Incessante bisogno di purificazione: la catarsi tragica e la legge ciclica del capro espiatorio

Il concetto di purificazione in prospettiva intima e collettiva: la catarsi tragica e la necessità sociale di un capro espiatorio.

Capro espiatorio
Il caprio espiatorio di William Holman Hunt

Abbiamo bisogno di emettere una condanna verso chi non può difendersi per redimerci da ogni colpa: è la regola aurea del capro espiatorio.

La logica del capro espiatorio

La disperata ricerca del capro espiatorio, il cosiddetto giustizialismo, non è soltanto una cultura propagandata e codificata dall’alto, non è solo cinica manutenzione degli spiriti indignati da parte delle élites o dei tribuni della plebe, ma anche una forza primordiale, che attiene alle pulsioni profonde degli esseri umani e alla loro vita collettiva. Individuare una vittima all’interno di un gruppo (popolo, etnia, scuola, squadra, famiglia, setta, confraternita) per poi spingerla ai margini di quel gruppo permette di convogliare la violenza ad esso indigena verso un obiettivo esterno, che sia esso un individuo o una minoranza di individui. Poco  importa se siano colpevoli o innocenti, poiché la logica tribale del sacrificio è estranea alle corrispondenze del diritto. Nelle società moderne la costruzione del capro espiatorio avviene nell’intreccio malsano tra la propaganda dei governi e i pregiudizi popolari, tra manipolazione ideologica e credenze striscianti. Ebrei traditori, zingari, omosessuali, donne in burquini, kulaki, minoranze etniche, oppositori politici, ma anche sovrani decaduti, banchieri, massoni, re Mida globali, kasta, ciò che caratterizza il capro espiatorio sono le sue qualità estreme: estrema povertà, estrema ricchezza, estrema bellezza o bruttezza, estrema distanza o vicinanza dal gruppo che lo respinge o lo scaccia via. Nella mitologia classica la prima vittima consenziente è Edipo, l’incestuoso e parricida Edipo, che accetta senza battere ciglio il verdetto ottuso dei tebani i quali lo credono colpevole di aver portato in città un’epidemia di peste: vittima di una mistificazione, Edipo è un innocente perseguitato dal pregiudizio popolare. Le sue parole remissive, la sua stoica accettazione di una colpa che non ha commesso equivalgono a una confessione estorta sotto tortura nella cella buia di un commissariato. Questo tratto di vittima consenziente emerge ancora di più nel sacrificio di Cristo come è raccontato dal Nuovo Testamento: l‘agnello di Dio, letteralmente capro espiatorio umano-divino, afferma di sacrificarsi per salvare il genere umano, ma allo stesso tempo si dichiara innocente, accetta il martirio non perché si ritiene colpevole, ma perché sa che c’è bisogno di un colpevole per interrompere il circolo vizioso della violenza. L’aspetto religioso non è altro che il contenitore simbolico, l’involucro di un espiazione tutta umana. Un tratto talmente interiorizzato e trasmesso nel corso della storia che spesso chi viene colpito dalla vendetta del gruppo accetta docilmente suo destino senza ribellarsi, giocando il ruolo della vittima consenziente. È uno schema cicilico, perché la società contemporanea sostituisce rapidamente i suoi idoli e i suoi bersagli, sempre alla ricerca di nuove vittime, di nuovo sangue da far scorrere per placare la rabbia repressa e alienata delle maggioranze. La rete da questo punto di vista è un formidabile moltiplicatore dell’indignazione popolare e della calunnia collettiva. Diffamare qualcuno senza prove, additare un comportamento non conforme alla volontà del gruppo, perché infedele, osceno, immorale, vedere ovunque complotti e cospirazioni da parte di misteriosi burattinai o di fantomatici signori dell’economia, del farmaco, della guerra, della droga, della religione, dell’informazione, dell’immigrazione testimonia questo bisogno corale di costruire sempre nuovi capri espiatori.

