasse degli alcol), e un acido carbossilico. Nel caso del trigliceride l’alcol è il glicerolo (che potete trovare anche sotto la nominazione di glicerina), mentre l’acido carbossilico corrisponde a tre acidi grassi. Da ciò segue che i trigliceridi sono i componenti dei grassi animali e degli oli vegetali, che dunque sono alla base della produzione di sapone. Oltre al trigliceride però, come vi dicevamo, compaiono tra i reagenti anche tre basi forti, che nella maggior parte dei casi, per quanto riguarda i saponi di uso comune, sono costituite da idrossido di sodio (NaOH), per un sapone di tipo solido, proprio come le saponette di Tyler Durden, o da idrossido di potassio (KOH), per un sapone di tipo liquido. Il risultato della reazione tra trigliceride e basi forti è la dissociazione all’interno del trigliceride fra glicerolo (che diventa dunque uno dei prodotti) e i tre acidi grassi, che si vanno a legare con gli atomi del metallo alcalino presente nella base forte (il sodio o il potassio), creando quello che comunemente chiamiamo sapone.

Reazione di saponificazione. (InSight)

Il potere detergente del sapone

Ma, da persone curiose qual siamo, non vogliamo fermarci qui: abbiamo capito come da un grasso animale o un olio vegetale si arriva al sapone, ma vi siete mai chiesti perché usiamo proprio il sapone come detergente? In base a quali principi il prodotto della saponificazione è in grado di togliere lo sporco dalla nostra pelle? La sporcizia spesso è rappresentata da sostanze grasse, che l’acqua da sola non riesce a eliminare, a causa della diversa natura polare (l’acqua è polare mentre i grassi sono apolari). Il sapone risulta efficiente in quanto possiede una coda idrofoba (e quindi lipofila) in grado di attrarre a sé le particelle grasse, e una testa idrofila, che permette al sapone (insieme alla particelle grasse che ha attratto a sé) di andar via con l’acqua se sciacquato. Chissà che, nel mondo violento ed eticamente poco pulito del Fight Club, Tyler Durden non sia riuscito, prima o poi, a produrre anche una saponetta che sciacqui via con l’acqua tutte la sporcizia delle violenze che con il suo socio aveva prodotto.

Il potere detergente del sapone. (Libero Quotidiano)

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