Il senso del suicidio spiegato da Camus, Dante, Goethe e dal film “L’attimo fuggente”

Il suicidio è quell’azione sempre così difficile da capire e comprendere, tanto meno da accettare.

Eppure succede, capita, da chi meno te lo aspetti e nei momenti più insignificanti. C’è chi ha cercato di dare a quest’azione un senso, una spiegazione. E in questo senso potrei citare Catone l’Uticense, che si uccise per non cadere nelle mani di Cesare, nonostante quest’ultimo, che aveva stima di Catone, gli avrebbe forse anche dato dei ruoli importanti a Roma. Lo fece perché credeva nella libertà più di ogni altra cosa, anche più della vita stessa. Poi c’è chi un senso non lo ha dato. C’è chi lo ha fatto così, per un dolore momentaneo, per un po’ di disperazione.

Qui si vuole trattare il tema del suicidio usando la letteratura e il cinema, due forme d’arte tanto vicine tra loro che nella loro storia hanno cercato spesso di dare un senso anche a ciò che di senso ne ha poco.

Albert Camus, il suicidio e l’assurdo

Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia. 

Intanto per capire il suicidio e l’assurdo, Albert Camus, nel ”Mito di Sisifo”, parte dalla domanda più urgente e basilare di questa questione: il senso della vita. Un senso che però è di per sé difficile se non impossibile da dare, perché subentra anche l’insensatezza della vita, che è proprio dettata dall’assurdo.

E in questa accezione filosofica, l’assurdo è il divorzio tra l’uomo e la sua vita, fra l’attore e la scena. Si percepisce questo divorzio nel momento in cui si esce dal sonno della vita e si spoglia l’universo delle sue illusioni e delle sue luci. Così si inizia a sentirsi estranei, in un esilio senza rimedio, perché privato di una patria perduta o della speranza di una futura terra promessa.

Posta così la definizione di assurdo, pare che allora tutto il ragionamento verta sulla misura esatta nella quale il suicidio sia la soluzione dell’assurdo. Un problema che sembra semplice, dalla facile soluzione, ma che in realtà presenta tratti di insolubilità. Perché a questo punto, se invertiamo i termini del problema, ci accorgiamo che allo stesso modo che ci si uccide, non ci si uccide e dunque potrebbe sembrare che le soluzioni filosofiche siano due: quella del sì e quella del no. Così da rendere la questione quasi una scelta cinquanta cinquanta: insomma un uomo arrivato ad un certo punto della propria vita, quel punto in cui ha compreso l’assurdo della vita, deve scegliere se vivere o procurarsi la morte, deve scegliere un rimedio all’insensatezza.

Però qui entra in gioco un altro rimedio all’assurdo, ed è la speranza. Secondo Camus pare che in questo senso la speranza prenda forma nelle menti di coloro che non si lasciano prendere dal sentimento. Infatti dice:

Ci vuole soltanto un pensiero ingiusto, e cioè logico. Ma questo non è agevole, poiché se è sempre facile essere logici, è quasi impossibile esserlo fino in fondo. Gli uomini che muoiono di loro propria mano, seguono così, sino alla fine, la china del sentimento. 

Il capitolo del saggio si conclude con un elogio alla speranza:

A questa svolta estrema, in cui il pensiero vacilla, molti uomini, e proprio fra i più umili, sono giunti. Costoro hanno rinunziato allora a ciò che avevano di più caro: la vita. Altri ancora, principi nel campo dello spirito, hanno pure fatto tale rinunzia, ma hanno proceduto al suicidio del loro stesso pensiero, nella sua più pura rivolta. Il vero sforzo consiste, al contrario, nel rimanervi per quanto ciò è possibile, ed esaminare da vicino la barocca vegetazione di queste contrade lontane (gli estremi del pensiero che portano alla comprensione dell’assurdo). La tenacità e la perspicacia sono spettatori privilegiati in questo giuoco inumano, dove l’assurdo, la speranza e la morte scambiano le loro repliche. Lo spirito può allora analizzare le figure di questa danza al tempo stesso elementare e sottile, prima di illustrarle e di riviverle in se stesso.

Goethe, i dolori del giovane Werther

La sera, verso le undici, lo fece seppellire nel luogo che si era scelto. Il vecchio seguì il feretro con i figli. Albert non se la sentì. Si temeva per la vita di Lotte. Artigiani portarono la bara. Nessun sacerdote lo ha accompagnato. 

C’è del vero dietro l’opera di Goethe? Del vero che l’autore stesso ha sperimentato in prima persona? La risposta è sì. Infatti i due casi di vita che precedono le quattro settimane in cui un giovanissimo Goethe avrebbe scritto forse il suo romanzo più celebre sono: da un lato la passione per Lotte Buff, una ragazza già fidanzata che lo scrittore avrebbe incontrato in uno dei suoi numerosi viaggi; dall’altro il suicidio del giovane Jerusalem, un amico dell’autore, causato da un amore infelice verso la moglie di un altro amico.