Capro espiatorio

Aristotele e la Poetica: i presupposti della catarsi tragica

L’opera della tragedia sfocia nella catarsi delle/dalle passioni di pietà e paura. Per Aristotele, che affronta la questione nella sua Poetica, l’imitare è connaturato agli uomini sin da fanciulli, l’uomo è di tutti i viventi quello più imitativo, quello più incline all’imitazione, forma le prime conoscenze mediante l’imitazione stessa. Il piacere che l’imitazione procura è legato al vedere, al contemplare, all’imparare, al dedurre e infine al riconoscere. Aristotele parla di un piacere che viene proprio dal poter riconoscere qualcosa e propone un concetto prospettico di verità in forza del quale inventare da un lato, apprendere da un altro, è sempre un ritrovare, ritrovare se stesso. Senza questo ritrovare, il piacere che deriva dalla fruizione di imitazioni sembra scadere nel semplice apprezzamento buona fattura materiale e artistica. E’ un piacere che sembra dipendere chiaramente da una sorta di oggettivazione dell’esperienza, la tragedia è infatti mimesis spoudaion, imitazione di fatti o soggetti seri, importanti. Sembra innegabile la connessione molto stretta che Aristotele stabilisce quindi tra catarsi e piacere. La catarsi opera su paura e pietà, paura e pietà suscitate nello spettatore o lettore, che stabiliscono una relazione affettiva tra conspecifici. Ad Aristotele interessa esclusivamente un legame tra individui in quanto esemplari, come apprendiamo dalla sua caratterizzazione dell’universale di cui si occupa la poesia: ad un individuo considerato come esemplare di specie accade di fare e dire certe cose all’interno di un intrigo che si dispiega e sviluppa secondo una logica interna. Perché si dia catarsi, il legame dello spettatore o del lettore con il protagonista della tragedia non deve essere più stretto di quello di conspecificità. Già questo solo fatto esclude lo spettatore dall’intreccio tragico, egli ne è fuori, non dentro. Naturalmente Aristotele presuppone l’integrità affettiva dello spettatore e del lettore, cioè la sua capacità di spaventarsi e di impietosirsi. La distanza del lettore o spettatore dal protagonista diviene allora un ingrediente essenziale della catarsi tragica. Che vi sia distanza è già implicito nel fatto di parlare di spettatori e lettori della tragedia, di persone che non hanno legami diretti e personali con i personaggi del dramma. Non esser parte dell’intreccio significa non far parte del dramma, significa vederlo e parteciparne solo in quanto conspecifici. Lo spettatore di un dramma è decentrato rispetto a esso, anche se non escluso da esso, ossia non è radicato nell’esperienza viva di chi si trova nella morsa dei fatti che la tragedia mette in scena. Lo sradicamento dello spettatore dal dramma rende possibile la catarsi.

Capro espiatorio

Il valore morale, filosofico e conoscitivo della tragedia greca

Il merito filosofico della tragedia, secondo Aristotele, risiede nel fatto che in essa risaltano connessioni che la semplice cronaca non riesce a cogliere. Queste connessioni sono rapporti che stanno in qualche modo alle spalle e all’origine dell’accadere effettivo. È come se la tragedia cogliesse l’ossatura che si esemplifica in ogni accadere fattuale e reale. Di qui il suo valore conoscitivo. La storia, in quanto cronaca, è troppo passiva verso la realtà, che con il suo variegato farsi e dispiegarsi può indurre a perdersi nel dettaglio puntuale o nella mera cronologia di eventi singolari. Il problema di Aristotele era la comprensione filosofica dell’accadere storico. Si trattava per lui di spiegare il carattere paradossale, inaspettato, inanticipabile di certi fatti ordinandoli in un intrigo che ne mettesse in risalto le connessioni senza privarli della forza che sprigionano. Anzi, si tratta per Aristotele di stabilire queste connessioni in modo che sia il senso a svilupparsi in modo inesorabile e al tempo stesso paradossale. È proprio la connessione sensata del fatto meraviglioso con ciò che lo precede che ne libera tutta la forza e la potenza. Si tratta allora di articolare il senso secondo connessioni che non sono quelle della deduzione, che è lineare e in un certo senso a una sola via, come per i fatti storici. È solo l’intrigo che può realizzare questo, perché l’intrigo intreccia vite, fatti, caratteri, azioni in un’alchimia che hanno un margine di variazione molto. Aristotele intuisce così il potere esplicativo dell’intrigo. Anzi sembra voler dire che solo l’intrigo svela il senso di ciò che accade. La tragedia sembra così venire incontro a un bisogno umano di compiutezza e liberazione e a questo bisogno sembra sia possibile dare soddisfazione solo sul piano della finzione. Affinché però questo bisogno sia soddisfatto la finzione tragica deve intrattenere un rapporto del tutto speciale con la verità. La verità esplorata dalla tragedia si dispiega sempre su due piani, distinti, opposti, ma inseparabili: il piano dell’azione umana e quello della potenza divina, dell’ordine generale del mondo, al quale solo gli dei presiedono. La verità della tragedia è quindi doppia. Tale verità non è mai data tutt’intera all’uomo, anzi è ciò da cui l’uomo è inizialmente più lontano. Essa si ricompone inesorabilmente malgrado l’uomo e quando sopraggiunge è sempre inattesa e indesiderata. Questo avviene attraverso un intrigo in cui l’uomo è preso e alla cui morsa non può sottrarsi. L’irrompere improvviso di tale verità è devastante e non lascia scampo all’eroe, incapace di assorbire il colpo, cioè di integrare un evento dalla portata inedita nel suo limitato orizzonte di senso. La penetrazione della verità tragica nell’esistenza dell’eroe è lacerante a causa della sua inassimilabilità. Il punto fondamentale è che a questa rivelazione, per la sua potenza, non possiamo sottrarci, siamo sovraesposti a essa, totalmente inermi. L’identità lacerata sembra il cuore della tragedia greca e ciò trova conferma nel modo in cui nella tragedia è usata la storia dell’eroe. Spesso essa è evocata ma raramente raccontata, è sempre presupposta e mai messa in scena, mentre lo stesso eroe è il debole e fragile contro cui si abbatte la rivelazione con il suo carico di verità insostenibile. L’eroe non è in grado di ricominciare a vivere. L’uomo tragico non è agente di verità, ma la patisce sempre. Lo spettatore, se emotivamente integro, partecipa delle sofferenze dell’eroe emozionandosi secondo paura e pietà. Grazie all’intrigo è liberato, subisce catarsi. Lo spettatore e la tragedia condividono il medesimo universo di valori. La verità che colpisce l’eroe tragico si sprigiona da un universo di valori che lo spettatore condivide. Lo spettatore prova pietà e paura, ma in modo diverso da chi partecipa alla sofferenza dell’eroe da dentro l’intrigo tragico. Lo spettatore è fuori dall’intrigo ma ne partecipa, è dentro e fuori, questo il suo privilegio e il suo vantaggio rispetto all’eroe. La sofferenza dell’eroe, per l’universalità della sua raffigurazione, diviene anche la sofferenza dello spettatore che infatti si emoziona impietosendosi e spaventandosi. L’estraneità dello spettatore all’intrigo, che gli permette di guadagnare una visione d’insieme che l’eroe non ha e quindi di anticipare il colpo che lo sta per raggiungere e abbattere e contemporaneamente la sua simpatia (nel senso greco di compassione) nei confronti dell’eroe, resa possibile dal carattere universale della rappresentazione tragica, permettono a tale sofferenza di penetrare nella coscienza dello spettatore in modo non traumatico, ma purificato.

