“Jojo Rabbit”: scopriamo come Taika Waititi entra nella mente di un bambino nazista

La Seconda guerra mondiale è sempre stata rappresentata in modo drammatico, ma un regista ha capito come raccontarla ai bambini.

Nel 2019 Walt Disney e 20th Century Fox portano nelle sale cinematografiche Jojo Rabbit con la regia di Taika Waititi: un film che la critica ha affiancato a regie come quella di Charlie Chaplin, Ernst Lubitsch, Roberto Benigni.

La storia di un bambino nazista

In una Germania al fine della guerra, Johannes Betzler vive con la madre Rosie ed entra nella Gioventù hitleriana dove i bambini di dieci anni imparano tecniche di guerra e credono fortemente nell’ideologia nazista. Durante gli allenamenti, il protagonista viene nominato “Jojo Rabbit” per il fatto che non riesce ad uccidere un cucciolo di coniglio. Jojo si consola con l’amico immaginario Hitler che lo incoraggia a farsi coraggio perché lui è un ometto! Ma subito dopo, innesca una bomba nel modo sbagliato e finisce in ospedale, Così, Jojo è costretto a casa e scopre un’ebrea dietro le pareti di casa.

Taika Waititi crea un “mezzo” adattamento cinematografico tratto dalla prima parte del romanzo Il cielo in gabbia di C. Leunens, che a sua volta si ispira ad una storia vera. Se nel romanzo scopriamo l’intera vita di Johannes Betzler, nella sceneggiatura Waititi decide di rappresentare solo l’infanzia di questo personaggio escogitando un’ottica differente nel raccontare la Seconda Guerra Mondiale: attraverso lo sguardo di un bambino che sta dalla parte del nemico.

I dialoghi

La regia di Taika Waititi presenta visibilmente il film in modo semplice e tradizionale: la macchina da presa segue l’evoluzione del protagonista con inquadrature oggettive e dal ritmo comico, in sintonia al linguaggio parodico della storia. Nonostante lo sfondo rappresenti un periodo cupo della storia contemporanea non manca quel tocco cartoonesco tipico di film per bambini.

L’ingegnosità di Waititi non si racchiude solo nell’idea filmica, ma è evidente soprattutto nei dialoghi: si comunicano allo spettatore tematiche forti e “adulte” attraverso il linguaggio semplice di un bambino. Ci troviamo di fronte ad una potente frattura comunicativa: da un lato l’ideologia estremista nazista, insita nella mente delle giovani reclute; dall’altro, questa ideologia che, seppur malata risulta di difficile comprensione per un bambino, è espressa mediante termini infantili. La loro volontà di “giocare a fare i soldati” è in realtà solo un espediente che Waititi opera all’interno dei dialoghi per estendere il sentore di partecipazione bellica e fanatismo tipico degli anni bui dell’Europa.

Significati nelle immagini

Nel corso del film, Jojo è in continua lotta con sé stesso e vi sono molte immagini significative che lo mostrano. Parole, oggetti e situazioni che lo spettatore coglie senza ricorrere a spiegazioni. Uno specchio per rappresentare visibilmente la trasformazione del personaggio: da bambino che non comprende la pericolosità dell’ideologia nazista sino a quando l’amore per la madre e la fratellanza con Elsa non diventano indispensabili. Un coltello assegnato ad ogni membro appartenente alla Gioventù hitleriana, simbolo di potere e appartenenza al popolo germanico. Jojo inizia a perdere le staffe nel momento stesso in cui Elsa priva il protagonista di questo oggetto. La farfalla blu vicino alle scarpette da ballo di Rosie: simbolo della volontà di combattere per la libertà, come molti partigiani dell’epoca. E vogliamo discutere proprio di quelle scarpette? Un oggetto che ricorre continuamente nel corso del film, sia attraverso il gesto di saper allacciare una scarpa, che attraverso inquadrature che mettono contestualmente in risalto il protagonista e le scarpette da ballo della mamma, proprio all’altezza dello sguardo del bambino. Un comportamento tipico della crescita di un bambino.

Un film per tutti

Vincendo sia l’Oscar che il Premio BAFTA per la migliore sceneggiatura non originale, Taika Waititi ha creato un’opera cinematografica che abbraccia un pubblico composto sia da adulti che da bambini affrontando la Seconda Guerra Mondiale in un modo differente di come solitamente viene presentato. Un modo giocoso ed elementare, proprio con gli occhi di un bambino!

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