Da questi presupposti allora nasce questo romanzo, incentrato sull’infelice amore di Werther verso Lotte, anch’essa già fidanzata con un altro uomo. Quest’ultimo particolare è molto interessante. Infatti, quando Goethe si innamora della sua Lotte già conosce la sua condizione, che la lega ad un altro uomo. E allo stesso modo, anche Werther prima ancora di conoscere la sua Lotte, sa che questa è già fidanzata.

Sembra allora che entrambi si siano gettati in un amore palesemente impossibile fin dal principio, quasi per una forma di sbadataggine, di dimenticanza del vero.

Infatti, in una occasione, sul finire del libro Lotte dirà a Werther:

”Perché dunque io, Werther? Proprio io, che sono di un altro? O forse è appunto per questo? Io temo, temo sia soltanto l’impossibilità di avermi a renderle così attraente questo desiderio”

Quindi dicendo ciò Lotte starebbe insinuando che Werther non si innamora di lei benché sia fidanzata, ma più che altro si innamora della ”fidanzata”, dell’idea che Lotte fosse fidanzata, e quindi dell’impossibile.

Così, in questa luce, anche il suicidio finale di Werther cambia le sue sembianze ontologiche, perchè il dolore del giovane non è causato da uno scontrarsi contro un ostacolo inevitabile della vita, quanto una scelta deliberata verso il dolore, una volontà assurda di condurre un processo interiore di vanificazione dell’esistenza. E quindi Lotte e l’amore impossibile assumono qui i caratteri di un alibi, anche perchè fin dalle prime pagine del ”diario” traspare già una volontà al dolore e persino al suicidio.

”come ogni attività metta capo alla soddisfazione di bisogni che a loro volta non hanno alcuno scopo se non di prolungare la nostra misera esistenza”; e attinge conforto dal ”dolce sentimento di essere libero e di poter lasciare questo carcere quando vorrà”

E allora il tema fondamentale del Werther non è l’amore assurdo verso Lotte, quanto quello che si potrebbe ben definire il ”taedium vitae”, quasi una sorta di assurdo camusiano.

Eppure Werther è un ragazzo entusiasta, un seguace della bellezza della natura e della cultura. Ma come si concilia questo entusiasmo col suo esatto contrario, il taedium, con quello che in altri termini, sempre di un filosofo francese, Jean-Paul Sartre, potremmo chiamare la ”nausea” verso la vita?

Forse la risposta risiede a questo punto nel fatto che l’entusiasmo porta a voler superare i limiti delle cose, portandosi quindi con sé il disgusto di sé e della propria limitatezza. E il primo limite consiste proprio nell’individualità dell’uomo, che si ritrova prigioniero del proprio corpo e tutto ciò che è entusiasmo non è altro che prodotto dalle mura variopinte della prigione.

A questo punto una sintesi interessante ci è offerta da Shiller nel suo saggio ”Sulla poesia ingenua e sentimentale”.

”Un indole che abbraccia un ideale con sentimento ardente e fugge la realtà per conquistare un infinito privo di realtà, un’indole che ricerca incessantemente fuori di sé quanto distrugge incessantemente in sé, un’indole per cui solo i propri sogni sono il reale e le proprie esperienze sempre e soltanto i limiti, che infine nel suo stesso essere scorge unicamente un limite e supera anche questo, come è logico, per penetrare nella realtà autentica…”

E sempre Shiller citerà Werther come esempio di sentimento esaltato, che oltrepassa i confini della natura umana, creando così un oggetto che è fondamentalmente un artificio. Un’artificiosità che è in malafede, perchè in questo senso Werther è consapevole fin dal principio dell’impossibilità dell’ottenimento del suo oggetto, e questa volontà al tragico non è altro che uno smodato desiderio di infelicità, e forse un desiderio di morte.

Anche Thomas Mann fa una sua interpretazione del Werther, nel romanzo ”Carlotta a Weimar”. Anche qui il tema dell’amore impossibile viene ricondotto alla volontà di autoesclusione dalla vita e ad una sorta di relazione parassitaria del protagonista con la donna amata. Ma in realtà, anche qui, come nel Werther, la relazione parassitaria non si intrattiene tra l’uomo e la donna, quanto tra l’uomo e se stesso.

