Amata Natura: l’uomo e la Terra Madre tra Tarzan e Marcovaldo

“Uomo” è una parola che rimanda al latino “humus”, ovvero “terra”. La terra è parte di noi.

La Terra, nella simbologia mitologica, biblica, letteraria e poetica, è sempre stata simbolo di maternità. Noi apparteniamo a questa terra, alla natura, ed esse sono parte di noi, della nostra origine. Oggi, purtroppo, il legame con la natura è stato messo da parte per perseguire la smania di produzione, l’agio della città, l’espandersi della tecnologia. Tutte cose che vanno bene, ma che dovrebbero trovare il modo di vivere in comunione con la natura, piuttosto che in contrapposizione ad essa. Altrimenti finiremo per distruggerla.

La nostalgia verso l’ambiente naturale: abbiamo dimenticato il colore dell’erba.

Siamo, oramai, tanto abituati a poggiare i piedi sull’asfalto, a respirare un’aria densa di fumi, a sentire il costante sottofondo dei rumori della città, che quando ci capita di andare in un parco o ancor meglio in montagna, al mare, in un luogo prettamente naturale, ci sentiamo incantati. Questo incanto è il sintomo di un profondo bisogno e desiderio che, in quanto umani, ognuno di noi ha nell’anima: avere un contatto con la natura. Il rumore del vento che accarezza le fronde degli alberi, l’aria fresca, pulita, che pizzica il naso, il canto degli uccellini, il fruscio dell’acqua, il colore vivido dei fiori. Questi sono elementi che farebbero sospirare chiunque, soprattutto le persone più inclini ad essere sensibili nei confronti della natura, persone come Marcovaldo. Italo Calvino, nel suo breve quanto delizioso romanzo, ci regala il profilo di questo personaggio assolutamente singolare. Nessuno, in questa storia, si accorgeva delle bellezze e degli incanti della natura. “Se ne accorse solo Marcovaldo, che camminava sempre a naso in aria”. Questa espressione, per alcuni, è sintomo di sbadataggine. Una persona che cammina a naso in aria è un distratto, un perditempo magari. Ma se ci soffermiamo un attimo a pensare al perché Marcovaldo stia sempre col naso in aria… Bè, cammineremmo certamente tutti così, per le strade. Perché lo sguardo assorto di qualcuno che si ferma ad osservare le foglie degli alberi dipingere buffi contorni sull’azzurro del cielo, dovrebbe far venire voglia di immergersi in quella magia. E Marcovaldo lo fa, ma vivendo in una grande città, naturalmente questo atteggiamento gli porta molti guai. Non ci si può permettere il lusso di astrarsi nella natura, vivendo in una metropoli. Per comprendere chiaramente l’unicità di questo personaggio, leggiamo ciò che accade a Marcovaldo mentre aspetta il tram in una solita grigia giornata di lavoro:

Si chinò a legarsi le scarpe e guardò meglio: erano funghi, dei veri funghi, che stavano spuntando proprio nel cuore della città! A Marcovaldo parve che il mondo grigio e misero che lo circondava diventasse tutta un tratto generoso di ricchezze nascoste, e che dalla vita ci si potesse ancora aspettare qualcosa, oltre la paga oraria del salario contrattuale, la contingenza, gli assegni familiari e il caropane.

Ed ecco che suscita immensa tenerezza e forse un pò di tristezza, l’immagine di un uomo emozionato alla vista di un elemento naturale, apparentemente fragile ed insignificante, che è riuscito a superare le difficoltà dell’ambiente di città ed è fiorito spontaneamente.

Da Marcovaldo nostalgico a Tarzan, quando la natura diventa identità.

Se Marcovaldo è un pover’uomo costretto nel grigiume di una metropoli senza verde, c’è anche chi, invece, della natura ne ha fatto culla, origine, identità. Tutti noi conosciamo bene il cartone “Tarzan”, la storia di questo bambino che, rimasto orfano, viene allevato dalle scimmie e, diventato adulto, incontra di nuovo la sua specie. Tarzan è un personaggio che si aggancia al famoso topos dell’uomo allevato nella foresta e che, scoperta la città in età matura, per lo più la rifiuta o ne rimane sconvolto, nel bene e nel male. Potremmo tranquillamente collegarci al Libro della Giungla, alla storia del piccolo Mowgli, invenzione figlia del grande scrittore Rudyard Kipling, ma il punto è sempre lo stesso: sarebbe addirittura possibile, per un essere umano, crescere “allo stato brado”, nella natura, poiché egli è parte integrante di essa ed è essenzialmente nato per viverci. Successivamente l’uomo, con l’avvento dell’agricoltura in primis, ha imparato a gestire, manipolare, infine assoggettare la natura, fino a dimenticarne lo stato originale. Fino a dimenticare di farne parte. Tarzan, quando viene a contatto con altri umani, è dubbioso, curioso, sta all’erta. Alla fine, incuriosito dagli insegnamenti di Jane, è lui che finisce per insegnarle qualcosa: la naturalezza, la spontaneità. Così come la natura, spontanea, vera, senza veli, produce i suoi frutti e si presenta esattamente per com’è, l’uomo che vi è cresciuto non ha imparato la sottile arte meschina della menzogna, dell’inganno. Tarzan è l’archetipo dell’uomo prima del peccato originale, l’uomo prima dell’avvento della tecnologia, che gli ha permesso di sentirsi troppo creatore e poco creatura. L’uomo ha cominciato a creare, a plasmare. Allo stesso tempo ha imparato a distruggere. Ha cominciato a pensare d’essere il padrone incontrastato della terra, dimenticandosi d’essere, in realtà, solo una parte di essa. Tarzan e Marcovaldo hanno in comune questo: chi per nascita, chi per indole, entrambi ricordano che la natura è parte della loro essenza, che ne hanno bisogno. 

Un ritorno alle origini: ecco la chiave per la felicità.

Non è necessario crescere con le scimmie per riconnettersi con la natura. E neanche abbandonare totalmente tutto ciò che di tecnologico e moderno abbiamo conquistato. In medio stat virtus, dobbiamo avere moderazione. La tecnologia non è un male, se viene usata con coscienza. Così come la natura non è una nostra ancella, pronta a servirci e riverirci senza stancarsi mai. La natura si stanca, si è già stancata, la stiamo perdendo. E se l’uomo non ricorderà in tempo il valore della sua culla verde, essa lo divorerà (e ne avrebbe ben donde). Quindi cerchiamo di ricordare, ogni volta che avremo l’occasione di godere del contatto con la natura o di lavorare con essa, che la natura ha i suoi tempi, i suoi cicli, le sue regole, che vanno rispettate. Guardando Tarzan tutti abbiamo amato il protagonista ed odiato un altro personaggio: Clayton.

Eppure, al momento, per come ci stiamo comportando, noi siamo assolutamente tanti piccoli Clayton.

Torniamo ad essere Tarzan, torniamo ad essere Marcovaldo. Torniamo ad essere umani.

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.