L’epidemia globale da SARS-CoV-2 ha stravolto le nostre vite, ha sconvolto il mondo intero. Le vittime ammontano a più di 3 milioni e siamo ancora in una delle fasi più critiche della pandemia.

Come si legge sul sito ufficiale della Commissione Europea “La nostra priorità assoluta è la salute dei nostri cittadini. Allo stesso tempo, la crisi del coronavirus è un grave shock per l’economia europea e mondiale“. Assodato che la priorità resta sempre e comunque il risollevamento della tragica situazione sanitaria, occorre, però, cercare di essere lungimiranti e di progettare investimenti ad hoc per un’efficace ripartenza anche in direzione finanziaria. Come ripartire, dunque?
Le (im)possibili previsioni economiche a livello globale
Ai 18 miliardi di euro stanziati, solo in Italia, per sostenere l’economia durante la pandemia (nei seguenti ambiti: sanità, lavoro e imprese), bisogna affiancare anche le considerazioni in merito alle conseguenze della crisi covid a livello globale: si possono fare progetti, anche a lungo termine, prevedendo l’evoluzione dell’economia nazionale E internazionale, ma non è possibile tenere conto di tutte le variabili che influenzano il mercato mondiale. E, soprattutto in una società come quella attuale, digitale e interconnessa, in cui vige un solo enorme mercato, non si può non tenere conto del peso dei rapporti economici e delle relazioni commerciali dei singoli mercati.
Inevitabilmente, ci sarà un periodo di crisi: la Banca mondiale ha stimato che la pandemia da Covid-19 ha dato vita a una delle peggiori recessioni economiche dal 1870, portando con sé un drammatico aumento dei livelli di povertà; si è calcolato che quasi 90 milioni di persone potrebbero scendere sotto la soglia di deprivazione estrema e che ci sarà un rovinoso calo del PIL globale.
Inflazione, svalutazione delle monete, diminuzione del potere di acquisto, calmierazione… Cosa ci aspetta?

Peste antonina e Covid-19
Historia magistra vitae. La storia è maestra di vita.
Dalla storia dei tempi, le pestilenze hanno orientato il progresso (o meglio, il regresso) della sfera economica: cfr. le già multi-citate epidemie della peste nera (tra il 1346 e il 1353), il vaiolo (noto da almeno 10 000 anni), l’influenza spagnola (dal 1918 in poi), l’influenza asiatica (1957)…
Ma vediamo la situazione sanitaria e i conseguenti effetti sulla sfera economico-monetaria ai tempi dell’antica Roma, dopo la cosiddetta “peste antonina”.
La lunga epidemia (probabilmente di vaiolo), iniziata nel 166 d. C. e durata almeno vent’anni, causò la morte di più di 5 milioni di persone; questa calamità comportò ingenti perdite demografiche (in alcune zone si stima che 1/3 della popolazione perì) e un significativo peggioramento economico.
Quindi, pestilenze e perduranti danni economici vanno di pari passo.

L’avanguardismo dell’economia romana
Parlare di storia economica non è semplice e non si può generalizzare, ecco perché occorre soffermarsi su un periodo specifico.
Nel periodo della cosiddetta pax augustea, che coincide con il principato di Augusto (31 a. C. -14 d. C.), si ipotizza un valore globale di 7 miliardi di sesterzi che divennero 20 miliardi nel II secolo dC.
Il sesterzio era una moneta di oricalco (ossia una lega di rame e zinco, del gruppo degli ottoni) che equivaleva a 4 assi di rame; a loro volta 4 sesterzi costituivano un denario di argento e 100 sesterzi formavano 1 aureo (=moneta d’oro).
Per capirci 1 sesterzio equivarrebbe a circa 2 euro attuali.
Il reddito pro-capite era circa di 400 sesterzi e se consideriamo che, sotto Ottaviano Augusto, la popolazione dell’impero contava circa 54 milioni di abitanti, il PNL (=Prodotto Nazionale Lordo) era costituito da oltre 20 miliardi di sesterzi.
Giusto per dare un’idea di cos’è il PNL, potremmo assimilarlo alla somma dei redditi pro capite della popolazione e delle imprese di una nazione.
Lo stock di moneta circolante era, all’epoca, di 8 miliardi di sesterzi.
L’economia dei primi due secoli, fino all’avvento della peste antonina (166 d. C.), è definibile come “economia pre-industriale” caratterizzata da:
- una sfaccettatura duale perché comprendeva la produzione per l’autoconsumo e la produzione per il mercato;
- un’accentuata monetarizzazione, come abbiamo visto;
- presenza di piccole e medie aziende che potrebbero tranquillamente competere, nell’insieme, con una grande impresa dei giorni nostri;
- forte urbanizzazione capillare (vi erano, infatti, migliaia di città di notevoli dimensioni, tra le quali menzioniamo Roma, Cartagine, Alessandria d’Egitto, Antiochia, Seleucia, Efeso e Pergamo);
- sfruttamento del lavoro di proletari e schiavi (“piccolo” dettaglio da non trascurare è, in effetti, la schiavitù come base portante dell’economia romana);
- intesi scambi commerciali in tutto il mar Mediterraneo (destinati ad atrofizzarsi con la venuta dell’epidemia).

Ripartenza e sicurezza
Il fatto che sappiamo dell’inevitabile periodo di crisi che attende il mercato globale anche dallo studio della storia (non solo più recente), ci permette di adottare misure che -quanto meno- limitino i danni economici dell’epidemia.
L’UE ha stanziato miliardi di euro per far fronte all’emergenza socio-sanitaria e numerosi sono gli investimenti progettati che, teoricamente, vanno ad aggiungersi al piano dell’agenda ’30: garantire l’approvvigionamento alimentare e i servizi essenziali; sostenere le imprese e garantire i posti di lavoro; favorire il turismo in sicurezza…
L’11 febbraio 2021 la Commissione europea ha pubblicato le sue previsioni economiche d’inverno 2021. Secondo le previsioni, l’economia della zona euro crescerà del 3,8% nel 2021 e nel 2022 del 3,9%.
Questo sarà possibile solo se “sopravvivremo” all’estate in modo sicuro, tutelando la nostra salute e quella degli altri perché non ha senso parlare di piani di ripresa, se il futuro potrebbe non esserci.
Investiamo (saggiamente e prudentemente) nel presente per preservare il domani.