Però è interessante anche l’interpretazione dell’autore stesso. Infatti Goethe, in tarda età, davanti alla solita domanda fattagli sulla sua opera, ossia cosa c’è di vero dietro alla storia di Werther, risponde:

”Questa domanda mi è già stata rivolta spesso, e di solito rispondo che allora vi erano in una due persone, una delle quali è perita, mentre l’altra è sopravvissuta per scrivere la storia della prima, così come è detto nel Libro di Giobbe: ‘Signore, tutto il tuo bestiame e i servitori sono stati uccisi, e io solo sono scampato per portartene notizia’ ”

Dante, canto XII dell’Inferno

L’animo mio, per disdegnoso gusto/ credendo col morir fuggir disdegno/ ingiusto fece me contra me giusto

Dante e Virgilio in questo canto si ritrovano in una selva dell’Inferno. Una selva dove i personaggi costituiscono il paesaggio e gli abitanti, in quanto ogni pianta è il corpo di un peccatore e, in questo caso, un suicida.

Il bosco è un bosco disumano, irto e senza sentieri, tanto che Dante lo paragona ad uno dei luoghi allora più terrificanti in Italia, ovvero la Macchia Maremmana, nel centro Italia.

Ma la vicenda più importante del canto è quella di Pier delle Vigne, personaggio realmente esistito e facente parte della corte di Federico II di Svevia in Sicilia.

Il nostro personaggio infatti fu vittima di una corte e di una monarchia in Sicilia che storicamente parlando, andando al di là di discorsi letterari sulla vivacità intellettuale della corte e sulla poesia siciliana, era molto instabile. Infatti Federico II, divenuto re di Sicilia e imperatore del regno di Germania e Italia, grazie all’aiuto di Innocenzo III, che gli fece da tutore dopo la morte dei genitori, facenti parte uno della casata imperiale degli Svevia e l’altro dei Normanni, allora possessori del sud Italia, si stanziò a Palermo.

L’insuccesso della sua politica derivò dal suo fortissimo autoritarismo. In primis, con l’emanazione delle costituzioni melfitane, che volevano controllare in modo più stretto tutto l’Impero, anche la parte del centro/nord Italia ormai organizzatasi in comuni. Comuni che resistettero agli attacchi dell’Imperatore, soprattutto Milano, che ebbe anche l’appoggio papale.

Di fronte ai mille insuccessi, nel 1246, ci fu una congiura contro l’imperatore. In questa congiura vi fu anche al centro il dotto collaboratore e cancelliere dell’imperatore: Pier delle Vigne. La repressione fu molto crudele.

Pier delle Vigne venne rinchiuso in una torre e gli furono asportati gli occhi. Tanto che questi decise, in quelle condizioni, di suicidarsi.

Così ritroviamo Pier nella selva dei suicidi e la cosa più interessante è la scelta di Dante. Infatti il poeta sceglie un caso limite, il caso di un uomo dalla grande statura morale e culturale. Così, come Francesca, come Ulisse, Farinata, Pier è un giusto, un giusto che si rende ingiusto. E in questo senso anche Pier delle Vigne è una controfigura del poeta, un po’ come il Werther per Goethe.

Ma come spiega Dante il suicidio? Lo spiega intendendolo come una frattura creata dal violento, che è violento verso se stesso. Tutto nel canto, anche nelle immagini e nel linguaggio, è imperniato su vocaboli e forme sintattiche che esprimono rottura, spezzamento, distorsione. Quindi tutto il discorso si concentra, per Dante, sulla disperazione della vita che porta a spezzare una resistenza interna dell’animo, che inevitabilmente ha come conseguenze l’estremo atto.

L’attimo fuggente, di Peter Weir

”Carpe diem, cogliete l’attimo ragazzi, rendete straordinaria la vostra vita”

L’attimo fuggente è un film del 1989, diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams. Il film racconta di un insegnante, dai metodi di insegnamento particolari e stimolanti, che viene trasferito in una scuola per ragazzi facoltosi. Nella sua classe ci sono ragazzi particolarmente vivaci culturalmente e tra questi vi è Neil Perry, un ragazzo che ha problemi famigliari, soprattutto col padre. Infatti, nel momento in cui Neil deciderà di frequentare teatro, il padre glielo negherà a priori, senza sentire repliche. Ma questa passione è così grande, così come il dolore dell’impossibilità di averla, che il ragazzo decide di suicidarsi.

Dopo questo fatto l’istituto apre un’inchiesta e decide che la colpa del suicidio è del professore che, coi suoi metodi troppo liberali, incita gli studenti ad andare oltre alla vita.

Chissà, forse riprendendo il ragionamento sull’opera di Goethe, anche Neil voleva un qualche cosa che sapeva essere impossibile fin dal principio, e quindi si è dato ad un dolore quasi volontario. Oppure, in qualche modo si è ritrovato ad accorgersi dell’assurdo della vita soprattutto nel momento in cui un altro soggetto della sua vita, suo padre, ha iniziato ad imporgli una propria e personale visione delle cose.

Come sempre, tutto è interpretabile e lascio a voi le riflessioni.

 

 

 

 

 

 

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