Qualche giorno fa un approfondimento de “The Chronicle of Philanthropy”, giornale Statunitense che si occupa di filantropia, ha svelato che l’uomo più ricco del mondo e fondatore di Amazon Jeff Bezos fa sorprendentemente poca beneficenza. Messo a confronto con Bill e Melinda Gates, che negli anni hanno donato circa il 37% del loro patrimonio, le contribuzioni a cause altruistiche di Bezos sono ridicole, meno dell’1%. Mentre è di comune credenza che donare soldi in beneficenza sia un atto lodabile, c’è chi come Reinhold Niebuhr crede che questi atti possano, a lungo andare, fare più danni che altro.

 

Jeff Bezos: il miliardario avaro

Tratta da: Forbes

Del suo patrimonio netto di $160 miliardi di dollari, il CEO di Amazon ha donato $146 milioni, che ammonta al 0.906% del suo capitale. Mettiamola così: se aveste €100 000 e ne donaste €100 avreste fatto più beneficenza di Jeff Bezos in relazione ai vostri rispettivi patrimoni. Il consigliere comunale di Queens City, distretto che accoglierà il futuro quartier generale dell’azienda di commercio elettronico, ha criticato aspramente questo comportamento dichiarando che i fatti dimostrano che il miliardario è “un arraffatore non un donatore”. Sembrerebbe però un comportamento ricorrente per il fondatore di Amazon: il libro “Vendere Tutto” pubblicato nel 2013, rivela che le mense della compagnia non offrono agevolazioni agli impiegati.

 

Non fare beneficenza è moralmente condannabile

Sospinti dalla comune morale saremmo inclini a pensare che, data l’esorbitante fortuna del soggetto, le donazioni a favore di cause benefiche siano un dovere, che il fallimento di Jeff Bezos nel campo sia moralmente condannabile. È proprio questo il pensiero di Peter Singer, che sostiene il principio secondo cui evitare ad altrui sofferenza sia un bene, e dunque siamo moralmente tenuti ad aiutarli. La morale imposta da moltissime religioni sprona i seguaci a impegnarsi in atti altruistici. Nel Cristianesimo, Islam, Buddismo ed Ebraismo esiste il concetto di carità verso i più vulnerabili. Dunque, secondo questa teoria morale, la riluttanza di Jeff Bezos a dare in beneficenza, soprattutto in presenza di possibilità economiche smisurate, sarebbe condannata come un’azione immorale, se non un obbligo.

Tratta da: Hargreaves Lansdown

Ma alcuni non son d’accordo…

Esistono però filosofi che non percepiscono i gesti di carità come azioni positive. Il teologo Reinhold Niebuhr sostenne che “la filantropia combina un genuino sentimento di pena e una dimostrazione di potere dei ricchi”, e spiega il perché i potenti siano più inclini a fare beneficenza che concedere una vera giustizia sociale. Appagando con elevate somme di denaro i malcontenti si evita la formazione di rivolte, e lo status quo viene preservato. Echeggiando parte del pensiero di Niebuhr, l’accademico Tim Hartford asserisce che la carità è un’azione puramente egoista, poiché spesso non viene fatta in linea con i bisogni più urgenti della società. Il pensiero di Hartford si allinea con la corrente filosofica de “l’altruismo efficace”, che impartisce una priorità per le cause benefiche stabilita attraverso metodi logici e scientifici.

 

Un’altra preoccupazione legata ai progetti filantropici, è che quest’ultimi alterino la percezione di chi dovrebbe finanziare certe opere. Dovrebbero essere le organizzazioni governative a prendersi carico di risolvere problematiche sociali, ambientali ed umanitarie. La mancata presenza di un corpo stabilito potrebbe risultare in un declino di costanza nell’impegno e nei fondi dedicati a certe cause. Neil Levy, dall’università di Oxford, è turbato proprio dalla mutabilità dei donatori privati, che influenzati dal sensazionalismo di alcune cause umanitarie, non sono in grado di finanziare progetti a lungo termine.

 

Dare o non dare?

Dare o non dare, questo però non sembrerebbe il dilemma: in fatti chi critica i progetti filantropici, lo fa soprattutto guardando ai loro risultati, non all’etica del gesto stesso. Intuitivamente ogni beneficenza si presenta come un atto positivo e costruttivo poiché è mirato ad aiutare i più vulnerabili, ma sembrerebbe che non tutta la carità sia uguale. Quindi mentre bisogna essere più efficienti nelle nostre donazioni, permane il l’impressione che nonostante le obiezioni contro la beneficenza, Jeff Bezos rimanga un egoista.

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