Comprendiamo meglio come il neoliberalismo abbia trasformato il concetto di benessere nella nostra società grazie alla serie tv The Good Doctor.

Cosa ti serve per essere un bravo dottore? Prima di tutto che tu stesso sia sano. Non che il medico non possa star male per primo, ma resta l’interrogativo di quanto lo zoppo possa insegnare al bambino a camminare. E allora la domanda che segue è: può qualcuno con una disabilità intellettuale quale la neuro-divergenza essere un buon medico? Da questo interrogativo nasce la serie TV The Good Doctor.
Cosa si aspetta la società
Sei in ospedale. Per un ragione o per l’altra, hai bisogno dell’aiuto di un medico. Il dottore corre in tuo soccorso, ti aiuta, fa il possibile, è anche un tipo che potremmo definire intelligente, preparato nientemeno. Eppure, è distante, non ti nasconde gli aspetti più crudi del trattamento, non ascolta le opinioni degli altri colleghi attorno a sé, ma, soprattutto, non mostra empatia e non sa dare ai pazienti il calore e il conforto di cui necessitano.
Questo è lo scenario della serie TV The Good Doctor, in cui vengono proposte le possibili conseguenze dell’assunzione all’interno di un ospedale di un medico con una disabilità intellettuale. Shaun Murphy, brillante dottore con un’infanzia travagliata e la sindrome di savant, inizia a lavorare in un prestigioso ospedale, il San Jose St. Bonaventure Hospital.
La serie racconta il passato del protagonista, le battaglie combattute per farsi assumere, la difficile vita coi colleghi e i datori, ma anche i momenti di gioia, le eccezionali operazioni, la sua travagliata vita sentimentale e il complesso, ma necessario, cammino verso la sua indipendenza.
Perché il punto di forza delle serie è proprio questo: mostrare Shaun nella sua umanità e professionalità, ben al di là della propria disabilità.

Perché ti hanno assunto
L’assunzione di Shaun è nella serie il risultato di un percorso pieno di ostacoli, nel tentativo, da parte del dottor Glassman, che si è occupato della sua crescita e della sua educazione nel corso di un’infanzia difficile, di convincere il direttore dell’ospedale.
Perché assumere un medico affetto da autismo solleva i problemi etici menzionati prima. Sarà lui in grado di dare ai pazienti ciò di cui hanno bisogno al di là delle cure? Shaun riesce con successo e, nonostante compia degli errori nel relazionarsi ai pazienti e ai medici, riesce generalmente a cavarsela. Tutto questo, però, a volte, a costo della propria identità.
Lavorare in un ambiente del genere è complicato per Shaun perché rappresenta un difficile adattamento alla maggioranza, siccome la maggior parte dei medici sono neuro-tipici.
Ma cosa è la salute mentale? Perché Shaun è poi tanto diverso?
Secondo diversi pensatori biopolitici, la risposta è che la società ha creato un concetto di salute mentale che si è evoluto nel tempo. Dai tempi del manicomio qualcosa è cambiato. Infatti, ai giorni nostri, la salute mentale non è legata unicamente all’assenza di malattie mentali, ma è una salute costruita in positivo, legata alla possibilità che i soggetti possano, in qualche modo, migliorare sé stesi quanto più possibile.
Questo ha portato, d’altro lato, a vedere potenziali sintomi delle diverse patologie mentali e intellettuali negli atteggiamenti quotidiani e a ridurre sempre di più i confini tra normale e patologico. Si annida nelle nostre teste l’idea che… siamo tutti un po’ pazzi!
Insomma, il frutto di questa operazione è che nessuno è più normale, ma tutti dobbiamo fare quanto più possibile per raggiungere il nostro meglio. Ma quali sono, d’altro lato, le cause di tutto questo?
Inclusività o logica del mercato?
La biopolitica si occupa di studiare come il potere nella nostra società si ottenga attraverso il controllo dei corpi. Nella nostra epoca, corpi forti, sani e in salute sono necessari. Ma non per il bene dell’individuo. Non basta stare bene fisicamente, serve anche essere a posto con sé stessi e col mondo.
Il perfezionamento dell’individuo è reso necessario, secondo l’individuo, dalla logica del mercato: persone al massimo delle loro potenzialità lavorano di più, generando più profitto per l’agenda. Il paternalismo si fonde, così, con la necessità di guadagno.
Possiamo, allora, davvero parlare di inclusività nel caso di Shaun? Secondo questi filosofi, no. L’inclusività è solo una delle regole del mercato, che lavora a proprio vantaggio, facendo notare i valori dell’azienda per massimizzare i propri profitti. Un lavoratore in più incrementa le vendite, ma, in questo caso, anche la credibilità dell’azienda.
Perché nell’universo neoliberale a prendersi cura di te è l’azienda per cui lavori. A garantirti benessere e serenità è un lavoro che ti ammazza col sorriso, un capo che ti drena le forze solamente per ricordarti che tutti vorrebbero lavorare al tuo posto, perché, in fin dei conti, sono così tanti i vantaggi del lavorare nella società che ti ha assunto!
Allora, la salute mentale degli impiegati bussa alla porta delle aziende, a ricordare loro che per avere lavoratori che generano profitto bisogna garantire loro anche stabilità e benessere e che, qualche volta, persino assumere chi ha delle patologie diagnosticate può essere un vantaggio.
Le aziende potranno, così, dire che bisogna tutelarli, che è un modo per aiutarli ad uscire dal guscio e potrebbe davvero aiutarli col loro disturbo. Intanto, sotto un sottile velo di perbenismo, si annidano le trame del capitalismo e le sue zanne affilate stringono forte la preda: il consumista medio che si vanta di aver comprato la merce da un posto che ha tanto a cuore i lavoratori!