Tarcisio Bellò, classe 1962, di mestiere fa il bibliotecario…ma nel tempo libero scala le cime più alte del mondo e d’accordo con gli enti locali sceglie i nomi dei picchi di nuova conquista

Gli italiani sono stati sempre legati a filo doppio alla montagna. Il nostro paese ha dato i natali ad alcuni dei più celebri alpinisti a livello mondiale, primo fra tutti Luigi Amedeo di Savoia-Aosta. Durante le sue spedizioni il Duca alpinista ha dato nomi italiani a molte delle cime che ha conquistato, e ora, a più di cento anni di distanza, il bibliotecario di Vicenza Tarcisio Bellò ha raccolto la sua eredità. Negli ultimi vent’anni il vicentino ha esplorato in lungo e in largo il versante pakistano dell’Himalaya, ascendendo e battezzando a suo piacimento picchi mai violati.
Dal Veneto alla valle dell’Himalaya
Tarciso Bellò all’apparenza potrà sembrare un tranquillo bibliotecario, ma pochi sanno che in realtà è un formidabile alpinista, che negli ultimi venti anni ha scalato alcune delle montagne più alte della terra. La sua passione è nata da bambino, quando durante l’estata trascorreva le giornate sugli alpeggi del Monte Grappa. Poi nel ’93 un viaggio gli ha cambiato la vita. Quaranta giorni in Nepal, insieme alla moglie Isabella, ad esplorare la valle dell’Everest. Ed è lì, durante quei giorni a Kumbu, che capisce che le alpi non gli bastano. Da quel giorno Tarcisio non si è più fermato. Sull’Hindu Kush, in Pakistan, ha portato a termine oltre dodici spedizioni, scalato tutto quello che c’era da scalare e si è spinto anche oltre, sviluppando una particolare predilezione per quelle cime che nessuno aveva mai conquistato o si era preso la briga di nominare. É così che sono nati alcuni dei nomi più emblematici, come per esempio Italia Peak, 6189 metri, scalato in solitaria da Bellò, oppure Cristina Campagna Peak, 5311 metri, dedicata ad un’amica dell’alpinista vicentino, precipitata tragicamente dal Broad Peak nel 2009. Ma non finisce qui, d’accordo con i governi e gli enti locali, Tarcisio Bellò ha dedicato una cima a Mohammad Jinnah, primo presidente del Pakistan, e anche a Melvin Jones, fondatore dei Lions.

Il Duca degli Abruzzi: esploratore dei due mondi
Luigi Amedeo Giuseppe Maria Ferdinando Francesco di Savoia, I Duca degli Abruzzi nacque a Madrid il 29 gennaio del 1873. All’età di tre anni si trasferisce con la famiglia a Torino, e sotto l’ala protettrice della zia, Margherita di Savoia, e del frate barnabita Francesco Denza, si appassiona alla montagna e alla pratica dell’alpinismo. Tra il 1892 e il ’94, il giovane Duca, compie numerose ascensioni delle maggiori cime alpine. Conquista la vetta del Gran Paradiso, punta Dufour e punta Gnifetti sul massiccio del Monte Rosa, e i picchi principali del Monte Bianco. Ma l’Italia non gli basta. Il 4 novembre del 1894 si imbarca sull’incrociatore Cristoforo Colombo della Regia Marina Italiana, deciso a circumnavigare il globo per la seconda volta. E proprio durante questo viaggio viene a conoscenza che in Alaska, nella valle del fiume Yukon, si trova un monte di 5489 metri ancora inviolato, il Saint Elias. Il primo di Agosto del 1897, la spedizione italiana guidata dal Duca degli Abruzzi conquista il picco. É un successo internazionale. Da lì il Savoia continua ad inanellare traguardi: tra il 1899 e il 1900 raggiunge il punto più settentrionale mai raggiunto al Polo Nord, tra il 1901 e il ’05 circumnaviga per la terza volta il globo, mentre nel 1906 è il turno del Ruwenzori. Luigi Amedeo esplora la maggiori cime del massiccio africano, battezzando le vette “Margherita”, “Umberto” e “Alessandra”.
Sperone degli Abruzzi
Ma l’impresa che ha reso immortale la figura del Duca Luigi Amedeo è quella sul Karakorum. É il 1909 e, insieme alle guide di Courmayeur Joseph e Laurent Petigax, Joseph Brocherel e Cèsar Ollier, partecipa ad una spedizione in Pakistan che punta a raggiungere la cima del K2. Con i suoi 8609 metri il Karakorum 2 rappresenta la seconda vetta più alta della terra, situata al confine tra il Kashmir e la provincia autonoma di Tashkurgan, in Cina. A partire dagli inizi del ‘900 diverse spedizioni avevano cercato di raggiungere la cima, ma per le particolari caratteristiche morfologiche della montagna, estremamente aspra e sferzata dagli elementi, tutti i gruppi di scalatori erano stati costretti a desistere. Ma torniamo a noi. Il gruppo guidato dal Duca degli Abruzzi è intenzionato a trovare una via che conduca in cima e dopo diversi sopralluoghi individua, sul versante Sud-Est del massiccio, una cresta promettente per l’ascensione. Il team italiano sarà il primo a percorrere quella che diventerà, negli anni, la strada normale per la salita del K2. Lo sperone, che taglia la montagna sul lato e si inerpica fino alla cima, sarà chiamato, in onore del suo scopritore, Sperone degli Abruzzi. Anche se la squadra non riuscirà a giungere fino in cima, il nome di Luigi Amedeo di Savoia-Aosta rimarrà per sempre associato al Karakorum. Bisognerà aspettare fino al 1954 quando, sempre un gruppo di italiani, guidati da Ardito Desio, riuscirà finalmente a conquistare una delle cime più impervie del mondo.