Jurassic Park e la clonazione: il progresso della bioingegneria nel rispetto di un “imperativo bioetico”

Nell’ormai lontano 1993, marcato dall’inconfondibile firma di Steven Spielberg, il primo capitolo di una lunga saga dal grande successo inaugura il filone cinematografico sui dinosauri più famoso di tutti i tempi, stimolando riflessioni dal profondo carattere etico. 

Un eccentrico vecchio miliardario con la passione per i dinosauri, proprietario di un’importante azienda di bioingegneria, decide di spendere qualche milione di dollari per mettere su uno strambo zoo, confinato su un’isola nei pressi del Costa Rica, e rinchiuderci dentro forme di vita scomparse giusto qualche era geologica prima.

 

John Hammond, l’uomo dei dinosauri

La comunità scientifica la considera subito un’idea incredibile, folle, inquietante ma al contempo eccitante. Qualsiasi paleontologo, infatti, dopo anni passati a studiare, a scavare e inalare polvere alla ricerca di fossili, sarebbe disposto a mettere da parte il proprio raziocinio pur di vedere un dinosauro con i propri occhi, anche solo per qualche minuto. Tranne Ian Malcolm, s’intende, ma del resto lui è un matematico con un po’ di “caos” in testa ed è troppo impegnato a preoccuparsi dei rischi per godersi appieno l’emozione di rivedere in vita creature estinte milioni di anni fa. Naturalmente le cose non tardano a mettersi male e l’isola dei dinosauri si trasforma subito in un dominio di morte e paura. Il miliardario proprietario della InGen, quindi, appare subito come un personaggio dalla psiche sfaccettata, né è semplice discernere quali siano le sue reali intenzioni. Potrebbe essere vera passione per la scoperta o solo mero compiacimento personale, capriccio e tracotanza.

Dal cinema a Fritz Jahr: il rispetto per la vita

Oltre ad essere un capolavoro cinematografico che ha segnato la storia del cinema, Jurassic Park, nonostante i remake recenti un po’ troppo fantasiosi e sempre più lontani dalla realtà scientifica, offre spazio a una serie di riflessioni in materia bioetica. L’idea di far “resuscitare” una specie animale scomparsa così tanto tempo fa comporterebbe, infatti, non solo la pianificazione preventiva e per nulla scontata di una convivenza fra chi viene reintrodotto e chi già popola il Pianeta, ma implicherebbe anche e soprattutto che gli animali clonati in laboratorio siano compatibili fisiologicamente con ogni aspetto caratterizzante dell’ecosistema attuale. Negli anni Venti del Novecento, il filosofo Fritz Jahr, ispirandosi all’imperativo categorico kantiano, parla di “imperativo bioetico”, sostenendo che ciascun essere vivente è fine in sé stesso, ma mai mezzo per altri. Il progetto di John Hammond, quindi, risulta incompatibile con questa premessa, nonché estremamente pericoloso. Naturalmente la clonazione di un dinosauro è un’eventualità improbabile, una situazione estrema e talmente inverosimile che nessuno perderebbe troppo tempo a chiedersi se sia una procedura eticamente corretta o no.

Da utopia a realtà concreta: la clonazione

Ciò detto, l’ingegneria genetica ha già raggiunto negli anni il livello di abilità per riprodurre dei cloni in laboratorio, come dimostra l’esperimento della pecora Dolly, diretto dall’Istituto Roslin di Edimburgo nel 1996, pertanto non è così assurdo prevedere ulteriori sviluppi da qui a poco tempo. Presumibilmente, quindi, sembrerebbe meno impattante la reintroduzione di specie animali estinte da poco, magari per mano dell’uomo. Nonostante ciò, anche in questo caso, fra bioetica ed evoluzione, è lecito pensare che l’uomo abbia partecipato all’estinzione di altre specie, in qualità di stesso animale. Prima o poi, infatti, le specie sono destinate a estinguersi o a evolversi, ma di certo nulla permane identico a sé stesso nel tempo. Con ciò non s’intende giustificare l’operato umano, tutt’altro. Spesso si è portati a credere che l’uomo, in qualità di “animale superiore”, quasi non possa permettersi di danneggiare ciò che lo circonda. Ma ponendo il ragionamento in altri termini, nonché considerando Homo sapiens una specie come tutte le altre, sarebbe più semplice spiegarsi comportamenti, strutture sociali e conseguenze. Tuttavia rimane ovvio che, prima di chiedersi se sia vantaggioso per l’ecosistema reintrodurre animali estinti di recente,  sarebbe auspicabile disincentivarne l’estinzione.

Clonazione e uomo

Il discorso si rivelerebbe ancora più ostico e insidioso se gli individui da clonare fossero uomini. Tornando al precetto di Jahr, infatti, manomettere la genesi di un altro essere umano, programmandone nel dettaglio qualsiasi caratteristica biologica non sembra essere coerente con l’idea di “rispetto” dell’imperativo bioetico. Al contempo, però, è anche vero che qualora la procedura implicasse dei progressi al livello medico, soprattutto nel campo dello studio, della prevenzione e della cura di alcune malattie pericolose, l’intera questione andrebbe rivalutata, nella misura in cui, in questo senso, la clonazione potrebbe effettivamente risultare vantaggiosa al fine di conservare la specie, nel caso in cui non provochi alterazioni significative all’equilibrio dell’ecosistema. Non esiste, neanche riflettendo a fondo, una soluzione pronta al problema, così come no può esserci una considerazione univoca della questione, proprio perché nel momento in cui si analizzano tutte le dinamiche, emergono inevitabilmente problemi, fallacie e incoerenze concettuali significative. Ciò che però dovrebbe valere come principio assoluto è che qualsiasi scoperta, progresso e sviluppo scientifico in materia deve essere sempre compatibile con il rispetto etico nei confronti della vita, al di là di ogni possibile soddisfazione, gratificazione e compiacimento per la scoperta.

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