Kant e Planeta affrontano la potenza della natura: il sublime tra teoria e illustrazioni

Immedesimandosi nell’uomo delle illustrazioni di Planeta, di fronte a creature di enormi dimensioni, si scorge il sentimento del sublime.

Dawid Planeta, di origini polacche, trova nelle sue illustrazioni un modo per riscoprire la propria identità, stimolare la ricerca della magia nel mistero della natura e superare la depressione.

Planeta attraverso le sue illustrazioni ci fa sperimentare la paura

Mentre il buio avanza il buon senso insiste perché ci si metta al riparo. Se affrontiamo la notte è per andare in cerca delle psichedeliche luci dei locali, oppure se siamo più romantici decidiamo di lasciarci abbracciare dal calore dei lampioni o delle stelle per una passeggiata tranquilla. Di certo non è comune il desiderio di addentrarsi in una foresta completamente avvolta dalla nebbia, obnubilati dalla paura e dall’adrenalina. Tuttavia per il polacco Dawid Planeta questa è stata una vera e propria esigenza personale, perché sentiva che il mostrarsi nudo di fronte alla natura avrebbe significato ammettere tutte le proprie debolezze senza però rinunciare ad una rappresentazione positiva di sé. Non sappiamo se effettivamente questo suo bisogno interiore si sia concretizzato, e forse è meglio così. Un artista vive la sua vita anche attraverso le proprie opere, come se fossero le appendici visibili del suo subconscio: la serie di illustrazioni Minipeople si concentra sull’aspetto tetro della foresta notturna, simbolo del mistero della natura ed estensione dell’incertezza interiore, e i protagonisti sono immensi animali selvaggi che sovrastano la sagoma di un minuto essere umano. Costui è solitamente un personaggio indistinto, le cui reazioni possono solo essere interpretate attraverso i gesti delle braccia: stupore, paura, angoscia, attrazione… La realtà è che quel personaggio rappresenta ognuno di noi nel momento in cui ci immedesiamo e proviamo per lui tutto ciò che noi sperimenteremmo in quella data situazione. Guardiamo la realtà attraverso quello che sarebbe il suo sguardo, impregnato però dai nostri sentimenti e dalle nostre esperienze. Ciò che proveremmo sarebbe probabilmente terrore, travolti dall’immagine della presenza di un animale di tali dimensioni, e la paura sarebbe incrementata dalla consapevolezza di trovarsi soli, nel buio, in una foresta. Quali altre sensazioni albergherebbero in noi?

Dall’incontro di emozioni contrastanti nasce il sublime

Con un po’ di sforzo di introspezione, ci accorgeremmo che al di là della paura si annida nel nostro animo una certa attrazione nei confronti di questi abnormi esseri viventi. Le loro anormali dimensioni fanno incrementare il valore di natura selvaggia che già nella realtà del nostro mondo possono incarnare. Per quanto siano solo rappresentazioni mentali, forse fantasmi nati dalla fantasia dei nostri sogni, ci permettiamo di affibbiare alla realtà esterna simboli particolari. Questi animali non solo ci sovrastano ma incarnano la potenza della libertà selvaggia che mai potremmo pienamente vivere in prima persona. Proiettando questo desiderio sull’oggetto stesso è come se affidassimo parte della nostra anima alla salvaguardia di potenti totem che sapranno esaudire la nostra sete. In termini nettamente più filosofici, lo stesso concetto viene espresso da Kant nella Critica del Giudizio. Nel caratterizzare la differenza tra ciò che è bello e ciò che si può definire sublime, il filosofo descrive quest’ultimo come riferentesi ad un oggetto che dimostra in sé l’illimitato e l’indefinito. Il bello provoca un piacere derivato dalla contemplazione di un oggetto limitato e gradevole, il sublime al contrario riguarda oggetti di grandezza incomparabile (sublime matematico) oppure fenomeni che terrorizzano per la loro potenza (sublime dinamico). Il soggetto in questi casi prova un piacere solamente in modo indiretto in quanto in un primo tempo viene sovrastato da un sentimento di annullamento delle energie vitali, seguito da una loro esaltazione.

Attraverso il sublime l’uomo prende coscienza della propria potenza

Da dove proviene l’esaltazione di fronte ad oggetti che inizialmente ci spaventano? Kant designa tale inclinazione come la prova di una facoltà umana che trascende e supera il mondo sensibile, nonostante questo possa fisicamente dimostrarsi più forte rispetto all’uomo. Ciò che appartiene solamente all’umano è la facoltà razionale: la possibilità di conoscere, prevedere e intervenire sulla natura permette all’uomo non solo di porlo su un piano di eguaglianza nei confronti delle potenze sensibili, ma di scavalcarle. Tale presa di coscienza non è tuttavia immediata: l’uomo deve superare l’angoscia nel sentirsi misero di fronte alla grandezza naturale, riconoscere la qualità che più lo caratterizza e metterla a confronto con la natura. Non si tratta di un processo dialettico, la maggior parte di noi di fronte ad un uragano non si metterebbe a fare la bella statuina pensante per trovare la scintilla razionale del suo animo. Se proviamo ad immaginarci una scena del genere ci accorgiamo però che il sentimento di eccitazione e adrenalina ci perviene solo in un secondo momento, a sostituire quello della paura. Osservando le illustrazioni di Planeta, al di là delle analisi simboliche che si potrebbero compiere per ogni rappresentazione, la sensazione è quella di un pacifico abbandono alla potenza divina della natura. Siamo dunque nella fase della meraviglia, che contempla in sé il passato di angoscia e quello di esaltazione: l’uomo nelle immagini, consaputo che l’animale non lo pone in pericolo di vita, razionalmente si concepisce in quanto essere in grado di affrontare qualcosa di così immenso. Addirittura, qualsiasi spettatore probabilmente avrà la tentazione di sviscerare interpretazioni metafisiche o moralistiche, nell’umana consapevolezza della centralità antropica: tutto sembra fatto in funzione di un nostro consumo, fisico o intellettivo.

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