Il Superuovo

La battaglia al fosso di Helm descrive la nostra eterna lotta kantiana tra terrore e libertà

La battaglia al fosso di Helm descrive la nostra eterna lotta kantiana tra terrore e libertà

L’estetica è il campo di battaglia, irreale ma incisivo, dove bene e male dovranno scontrarsi per il possesso della nostra moralità.

La battaglia al fosso di Helm, mostrata nel secondo capitolo della saga cinematografica del Signore Degli Anelli, evidenzia come il male ed il bene non siano in lotta solo nel mondo materiale, ma anche nel campo dell’estetica e della moralità. Grazie a Kant, cercheremo di spiegarlo utilizzando i concetti di bello morale e sublime dinamico.

La notte sul cuore degli uomini

L’esercito degli uomini è in attesa, in quella notte di sacrifici. I soldati, svettanti come fantasmi di ferro e pece sui merli oscuri del bastione, osservano l’orrizzonte in attesa del nemico. Il loro numero è esiguo, e la loro speranza non è ormai che cenere sollevata da venti funesti, destinata ad essere dispersa dai primi vagiti dello scontro che verrà. Le loro famiglie stanno rintanate dentro il forte, dove lacrime e disperazione ballano una danza di morte. Sanno che gli orchi non risparmieranno nessuno, se il bastione dovesse cadere. La notte è scossa da tuoni e pioggia, che risuonano nel silenzio come sussurri di terrore. L’attesa è snervante, ma sta per giungere al termine. Una massa nera si avvicina. Gli Uruk-hai stanno arrivando…

Il terrore nel volto del sublime

L’esercito degli orchi in avvicinamento, è il perfetto esempio del sublime dinamico e delle sue conseguenze. La massa nera, ribollente ferro e acciaio, che si avvicina inesorabile al forte, terrorizza e svilisce, colpendo con la sua inesorabile potenza la nostra immaginazione. È questa, a risultare la prima vittima del sublime. La potenza di questo esercito, che noi spettatori sappiamo essere smisurato in confronto a quello degli uomini, ci causa un senso iniziale di terrore irrazzionale. Eppure, il sublime dinamico porta con sé anche un inevitabile pregio.

Quando entriamo in contatto con esso, inizialmente proviamo terrore, ma non è tutto. La paura diventa un cuneo che si fa strada attraverso la nostra immaginazione per farci sprofondare nell’oblio; e tuttavia, la ragione gli si para davanti, arrestando la sua carica. Essa trasforma la paura in consapevolezza, imprimendo nel nostro animo il marchio dell’inevitabile morte a cui non potremo sfuggire, e che proprio per questo, non va temuta. Così, il sublime non diventa altro che un ingranaggio finalizzato a creare terrore, stato emozionale che la nostra ragione potrà  convertire in consapevolezza stoica, liberandoci dalla paura della nostra mortalità.

Anche la notte più buia ha termine

La battaglia è ormai iniziata. Gli Uruk-hai prendono d’assedio il bastione, sciamando sulle mura come onde nere e inevitabili. La notte è lunga, ma gli uomini non cedono. Le spade si scontrano con clangori discontinui e mortali, che riecheggiano nel buio come filamenti argentei contorti e sfumati dal sangue. Il bastione non può che cadere, eppure, la speranza rimane una scintilla sopita insediata nel cuore di ogni uomo che combatte per la sua famiglia. La notte passa, ed i corpi si ammucchiano sulla pietra come fili d’erba deturpati dalla vita. Gli orchi stanno vincendo. Gli ultimi superstiti degli uomini cercano di difendere la sala del trono, ma ormai l’esito dello scontro è certo. Tuttavia, la notte ha finalmente lasciato spazio al giorno, e la luce comincia timidamente a fare capolino verso le merlature insanguinate del forte. Sulla collina, alle spalle dell’esercito degli orchi, emerge dalla luce un nuovo esercito. Gandalf il bianco è arrivato, e con sé porta cinquemila uomini il cui cuore non desidera altro che salvare il proprio re, intrappolato nel forte da orde di nemici. Le retroguardie degli orchi si girano per affrontarli, puntando verso di loro lance aguzze, che somigliano agli aculei di una bestia nera e colossale. Gandalf non li teme, e carica il nemico assieme al su esercito

La luce che deturpa l’oscurità

La luce è ormai sorta con vivida potenza alle spalle di Gandalf e del suo esercito. Gli orchi vengono accecati dal sole, che divampa sul campo di battaglia come un vessillo di speranza. Le mani degli urukai tremano, e le lance si abbassano, come se la luce avesse preso parte alla battaglia impedendo al nemico di difendersi dalla carica. L’esercito di Gandalf sciama su quello avversario, massacrando i nemici e disperdendoli.
Vittoria.

La luce, che in questa vicenda assume un connotato allegorico molto significativo, è il simbolo perfetto del bello morale, da sempre destinato a schierarsi a fianco degli uomini. Il bello infatti, é per Kant un sentimento armonioso, che con la sua perfetta manifestazione suscita nell’uomo pace e libertà. il bello non ha bisogno di concetti sotto il quale raggomitolarsi. È un qualcosa di elevato, la cui vista porta l’uomo alla libertà e alla moralità. Esso diviene lo spiraglio estetico attraverso il quale l’uomo può scorgere la moralità e le sue fattezze. Kant direbbe “ il bello è il simbolo della moralità “.

Immanuel Kant

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