Capro espiatorio
La peste di Tebe di Charles Francois Jalabert, Edipo accompagnato dalla sorella Elettra

Il capro espiatorio nella società contemporanea

La nostra storia ha prodotto ininterrottamente capri espiatori. Minoranze, intere popolazioni, gruppi sociali e comportamenti sono stati stigmatizzati. La storia recente e contemporanea conosce vicende quasi impensabili come la persecuzione e l’eliminazione di milioni di ebrei durante il regime nazista, ma poi c’è un intero tessuto che continua a innervare il presente, anche là dove l’evoluzione sociale e il progresso materiale avrebbero dovuto cancellarlo, dallo stigma che ancora pesa sui folli o che non ha cessato di discriminare gli omosessuali e perfino le donne. Oggi l’esempio più clamoroso è costituito dai migranti, sui quali riversiamo le nostre ansie considerandoli spesso alla stregua di orde barbariche che invadono la civile società in cui crediamo di vivere. Ma gli esempi possono moltiplicarsi, dalla paura che ormai ovunque possa celarsi un terrorista al semplice disagio con cui sperimentiamo la prossimità di chi ci appare diverso da noi e dunque capace di disturbare la nostra presunta identità. Capri espiatori possono dunque essere intere popolazioni o anche singoli atteggiamenti, drammatici fenomeni sociali che si esprimono con un clamore generale oppure insidiosi fenomeni individuali che possiamo verificare nell’ambito ristretto e quotidiano delle nostre vite. Oggi, il cosiddetto capro espiatorio è la vittima prescelta, il colpevole che sta al posto nostro, il nemico sul quale possiamo proiettare ogni male. Ai nostri giorni, l’attuale civiltà ha aggiornato i concetti ed i simboli ereditati dal passato. Oggi l’espressione capro espiatorio non si riferisce più ad un rito sacrificale attraverso cui l’individuo cercava la purificazione della propria coscienza, naturale conseguenza del buio dell’ignoranza dei tempi. Oggi il rito sacrificale si è trasformato in una pianificazione tattica delle azioni legate agli interessi dei poteri esistenti: gli interessi economici e le attese mentali del buio culturale che ancora persiste. Il vero problema attuale è quello che i meccanismi perversi della civiltà dei consumi e della politica degli interessi, reali o virtuali, non è più opera di un solo autore o di un gruppo di potere, ma è un meccanismo che è diventato autonomo rispetto agli autori e che può portare ad un’autodistruzione incontrollabile del genere umano, culturalmente parlando.

Capro espiatorio

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