L’isola che non c’è  

Leaving Neverland è il nuovo documentario di Dan Reed che ha diviso il pubblico. Prodotto negli Stati Uniti da Hbo e trasmesso in Italia dal Nove nelle serate del 19 e 20 Marzo, raccoglie le testimonianze di James Safechuck e Wade Robson. I due uomini hanno accusato il re del pop, Michael Jackson, di aver subito abusi sessuali quando erano ancora bambini. A cinque anni Wade vince un concorso di ballo che gli permette di incontrare Michael nel backstage del suo concerto in Australia, città natale del bambino. Dal lato opposto dell’emisfero, James partecipa nel 1987 alla nuova pubblicità del logo Pepsi insieme al cantante, ad appena nove anni. L’amicizia e l’ammirazione dei bambini per Jackson cresce sempre di più. Il giorno successivo al primo incontro di Michael, Wade partecipa nuovamente al concerto e questa volta esegue addirittura alcuni passi di danza sul palco. Il cantante rimane impressionato dalla bravura del bambino e si affeziona alla sua personalità vivace. Inizia ad instaurarsi un legame tra i due, un’amicizia che, dopo la partenza di Michael, si tiene viva grazie ai contatti telefonici. Non indifferenti alla situazione, anche i genitori di Wade, in particolar modo sua madre, rimangono in contatto con il cantante. Circa due anni dopo il loro primo incontro, i Robson partono alla volta dell’America e sono ospiti al Neverland Valley Ranch, tenuta situata in California e residenza privata del cantante. Il racconto del vecchio Wade ora si macchia di toni scuri, perché è qui che hanno luogo le prime avances di Jackson. Qualche tempo prima a James Safechuck era toccata la stessa sorte. Subito dopo e per merito dello spot pubblicitario James e Michael diventano amici. I genitori di James considerano Michael alla stregua di un figlio ora, lo invitano a cena e gli permettono di passare le serate con il figlio. Le avances diventano sempre più spinte e le parole dei due ragazzi non lasciano spazio al dubbio.

La tenuta di Neverland nella contea di Santa Barbara, California

Il beneficio del dubbio

La storia è sempre la stessa: l’incontro con un bambino che ti adora, l’accollo dell’intera famiglia, i mille regali, le richieste di dormire insieme. Un ciclo che si ripete ogni anno con un bambino diverso, a dire dei due ragazzi. Rimanere indifferenti di fronte ai loro racconti è impossibile. Ci turbano nel profondo le parole delle madri che li hanno cresciuti ad occhi chiusi, non rendendosi conto o cogliendo alcun segnale. Il documentario rappresenta una pesante accusa nei confronti di colui che non può più difendersi. Nessuno ha preso le difese dell’uomo che non ha mai avuto un’infanzia ma era fin troppo attratto da quella altrui, tanto da frequentare bambini. Ci furono due processi: il primo nel 1993, il secondo nel 2005. Michael Jackson fu accusato di molestie su minori per ben due volte e prosciolto in tutti e due i casi anche grazie alle testimonianze degli stessi bambini. James e Wade hanno continuato a difendere Michael per molti anni, così come Macaulay Culkin, famoso per la sua interpretazione nel ruolo di Kevin in Mamma ho perso l’aereo e protetto di Jackson per circa un anno. Nonostante i numerosi casi di abusi dichiarati, il cantante non è mai stato giudicato veramente colpevole. Fino ad oggi, fino all’uscita del documentario che ha dato il via alla sua damnatio memoriae e ha assunto le sembianze di un vero e proprio processo. Un processo in cui l’arringa finale spetta unicamente all’accusa, perché il lato della difesa si rivela vuoto. È lecito considerare quest’uomo colpevole? Non gli è concesso il beneficio del dubbio? Qual è il vero significato delle parole innocente fino a prova contraria e perchè non siamo in grado di considerarlo tale, ma lo colpevolizziamo?

Michael Jackson ed i Robson al completo (in basso a sinistra troviamo Wade)

Innocente fino a prova contraria

Quando si tira in ballo la presunzione di innocenza si finisce per concentrarsi su quella parola, innocenza. La parte più complicata del principio arriva dopo: fino a prova contraria. Che cos’è una prova contraria? Quando possiamo dirci soddisfatti delle prove presentate? Sbagliare questa risposta rende inutile l’intero meccanismo. È facile dire di rispettare la presunzione di innocenza e poi accontentarsi di prove fragilissime per superarla. Allo stesso modo, è facile ignorare i dati a disposizione scambiando la presunzione di innocenza per l’innocenza vera e propria. La prova contraria è quindi il rompicapo da risolvere. La prova oltre ogni ragionevole dubbio è una prova che vi lascia con la durevole convinzione che l’accusa sia vera. Non è necessario che le prove eliminino tutti i possibili dubbi, perché tutto nella vita è esposto a qualche dubbio possibile o immaginario. Il ragionevole dubbio fu inventato per proteggere chi doveva pronunciare la condanna o meglio, la sua anima. Nella teologia cristiana pre-moderna condannare un innocente era peccato mortale. Così il principio cercava di rassicurare i giurati e spiegare loro in che modo potevano condannare l’imputato senza rischiare il castigo eterno. Se il loro dubbio non era ragionevole, nessuna paura: potevano condannare e salvarsi l’anima allo stesso tempo. Il ragionevole dubbio non serviva a rendere le condanne più difficili, ma a renderle più facili. La paura dell’inferno dei giurati cristiani del XVII secolo assomiglia molto alla nostra istintiva ricerca di una rassicurante certezza assoluta. Il giudizio è una cosa complicata, ma lo è in qualsiasi caso. È una trappola da cui non si scappa: bisogna lottare con i fatti, tirare le somme ed inevitabilmente, convivere con il dubbio. Al di là dell’autenticità – che non ci sarà probabilmente mai dato accertare – delle accuse più scioccanti, la sensazione che rimane è quella di un diffuso, soffocante dolore.

Michael Jackson in posa con James Safechuck

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