Jim Carrey e la potenza divina: perché “Una settimana da Dio” farebbe infuriare S. Tommaso

Dio può fare con noi tutto ciò che vuole come un burattinaio con le marionette ?

Jim Carrey in “Una settimana da Dio”

Se “Una settimana da Dio” rappresenta una versione comica e semplicistica di Dio, Tommaso ci ricorda i rischi di pensare a una divinità umanizzata.

Una settimana da Dio o da super eroe ?

A più di 15 anni dall’uscita della pellicola, sono ormai diventate un classico le vicende di Bruce Nolan, un giornalista di scarso successo che, frustrato dalla propria vita, ottiene per una settimana i poteri di Dio stesso. Il protagonista, interpretato da uno splendido Jim Carrey, inizia così a fare sfoggio delle sue abilità e, ora facendo comparire o scomparire oggetti e animali, ora controllando le persone come bambole, ora cambiando il proprio corpo o assumendo potenziamenti incredibili, non passa molto tempo prima che la sua carriera subisca un’impennata altrimenti imprevedibile. Nonostante ogni cosa sembri inevitabilmente vertere a favore di Bruce, non è però tutto rose e fiori: mentre Grace, la sua ragazza, delusa da una mancata proposta di matrimonio, lo lascia, insieme ai benefici che comporta essere Dio iniziano ad affiorare anche i doveri, tra i quali ascoltare e rispondere alle preghiere si rivela il più impellente. Così il giornalista, ben lontano dall’ideale di una divinità tessitrice di destini in perfetto controllo di tutto, ma simile piuttosto a un super eroe alle prese con le avversità del mondo, si ingegna con innumerevoli tentativi finché, infelice per essere incapace di svolgere il lavoro di Dio e di riconquistare la propria amata, non decide di riconsegnare quei poteri al legittimo proprietario. Solo allora, risvegliatosi metaforicamente e letteralmente in seguito ad un violento incidente, circondato dall’amore ritrovato di Grace e dei numerosi amici, torna ad apprezzare la semplicità della vita umana, la quale, proprio in virtù della rinuncia a quei poteri che tanto lo avevano avvilito, gli si rivela adesso felice.

S. Tommaso d’Aquino

Tommaso e la potentia Dei

Tra il XII e il XIII secolo tra i teologi e i filosofi occidentali assume importanza centrale la questione sulla potenza di Dio: in che senso Dio è onnipotente? La natura dell’agire divino è simile a quella dell’agire umano? Se Dio può fare tutto, perché non compie costantemente tutti quei prodigi che potrebbe fare? Il fatto che non li compia è segno di debolezza da parte sua? Qual è la natura dei miracoli? Tra le risposte elaborate a queste domande, spesso, a seconda delle posizioni teologiche, discordanti e nettamente diverse, una delle più interessanti ed autorevoli è sicuramente quella di S. Tommaso.

Secondo il domenicano, se da una parte è innegabile che il potere di Dio, condizione di tutto ciò che esiste, non conosca limiti (fatta eccezione, secondo Tommaso, del vincolo del principio di non contraddizione), dall’altra ciò non significa che tale illimitatezza si manifesti in continui mirabilia, quasi come Dio fosse un bambino con la possibilità di rendere reale tutto ciò che la sua immaginazione produce. Benché infatti possa fare tutto, Egli agisce secondo una precisa volontà, in modo diverso dagli uomini: se Dio infatti, similmente a noi, procedesse per tentativi e dovesse correggere con continui interventi miracolosi la sua opera, questo sarebbe un evidente segno di imperfezione da parte Sua, quasi come un programmatore che solo in un secondo momento si fosse accorto degli errori commessi. E’ in questo senso che Tommaso traccia la distinzione tra potentia Dei absoluta potentia Dei ordinata: mentre con la prima si riconosce l’infinità del potere divino, il quale è sciolto da (quasi) ogni obbligo, con la seconda si intende invece sottolineare il fatto che essa si manifesti in un preciso ordine che governa e regola il nostro mondo, ovvero l’ordine dell natura. Il fatto dunque che Dio non faccia comparire o scomparire oggetti e creature da un momento all’altro non è dovuto a una limitazione di potere, ma alla strutturazione di tale potere in una precisa regolarità.

Così Tommaso arriva ad affermare che la potenza di Dio si manifesta nell’ordo: sebbene le due potentiae convivano in Dio, la Sua perfezione si rivela non tanto, come potremmo pensare, nella spettacolarità del suo agire (idea che presuppone l’erronea concezione di una divinità soggetta a passioni), quanto nell’ordine immutabile delle sue trame e dei suoi progetti. E’ sotto questa luce infatti che risulta più chiaramente che cosa siano veramente i miracoli: questi non sono capricci o interventi radicali atti a sovvertire l’ordine che Egli stesso ha costituito, ma rientrano nello stesso. Sono gli uomini, incapaci di cogliere la vastità del progetto divino nella sua interezza, che non riescono a spiegarseli come rare eccezioni.

Cosa vuol dire “Dio”?

Alla luce della concezione della potentia Dei di S. Tommaso, vediamo adesso come il film Una settimana da Dio ponga le basi su una visione antropologica e semplicistica del concetto di Dio.

E’ facile infatti pensare a Dio come ad un uomo anziano, dalla barba folta e bianca, in grado di governare i destini di tutti e di fare ciò che più lo aggrada in ogni momento che desidera, mentre lo è meno notare tutti i paradossi e le contraddizioni derivanti da tale immagine: Dio ha forma umana? Se è un essere perfetto, come può desiderare qualcosa di cui non dispone (cosa che ne implicherebbe l’imperfezione)? Come può agire nel tempo se è Egli stesso creatore del tempo? Tali problemi possono essere superati se invece rinunciamo a proiettare le qualità umane e le categorie del senso comune verso ciò che ha una natura estremamente diversa da noi. Così, a ben pensare, realizziamo che Dio, non provando desiderio, dolore, noia o rabbia, non è soggetto a passioni e soprattutto che la natura del suo agire e del suo volere sia sui generis: anche ammettendo, per assurdo, che possa provare provare passioni, Egli, Essere fuori dal tempo, non potrebbe desiderare una cosa in un momento e realizzarla in quello successivo, non potrebbe ora avere un desiderio, ora un altro e non potrebbe correggere una Sua azione con una seconda, successiva alla prima. In sostanza, Dio non agisce e non vuole come l’uomo, ma, secondo una volontà assolutamente buona, crea le cose nella loro essenza, ex nihilo. E’ anche in questo senso che la potentia Dei non si manifesta come farebbe la nostra, anche se pensata al di là dei suoi comuni limiti.

Così, per non cadere in errori concettuali e in eccessive semplificazioni, la teologia negativa occupa una parte importante nel dibattito teologico. Essa, consapevole delle difficoltà di definire gli attributi divini attraverso le nostre inadatte categorie di pensiero, si preoccupa piuttosto di tracciare un contorno in negativo: mentre da un lato non è chiaro cosa vi sia nella mente di Dio o come Egli crei, dall’altro possiamo affermare che il suo pensiero NON sia semplice come il nostro e che le cose da Lui create NON subiscano lo stesso processo delle cose da noi create. Se dunque capire pienamente cosa voglia dire “Dio” sia estremamente complicato (se non addirittura impossibile), è tuttavia fondamentale capire cosa non voglia dire.

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