Demagogia e politica: qual è il rapporto tra le due?

Quante volte si è sentito tacciare un partito politico o un capo partito di “parlare alla pancia” della gente e dunque di non fare realmente politica, ma demagogia? Quante volte si sono rivolte critiche a questo modo di operare, che rimane comunque il principale candidato in un panorama dove termini come “populismo” e “democratura” sono sempre più utilizzati?

Platone e la critica della demagogia

Una delle prime definizione di demagogia fu quella introdotta dallo storico greco Tucidide, il quale definì demagoghi (capi popolo) tutti gli Ateniesi che, successivamente alla morte di Pericle nel 429 a.C., tentarono di succedergli ingannando l’assemblea popolare ateniese con false promesse e istigazione contro gli avversari politici.

Questa definizione fu poi ripresa da Platone, grande critico della democrazia come forma di governo e della demagogia che ne consegue come derivazione. Il filosofo greco, infatti, a più riprese e in numerosi dialoghi biasima i demagoghi, accusandoli di manipolare e corrompere la visione del popolo grazie all’arte oratoria di cui erano gran maestri.

Ecco che in questo contesto si può ricercare un primo punto di contatto con il celebre motto con cui spesso si accusa il panorama politico democratico contemporaneo, ossia quello di “parlare alla pancia” delle persone. Platone, infatti, non utilizza esattamente questo termine, però parafrasando le sue frasi, non si può non ritrovare un riscontro con quanto da esso sentenziato.

Dunque, come si può spiegare la nascita della frase “parlare alla pancia” e del suo significato con gli scritti di Platone? Si pensi  alla divisione tripartita dell’anima analizzata da Platone, rispettivamente in anima razionale, con sede nel cervello, anima irascibile, con sede nel petto, e anima concupiscibile (o propriamente irrazionale), con sede nelle viscere (intestino, stomaco e organi sessuali). “Parlare alla pancia” significa quindi istigare la parte più irrazionale dell’essere umano, legata spesso a timori e desideri materiali inconsci, parte che se non viene ben educata dalla parte razionale ha la forza di predominare su tutte le altre funzioni dell’anima e dunque di condurre l’essere umano lontano dalla retta via.

Ernia, Willie Peyote e la demagogia

Ed è determinato, a differenza nostra
Il mondo va veloce, la tua coerenza costa
Io alla pancia del paese ci parlo sul pullman e anche in coda in posta
E non sopporto la versione imposta

Willie Peyote, cantautore torinese, richiama la metafora con cui si definisce la demagogia nel brano “Portapalazzo”. In questa canzone descrive con acuto scetticismo quali sono le istanze principali della “pancia del paese” : l’ignoranza e l’inclinazione a ragionare per schemi e associazioni irrazionali piuttosto che per ragionamenti razionali. Tutto questo preclude la possibilità di coerenza e raziocinio tra i governanti.

Un altro cantante del panorama musicale contemporaneo che richiama la metafora del “parlare alla pancia” del paese è il rapper milanese Ernia, che nella canzone MeryXSempre descrive la sua avversione nei confronti della politica in questo modo:

Odiavamo la politica perché parla alla pancia
In genere si fa solo alle donne in gravidanza

Anche in questo caso la critica alla demagogia del panorama politico è velata (ma non troppo) dietro ad un’apparente incomprensione di cosa significa “parlare alla pancia”. E celata dietro a questa incomprensione vi è la disapprovazione per il modo in cui si fa politica, tutta incentrata sul soddisfare i desideri più irrazionali piuttosto che sul razionalizzarli e spiegarli.

Parlare alla pancia: c’è un altro modo di fare politica?

In molti nella politica odierna ritengono che non vi sia alternativa alla demagogia, intesa come un rivolgersi agli impulsi, al fondo emotivo delle persone, all’immediatezza dei sentimenti più oscuri, subconsci, magari rinvigorendoli, coccolandoli, cavalcandoli in vista della conquista del potere o della tenuta del consenso. Politica che ultimamente si è ridotta a mera capacità di comunicazione: come sostiene il giornalista Piccareta nel sito web di Articolo Uno “essa scivola sulla superficie delle cose, ma assieme aggredisce il fondo dell’animo senza riguardo. La ‘narrazione’ corrente non vuole approfondire i termini dell’alternativa, ma consolarsi con il racconto dell’esistente, anzi accrescerne le paure, perché nulla più dell’esaltazione dell’esistente (privilegi, certezze attuali, posizioni detenute, fobie verso il futuro) è capace, in tempi di crisi, di aggregare un cieco consenso”. 

Ma c’è un’alternativa alla pura e semplice demagogia nella politica di oggi, al così detto “pancismo”? Ricordando l’eredità trasmessa da Platone, si potrebbe provare a seguire le altre due parti dell’anima: la razionalità e la parte irascibile (che ha sede proprio nella parte attigua al cuore). Si potrebbe, insomma, razionalizzare i desideri e i timori inconsci, la propria posizione nel mondo e la sofferenza altrui, primo impulso, forse,  per la “social catena” di cui parla Leopardi.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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